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11 dicembre, 2017

Dativo di possesso



Bisognerebbe imparare il distacco, in primo luogo dai beni materiali. Pensiamo a quanta saggezza è incastonata nella lingua! Il Latino, per esprimere il possesso, di solito, invece di usare il verbo habere (avere), privilegia il costrutto noto appunto come “dativo di possesso” con cui l’oggetto non è indicato del tutto come una proprietà esclusiva, ma inteso come un qualcosa che pertiene a chi ne usufruisce. Gli antichi conservavano il ricordo di un’epoca e di una società in cui quanto era necessario alla sopravvivenza della comunità, in particolare i pascoli ed il bestiame, oggi era nella disponibilità di uno, domani sarebbe stato nella disponibilità di un altro: si pensi alla rotazione dei latifondi presso la classe dirigente spartana.

Lungi da me condannare la proprietà privata che è il risultato di sacrifici e lavoro, ma come non deplorare la cupidigia di cose, di denaro, la sacra fames auri (l’esecranda bramosia dell’oro) di virgiliana memoria? Si ammucchia per ammucchiare, si brama per bramare, dimenticando il celebre monito evangelico: “Non accumulate ricchezze qui sulla terra dove possono essere rovinate dai tarli e dalla ruggine o rubate dai ladri. 20 Accumulatele in cielo, invece, dove non perderanno mai il loro valore e sono al sicuro dai ladri. 21 Se i tuoi risparmi sono in cielo, anche il tuo cuore sarà là. (Matteo, 6, 19-20).

Chi oggi auspica che l’Italia ed altri paesi rinuncino all’euro per adottare una moneta nazionale, rischia di incorrere in un errore, dopo averne emendato un altro. Infatti, se è vero come è vero che il denaro è strumento di dominio, instrumentum regni, se è vero come è vero che il denaro suscita avidità, fomenta furti, rapine, discordie, conflitti, non è forse auspicabile un consorzio umano non fondato sulla pecunia, quanto sulla produzione, sull’uso, lo scambio e la condivisione di beni?

Che cosa pensare poi del denaro-merce, fulcro dell’usura? E’ per questo che, a ragione, Brecht afferma: “Rapinare una banca è un reato, ma fondarne una è un reato molto più grave”. Eppure siamo prede di rapaci banchieri, di odiosi sistemi fiscali. Occorre liberarsi sia di codesta masnada di feneratori sia della mentalità speculativa, diffusa anche tra chi giustamente critica l’establishment. E’ questa aberrante forma mentis che oggi seduce, promettendo "sùbiti guadagni", con la chimera del bitcoin, la moneta digitale sinonimo della più sfrenata follia finanziaria, di un’economia fraudolenta e fittizia, adatta ad arricchire i ricchi e ad accentuare sperequazioni e miseria.

E’ necessario - lo ripetiamo – sia emanciparsi dalla cricca dei banchieri sia dalla struttura mentale materialista: il secondo compito sembra più difficile del primo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 settembre, 2015

Ricchezza e benessere



L’universo economico attuale è un mostruoso ibrido tra il Socialismo statalista ed il Capitalismo delle corporations: ne consegue una struttura in cui piccoli e medi imprenditori ed artigiani sono soffocati sia dallo Stato, con il suo esoso sistema fiscale ed un ginepraio di norme abnormi, sia dallo strapotere delle multinazionali.

Fulcro di questo impianto è il denaro-merce: siano gli Stati o banche private a concedere denaro ad usura poco cambia. Nel momento in cui il denaro diventa una merce come tutte le altre, si innesca un processo che, un po’ alla volta, porta ad eccessi, iniquità e frodi. L’economia diventa finanza, persino religione, la religione che prospetta un paradiso di benessere, garantito dagli interessi, dalla magica moltiplicazione del capitale. In verità, sappiamo come i capitali iniziali si accrescono: con investimenti in industrie belliche, farmaceutiche ed agro-alimentari, nella modifica del clima o lucrando sui rifiuti (anche tossici e radioattivi) e le discariche o sul traffico di esseri umani.

Quand’anche, investendo in titoli di stato, in obbligazioni, in azioni, trascorso un certo lasso di tempo, si ottengono degli introiti, essi sono decurtati o azzerati da un aumento dei tributi, aumento con cui gli Stati versano gli interessi sul debito contratto con i cittadini. Qual è l’utile? Dov’è poi il beneficio dei “titoli tossici” che, promettendo astronomici proventi, frutto di truffe e di audaci speculazioni, hanno immiserito legioni di gonzi?

Questa non è economia, ossia insieme delle regole per amministrare la “casa”, ma depauperamento e distruzione. Più di tanti economisti classici e di oggi, un intellettuale come Ezra Pound aveva colto le aberrazioni di un complesso produttivo inficiato dall’usura: di per sé, in linea teorica, prestare una somma, chiedendo che dopo un periodo di tempo, sia restituita con una quota supplementare, non è disdicevole. Tuttavia, se il prestito si trasforma in un cappio per soffocare i debitori, in uno stratagemma per arricchirsi, sfruttando il lavoro altrui, esso va condannato, perché produce più danni che vantaggi.

Molti affermano che un sistema capitalistico-finanziario favorisce il benessere: è vero che la circolazione del denaro è fonte di prosperità, dà impulso ai commerci ed alle transazioni, ma bisogna vedere che cosa si intende per benessere. Possedere cellulari, televisori, automobili etc. è segno di ricchezza più o meno diffusa in alcuni strati della popolazione, ma è davvero benessere? Prescindendo dalle scandalose sperequazioni nel possesso di beni, dal fatto che la floridezza di pochi consuona con la miseria e la schiavitù di altri, con la spoliazione delle risorse, oggi benessere significa poter disporre dei principali agi, ma soprattutto godere di buona salute e vivere in un luogo armonioso e benefico sotto ogni profilo, persino estetico. Questo ambiente oggi non esiste quasi più: le nostre invivibili ed alienanti città sono quanto di più disumano ed orribile la "civiltà" ha costruito.

Chi ha tre smartphone, la fuoriserie, la villa al mare… gode della prosperità, se non si ammala e se non perde il senno, a causa di uno stile di vita viziato e di un milieu malsano. Naturalmente può essere felice chi si accontenta di quel che ha e chi trova un senso non nel mero possesso di cose, ma in altri valori, negli affetti, in un mestiere o professione gratificante. [1]

Forse, però, mi sbaglio: floridezza e felicità sono garantite da un feretro di ebano e da un mausoleo costruito impiegando marmi pregiati…

[1] Si prescinde qui dal fatto che si possa essere veramente felici: Schopenauer lo nega. Crediamo non abbia torto.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

05 luglio, 2015

Comprendere la politica economica internazionale: dall’usura alla dittatura



Analizzando in chiave economica opere o scritti che definiscono, da Aristotele a Pound, l’usura come male assoluto, sembra impossibile pensare che questo germe non sia stato ancora eliminato, ma che anzi persista e si diffonda sempre di più con il passare dei secoli. L’intero globo, salvo qualche eccezione, rimane intrappolato in un terribile circolo vizioso. Chi ha la proprietà sulla moneta, presta soldi e ne chiede di più al momento del rimborso. Il debitore, persona o Stato che sia, dovrà procurarsi in qualche modo la somma di denaro esatta, in modo tale da pagare interamente il prestito, oltre al tasso d’interesse. Quest’ultimo sarà costretto come un cane che si morde la coda, a chiedere un altro prestito ad un’altra banca, che a sua volta gli chiederà di rimborsarla ad un ammontare di denaro ben più elevato del denaro prestato. E la storia si ripete, inesorabilmente, senza fine. (Intellettuale dissidente)

L’attuale scenario greco ci permette di comprendere la politica economica internazionale. In primo luogo, dimentichiamo tutte le disamine degli analisti: sono forvianti. In verità, la situazione è molto più semplice di come è presentata: le difficoltà elleniche non sono dovute al fatto che, fino a pochi anni fa, i Greci potevano andare in pensione a 55 anni o giù di lì. La principale se non unica causa del tracollo è il signoraggio bancario che crea un debito inestinguibile.

Le “risoluzioni” imposte dagli usurai internazionali (l’aumento delle imposte indirette ed un ulteriore taglio allo stato sociale) non puntano a ripianare un debito che non potrà mai essere saldato. Sono anzi misure recessive. [1] I banchieri mirano a destabilizzare ed a strangolare la Grecia, mossi non tanto da avidità quanto da un perverso istinto distruttivo e dal fine di ridisegnare gli assetti globali in direzione totalitaria. Infatti i banditi possono stamparsi le banconote che vogliono e mantenere i loro lussi sfrenati, accreditando sui loro conti tutto il denaro elettronico che desiderano. Se qualche paese non riesce a restituire le somme prestate dai ricattatori con tanto di interessi, che cosa cambia per loro? Rischiano forse di finire sul lastrico? Dunque perché pretendono ciò che sanno essere impossibile? Lo pretendono, poiché il fallimento delle singole nazioni spiana la strada alla centralizzazione, prima europea, poi mondiale del potere.

Non è vero che l’Europa è dominata dalla Germania dipinta come il paese del bengodi: la disoccupazione tedesca è bassa, ma grazie ad una serie di impieghi pagati una miseria. Certo, la situazione in Germania ed altrove è migliore, ma sono potentati sovranazionali (ad esempio, non a caso, la Banca centrale europea, la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale) a condurre il gioco: la stessa Angela Merkel funge da Kapo nei confronti degli internati nel campo di concentramento europeo.

La crisi ellenica non è una crisi: basterebbe abolire il signoraggio e creare una moneta svincolata dal sistema dell’interesse, quindi un denaro-strumento e non merce, basterebbe favorire la struttura produttiva reale e non quella fittizia, per risollevare Atene. Ogni iniziativa, chiunque la suggerisca, attuata per fingere di arginare i problemi, è sempre inscritta nei biechi stratagemmi della finanza, nell’ottica strabica della speculazione: sono azioni più dannose che inutili.

Il giorno in cui ci saremo liberati della mentalità capitalista, imperniata sull’usura, il plusvalore, le borse, i titoli di Stato, le obbligazioni, le azioni, le cedole, i rendimenti, il rating, il debito ed il credito, la carta con cui ottenere altra carta o il denaro digitale con cui ricavare cifre elettroniche sempre più alte, potremo concepire una via d’uscita. Difficile anche solo sperare in un cambiamento di questa portata.

[1] Anche se si cancellassero ipso facto le provvidenze sociali e le pensioni, se si innalzasse l’aliquota dell’I.V.A. al 50 per cento e si adottassero altre misure draconiane, il debito greco (e non solo) continuerebbe a crescere, giacché esso ha altre tenacissime radici.

Articolo correlato: Intellettuale dissidente, Contro l’usura: da Aristotele ad Ezra Pound, 2013

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

31 marzo, 2015

Dalla DEMONcrazia alla...

Renzi a casa!” Quest’originale slogan si legge sulla maglietta indossata da Matteo Salvini e dai leghisti. “Renzi a casa?”: perché mai tale privilegio? Dopo che il ducetto ha devastato l’Italia, lo congediamo con una pensione d’oro? Roba da pazzi! “Renzi in miniera!” Questo auspicio dovrebbe campeggiare in ogni dove. Assieme a lui, tutta la genia dei parassiti dovrebbe essere mandata a spaccare le pietre sotto il sole cocente, come gli Ateniesi sconfitti dai Siracusani durante la spedizione in Sicilia.

La prima vittima della propaganda è sempre il linguaggio: in particolare il già rattrappito codice della “politica” si riduce ad una girandola di luoghi comuni, di frasi fatte, di metafore vernacolari, di pasquinate, sempre uguali da almeno trent’anni. A ciò si aggiunge l’irredimibile cialtroneria degli arruffapopoli. Abbiamo visto come si è comportato il nuovo governo greco di fronte ai Diktat dei feneratori internazionali: la montagna ha partorito il topolino, anzi il coniglietto.

Viene in mente Fantozzi che, quando è da solo nel suo ufficio, medita un eroico discorso con cui denunciare le vessazioni dei superiori e che poi, al cospetto del mega-direttore galattico, comincia a balbettare sperticate adulazioni.

Siamo sinceri: la cosiddetta opposizione pullula di demagoghi, di tribuni della domenica, di imbonitori capaci di vincere una sfida dialettica con il ministro di turno, quando sono invitati a partecipare a programmi di intrattenimento similpolitico. In tutti gli altri casi sono dei perfetti inetti.

Fuori dall’euro!” Berciano gli ignoranti. E’ solo un altro vacuo proclama: infatti, se non si ripristina la sovranità monetaria, non si risolve alcunché. Puoi chiamare la moneta come vuoi, anche Pippo, ma la truffa resta. La creazione di una moneta nazionale non è, però, sufficiente: se, per assurdo, l’Unione europea concedesse ad uno stato di staccarsi dall’euro, si innescherebbero speculazioni mostruose che porterebbero all’iperinflazione ed alla bancarotta.

Una vera opposizione non si limiterebbe a chiedere proroghe per il saldo dei “debiti”, ma rifiuterebbe in toto un sistema radicato nella frode dell’usura, dell’anatocismo, insomma del denaro-merce, anziché strumento. Una vera sinistra dovrebbe rigettare la logica perversa dello sfruttamento e del plusvalore. Invece, quelli lì si arrabattano, vengono a patti, dànno un colpo al cerchio ed uno alla botte.

Gli “oppositori” sono inetti, ma non scemi. Tengono famiglia e soprattutto tengono alla loro pellaccia. Sanno che se veramente provassero ad attuare una politica rivoluzionaria, sarebbero ipso facto schiacciati come zanzare. Quei pochi che hanno osato combattere l’establishment sono stati eliminati senza pietà. Così i vari Salvini, Meloni, Grillo, Tsipras etc. recitano solo il ruolo di antagonisti, raccattano voti con promesse che non potranno mai mantenere, con inani dichiarazioni contro i clandestini ed i Rom, contro la Trojka, con qualche pittoresco corteo. Intanto la pagliacciata continua.

Forse nel dissenso milita pure un uomo onesto che mira ad obiettivi alti, ma deve poi scontrarsi con una realtà impermeabile a qualsiasi valore. Non gli resta che adattarsi al sistema o mandare a spigolare tutto e tutti, novello Dante che preferisce “far parte per sé stesso”.

E’ inutile ed illusorio confidare in codesti capipopolo: riconosciamo pure nei loro comizi una retorica non priva di qualche espressione sapida, ma di facile presa solo sui peones.

L’unica alternativa alla DEMONcrazia è dunque, in questi tempi decadenti, la demagogia? Pare proprio di sì.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 aprile, 2014

Superare il "darwinismo letterario"

Un disegno tipicamente scolastico vede in Dante l’autore rivolto alle cose celesti, considera Petrarca il poeta in bilico tra immanenza e trascendenza, Boccaccio lo scrittore che valorizza il mondo terreno. E’ uno schema a priori e, come tutti gli schemi, astratto. Si presuppone che la storia letteraria debba avere uno sviluppo, secondo una linea precisa. Tale “darwinismo letterario” inficia la comprensione delle testimonianze artistiche.

Tra i critici è stato soprattutto Vittore Branca ad avallare ed a diffondere l’idea del “Decameron” quale “epopea dei mercanti”, quindi celebrazione dei valori espressi dalla civiltà borghese tardo-medievale: l’intraprendenza, l’ingegno, l’alacrità, l’uso accorto del denaro per creare nuove ricchezze. A ben vedere, però, nel capolavoro del Boccaccio, sono pochissime le novelle incentrate sulle presunte virtù del mercante. Non solo, tale figura o consegue i suoi obiettivi grazie alla fortuna o incarna una mentalità angusta che il Nostro è incline a condannare. Si pensi almeno alla celebre novella “Lisabetta da Messina”: qui la “ragion di mercatura”, lo spirito classista, in contrasto con le ragioni del sentimento, conducono la protagonista alla costernazione ed alla morte.

Il “Decameron” è una Commedia laica che dall’abisso del vizio, incarnato dal mattatore della prima novella, il turpe Ser Ciappelletto, conduce, attraverso le erte dell’esperienza umana, alla vetta della virtù rappresentata da Griselda, esempio di abnegazione talmente sublime da sconfinare nell’inverosimile.

Boccaccio talora vagheggia gli ideali della società cortese e, se non vi aderisce del tutto, è specialmente per il suo lucido realismo: perché ha compreso che l’età cavalleresca è per sempre tramontata. Ciò non lo esime dal guardare con un certo disdegno la nuova realtà: ne riconosce le spinte propulsive, ma, come Dante, intravede la tara di una temperie socio-economica che trova nell’usura e nella spregiudicatezza i suoi perversi capisaldi. Cardini sostiene che il "Decameron" costituisce "un vero e proprio progetto di rifondazione cavalleresca d'un mondo sconvolto dall'avidità e dalla grettezza mercantili".

E’ naturale che una tale rilettura del “Decameron” sfilaccia la tradizionale filigrana esegetica, inducendo ad interpretare i fenomeni storico-letterari secondo criteri più duttili, in grado di rilevare convergenze diacroniche, resistenze, riprese, marce indietro di là dal solito itinerario “evolutivo”.

Siamo abituati a fidarci delle esposizioni preconfezionate, delle versioni accademiche: in questo modo si ottunde lo spirito critico, scopo precipuo, di là delle insincere dichiarazioni di intenti, dei programmi scolastici vergati dal Ministero della pubblica distruzione. E’ quanto persegue chi conosciamo bene.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

30 marzo, 2014

Io, tu e le cose


Qual è il nostro rapporto con le cose? Nel mondo attuale, per lo più, gli uomini non possiedono le cose, ma sono posseduti da esse. La società materialista ha alienato gli individui, portandoli a conferire valore intrinseco ad un nuovo modello di cellulare, ad un’automobile fiammante: l’obsolescenza psicologica, però, è più rapida di quella merceologica. Si pensi soprattutto agli adolescenti: essi presto si stancano del marchingegno che hanno facilmente ottenuto da genitori permissivi. Subito i rampolli smaniano per un nuovo gadget dalle prestazioni sbalorditive e dalle linee accattivanti.

Può sembrare paradossale, ma chi brama sempre nuovi prodotti, invero non è attaccato alle cose, ma al loro valore simbolico (status symbol), alla possibilità di ostentare prestigio sociale. Spesso questa attrattiva per le cose si incanala verso strumenti tecnologici, visto che oggigiorno la persona tende a vivere in simbiosi con la téchne.

La materia lascia trasparire una filigrana spirituale. E’ una filigrana che gli esseri reificati non riescono ad intravedere. Gli oggetti, invece, per gli uomini più evoluti sono o possono assurgere, come ci ricorda Giulio Carlo Argan, a valori. E’ l’utensile appartenuto al nonno e che si rivela ancora adatto alla bisogna. E’ la suppellettile che ingentilisce un angolo della nostra casa. Di per sé il soprammobile è insignificante, ma è circonfuso di un’aura o perché è un dono di un amico o in quanto è legato ad un’esperienza indimenticabile e così via. Ecco che la cosa, inerte e vuota, si riempie di senso per noi. Sono soprattutto gli oggetti dell’infanzia a caricarsi di energie, di evocazioni, di odori: sappiamo sbarazzarci delle automobili in miniatura con cui ci divertivamo, quando eravamo piccoli? Anche le banali figurine raccolte con zelo paziente sarebbero ancora custodite in qualche cassetto, se madri un po’ corrive non le avessero gettate via. Forse l’attaccamento a certe cose è il legame con il nostro passato, ma il tentativo di aggrapparsi ad un passato altrui. Infatti oggi noi non siamo più chi fummo.

Il tempo trascorso, scrive Montale, “appartiene ad un altro”... ad un altro me stesso, bisogna chiosare, giacché la nostra identità è flusso, cambiamento, impermanenza: già dieci minuti addietro eravamo differenti da come siamo adesso. Allora gli oggetti diventano gli appendini cui sono sospesi i nostri molteplici e fallaci io. Che cos’è l’identità, se non una risma di fogli incollati l’uno sull’altro?

Seguiamo un‘intervista video, ma non ascoltiamo! Guardiamo l’ambiente in cui l’intervistato risponde alle domande: gli scaffali con i libri dietro di lui, l’arredamento, i dipinti e le stampe alle pareti, i vasi con le piante... esprimono dell’intervistato la natura intima, le sue abitudini, gusti, interessi, ubbie... in una parola, l’anima.

In un melanconico e bellissimo sonetto, il poeta barocco Tommaso Stigliani contempla l’arredamento della camera in cui suole soggiornare, pensando che, quando sarà conclusa la sua vita, gli oggetti, invece, muti e silenziosi, continueranno a vivere ancora per molte generazioni. L’immortalità appartiene a cose morte. Eppure non sono forse esse, almeno sotto certi rispetti, immagini che misteriosamente proietta la nostra prodigiosa coscienza? Non sono forse le ombre colorate della nostra fervida immaginazione?

Alcuni ritengono che, se esiste un mondo ultraterreno, esso sarà popolato dalle nostre proiezioni, dai desideri e dai sogni: se abbiamo sempre vagheggiato una villa su una scogliera, carezzata dall’azzurro del mare e del cielo, un giorno vivremo lì. Quella dimensione sarà abitata dalle persone, dagli animali e dagli oggetti che più abbiamo amato, sempre che abbiamo amato.

E’ folle incistarsi al denaro, al possesso, alle ricchezze. Nella novella “La roba”, Giovanni Verga descrive la disperazione del protagonista che, sapendo di essere prossimo a morire, vorrebbe portare tutto il suo patrimonio con sé. La ricchezza, però, è merce ed usura, mentre le cose amate, persino a volte quelle di “pessimo gusto”, come le definisce Guido Gozzano, si animano, come se scorresse al loro interno una linfa.

Spiritualizzare la materia, che forse è solo un simulacro dello spirito, è alchimia per eccellenza. La vita dunque può essere tentativo alchemico o deriva verso il nulla.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

13 gennaio, 2014

E’ possibile uscire da un sistema socio-economico infernale?

La corruzione più grave non è forse quella che affligge il consorzio umano e l’individuo, ma quella che snatura la lingua. Nel nostro tempo quasi sempre le parole sono usate a vanvera: imperversa il termine “teoria” impiegato a sproposito, ma le cose non vanno meglio con l’aggettivo “politico”, considerato addirittura un insulto, laddove la politica vera, ossia l’amministrazione della pòlis nell’interesse della collettività è dottrina nobilissima. Che pensare poi del vocabolo “comunista” oggidì sinonimo di “appestato” o di “cannibale” con particolare predilezione per i bambini o di “carnefice”?

Lungi da me impegnarmi in una difesa dell’ideologia socialista (tra l’altro socialismo e comunismo non sono voci intercambiabili), ma credo che, se mai sorgerà una società migliore di questa (non perfetta), essa sarà la negazione del vigente sistema fondato sullo sfruttamento sistematico ed indiscriminato degli uomini, degli animali, delle piante. Essa sarà il superamento di un modello incrostato sul profitto, l’usura, la speculazione, l’accumulo, il mercimonio…

Il lavoro stesso non sarà più lavoro (dal latino labor), ossia fatica, sforzo, ma qualcosa di profondamente diverso. Karl Marx – qui sia chiaro che non intendiamo propugnare in toto la sua Ideenkleid, ma anche in un campo di “erbacce” troveremo delle piante medicinali – descrive il lavoro nel mondo da lui vagheggiato come un’attività creativa, appagante con cui l’individuo plasma la materia o elabora idee, sviluppando la manualità e l’inventiva. E’ un’occupazione gratificante, artigianale o intellettuale, emancipata dalla ripetizione meccanica, dall’obbligo di produrre per il capitalista ed il mercato, dalla necessità di racimolare un po’ di soldi utili solo per sopravvivere all’interno della spirale perversa “produci, consuma, crepa”. Dimenticavo: “Paga le tasse ad uno stato esoso, insaziabile, iniquo e guerrafondaio”. Il lavoratore inoltre non è più defraudato dell’oggetto che ha costruito. Il prodotto, recuperando così il valore d’uso, diventa valore.

Non solo, nella società comunitaria ciascuno può decidere di cambiare mestiere o professione ogni qual volta gli aggrada. Oggi è agricoltore, domani vasaio, dopodomani scultore, posdomani regista. E’ naturale che siamo al cospetto di un’utopia, ma non sarebbe auspicabile provare a compiere almeno in parte tale progetto? Preferiamo forse l’attuale struttura socio-economica? Teniamocela, ma non lamentiamoci più.

Si dovrebbe tentare di promuovere una pòlis ispirata ai valori del sostegno reciproco, della condivisione, dello scambio di idee, di beni e risorse (NON merci!) dove il denaro o non è più adoperato oppure è un mero strumento per le transazioni e NON una merce. Erano questi gli ideali di talune comunità antiche e medievali: si pensi ai Nazirei, alle chiese paoline ed ai cenobi medievali. Che siano principi difficili da realizzare e da mantenere è vero: si corre sempre il rischio che si manifestino discordie tra gli appartenenti alla collettività. Incombe poi il pericolo che serpeggi la tentazione di ripristinare un organismo di tipo statale, ossia oppressivo. Lo Stato, espulso dalla porta, rientrerebbe dalla finestra. Questo è una minaccia immane, spaventosa: Nietzsche ci insegna che lo Stato è un mostro e Gramsci ci ammonisce che “ogni Stato è dittatura”.[1]

L’essere umano è sempre essere umano, con i tutti i suoi pregi ed i suoi limiti. Alcuni autori – penso, ad esempio, a Wilhelm Reich - hanno additato dei modelli decorosi. Reich, che fu fiero detrattore dello statalismo sia nelle sembianze del “social-comunismo” sia in quelle del “liberalismo”, auspica una rigenerazione del singolo come presupposto per il miglioramento del corpus sociale.

Possiamo ostinarci ad aggredire la classe di burattini ventriloqui, possiamo continuare con le giaculatorie o cercare, nel nostro piccolo, qualche possibile rimedio, se non è troppo tardi…

Gli schiavi agognano una schiavitù sempre più coercitiva: così, invece di concepire e provare a delineare un prototipo sociale nuovo, impetrano spiccioli da uno Stato-Leviatano che elemosina ai disperati qualche baiocco, purché si stringano viepiù i ceppi agli Iloti.

La palingenesi, sempre che essa sia possibile, comincia dalla depurazione del linguaggio, quindi dalla cultura e non può prescindere da un totale azzeramento della classe “politica” pullulante di buffoni e di parassiti. Rifiutiamoci di votarli e pure di definire “comunisti” Matteo Renzi e la sua claque: ammesso e non concesso che si possa attribuire un aggettivo qualsiasi al “nulla costellato di nei” e agli altri inutili idioti di “centro”, di “destra” e di “sinistra”, potremo affibbiare loro l’epiteto di plutocrati, imbroglioni, maggiordomi dei banchieri, ciarlatani, impostori, sfruttatori, predoni, tagliagole… ma essi non sono “comunisti”, anche perché semplicemente non capiscono un’acca di politica e di economia, non sono, non esistono.

Ancora un paio di considerazioni.

Negli Stati Uniti d’America alcuni intellettuali e movimenti politici accusano Barack Obama - Barry Soetoro di essere “comunista” e di voler instaurare una compagine “comunista”. Siamo precisi: quel pu-pazzo lì è appunto un pu-pazzo incapace di intendere e di volere. E’ vero, però, che le élites che controllano gli Stati Uniti mirano a trasformarli in una tirannide di tipo socialisteggiante, dove del socialismo si estremizza il ruolo opprimente dello Stato teso a controllare tutto e tutti. Allora si potrebbe concludere che Obama è un fantoccio cui gli apparati hanno assegnato il compito di portare la Federazione verso una tirannia ammantata di simboli e di slogan socialisteggianti.

Di recente un amico si è trasferito in Venezuela: dal suo resoconto credo di arguire che il governo di Caracas, con Chavez ed il suo successore, abbia favorito grosso modo una commistione tra social-comunismo (ad esempio, calmiere del potere centrale sui prezzi dei beni primari, gratuità dei servizi) e sistema rappresentativo. Non esprimo un giudizio sul merito: mi limito ad osservare che qualcosa del quadro venezuelano è apprezzabile, mentre altri aspetti non lo sono. L’osceno connubio tra autocrazia ed ultracapitalismo, connubio che connota l’Occidente, non ha ancora devastato alcuni paesi sud-americani. Non sono il paradiso in terra, ma neppure l’inferno statunitense, italiano, greco, portoghese etc., un inferno tanto più demoniaco, quanto più è dipinto come il “migliore dei mondi possibili”.

[1] Dunque si potrebbe desumere qualche suggerimento dalla teoria politica di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, in primis l’antimilitarismo, non certo dai fautori della dittatura del proletariato né dai propugnatori dello statalismo invadente tipico dei paesi scandinavi. I leader della Spartakusbund non a caso furono fortemente critici nei confronti di Lenin, della cui ideologia e prassi sùbito compresero la deriva liberticida, prodromo del totalitarismo stalinista.

Articolo correlato: C. Penna, I soldi non crescono sugli alberi, 2014

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 dicembre, 2013

Oltre l'usura

In “Dante e la nascita dell’allegoria”, Pietro Cataldi scrive: “L’idea di salvarsi da una condizione catastrofica, inventando nuove forme di ricostruzione del senso appare particolarmente attuale, non solo per la nostra percezione di vivere all’interno di una spaventosa catastrofe di civiltà, ma per la connessa difficoltà s ricostruire i legami tra le parole e le cose, cioè ad attribuire significato e valore all’esperienza e alla vita. La 'Commedia' è stata composta anche contro qualcosa; anzi, si ha spesso l’impressione che gli obiettivi polemici siano nel poema siano ancora più nettamente definiti che non le finalità positive. Dante si scaglia contro religiosi e politici corrotti, contro valori sociali che hanno pervertito ogni possibile buona convivenza umana, contro abitudini che distolgono gli individui dalla salvezza per asservirli ai disvalori pubblici ed alla corruzione pubblica; ma fissa l’origine di tutta questa rovina in un’entità di alto valore simbolico che anima il male nelle sue varie forme: il denaro, l’oro, la ricchezza. D’altra parte la civiltà del guadagno fondava proprio in quei decenni una possibilità di relazione fra cose e significati che ne ridislocava fatalmente il valore: acquistando un prezzo e sempre più coincidendo nella communis opinio con un prezzo, le cose vedevano sempre più attenuarsi il loro valore trascendente”.

Il critico ha ragione e tuttavia occorre sottolineare che il sommo poeta non tuona soltanto contro la cupidigia di denaro, contro la “gente avida di subiti guadagni”, poiché egli comprende anche che il denaro scade a merce nel momento in cui diventa mezzo non per acquistare e vendere, ma per accumulare altro denaro. L’esecrazione dell’usura pone l’Alighieri in rotta di collisione con la mentalità mercantile, con la religione borghese del capitale. Gli usurai peccano contro l’arte, ossia contro il lavoro. Essi traggono profitti da un’attività sporca e disonesta, da un’occupazione contro natura. Bene aveva inteso Ezra Pound che una civiltà degna di questo nome non può fondarsi sul prestito e sulle frodi dei banchieri. Quindi non solo gli oggetti perdono il loro valore intrinseco per acquisire un valore di mercato, ma il denaro si traduce in una merce come le altre. Alla reificazioni dei valori e dei rapporti umani segue la mercificazione dei soldi. L’Alighieri è un laudator temporis acti: la sua Weltanschauung tenta di mantenere in vita la concezione cortese della liberalità, dell’elargizione generosa e disinteressata. La storia, però, va in un’altra direzione ed il mondo tardo medievale che declina prepara il declino senza speranza, senza remissione.

Chi oggi si sorprende o s’indigna di fronte alla consuetudine di prestare somme caricate di interessi più o meno elevati? Chi oggi reputa immorale ricavare dei profitti da una cifra depositata o investita? Eppure l’interesse, attivo e passivo che sia, è un non-senso, un’aberrazione, preludio e pilastro di altri raggiri finanziari, quali la speculazione più immorale, l’anatocismo, il signoraggio, la creazione di banconote dal nulla.

Evento spartiacque fu nella storia moderna e contemporanea la fondazione della Banca d’Inghilterra, il 27 luglio del 1694. L’istituto inaugurò e diffuse le perverse pratiche creditizie che strangolano le nazioni, soggiogano i popoli. Si stringe un cappio attorno al cittadino costretto a lavorare per uno stato esoso ed incontentabile. Lo stato lo grava di un debito che in realtà è un credito!

Quale può essere la via d’uscita? Restituire al denaro la sua valenza di medium, non di fine. Eppure, anche se la nostra società fosse emancipata dall’avarizia e dalla grettezza, dalla bramosia di figuri rapaci, di governi famelici, vivremmo sempre sotto una pesante ipoteca che è nel disconoscimento di ogni idea e principio non monetizzabile.

L’ingordigia più perniciosa non è quella diretta verso i beni materiali: i lupi voracissimi, infatti, agognano qualcosa di scintillante, ma che non è la moneta...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

23 maggio, 2013

Comprendere i processi economici dei tempi finali

Il caos è ordine... nuovo ordine.

E’ rivelatore che si sia soliti distinguere tra economia reale ed economia... finanziaria che sarebbe meglio definire finta, una frode bell’e buona, utile per arricchire speculatori e banchieri, dannosa per tutti gli altri. Dell’economia finanziaria e delle sue spudorate truffe ci siamo già occupati in altri articoli. Dedichiamo allora qualche riga al sistema produttivo vero e proprio.

Lo Stato-Leviatano, inteso come apparato di controllo (occulto) e strumento di distruzione, usa vari stratagemmi per preservare le sperequazioni economiche e sociali, idonee alla perpetuazione ed al consolidamento del potere. Tra le armi principali dell’establishment per immiserire i sudditi e tenerli in una perenne condizione di subalternità bisogna annoverare il fisco. Con un esoso ed opprimente sistema fiscale si conseguono almeno due scopi: si sottraggono ricchezze a piccoli imprenditori, artigiani, cittadini del ceto medio e della classe inferiore; si genera un’ansia costante nei contribuenti che, a causa delle innumerevoli e ravvicinate scadenze tributarie, si sentono con una pistola puntata alla tempia. Il fisco perciò è anche un dispositivo di dominio psicologico, una tagliola per la mente.

Sfatiamo un luogo comune: tributi, balzelli, gabelle, spesso assurdi ed anacronistici, servono solo in parte a sostenere le istituzioni ed a mantenere i parassiti al potere. Inoltre una quota esigua del gettito è oggidì destinata allo stato sociale, giacché la maggior parte del denaro estorto al popolo è fagocitato dalle spese militari. In verità, un paese potrebbe sopperire a tutte le esigenze grazie ad un’unica imposta indiretta. Naturalmente dovrebbe essere abolito il signoraggio bancario che risucchia quasi tutto il ricavato delle tasse nel gorgo immenso del debito pubblico. Dovrebbero essere poi cancellati tutti gli escamotages della finanza incentrati sull’usura e sull’equivalenza tra moneta e merce.

Se allora il fisco attuale non ha uno scopo per così dire “produttivo” e “positivo”, pur nella sua indubbia impopolarità, qual è il suo vero fine? La risposta è semplice. Esso ha per fine la spoliazione, anzi l’annichilimento dei ceti medio-bassi. Il governo (mondiale) mira a depredare le aziende ancora floride, a gettarle sul lastrico: ogni tracollo di un’azienda è un successo per i globalizzatori e per le multinazionali. Le corporations si prefiggono di monopolizzare il mercato, sbarazzandosi della concorrenza dei piccoli produttori le cui merci sono tra l’altro di qualità migliore. E’ in corso quindi un deliberato attacco all’imprenditoria italiana: si pensi all’Emilia Romagna, nerbo dell’economia, regione prima danneggiata con il terremoto artificiale e contro la quale ora si infierisce con la stretta creditizia e con l’I.M.U. sui fabbricati industriali.

A proposito di credito e di banche, è necessario demolire un altro errato convincimento. Il fallimento delle banche è quasi sempre un pretesto per spillare altri quattrini ai contribuenti, una scusa per inasprire la pressione fiscale, per promulgare misure sempre più coercitive. Anche quando un istituto di credito fallisce (o simula il fallimento), perde solo un capitale di moneta elettronica, fittizia, mentre si è nel frattempo appropriato di beni immobili confiscati ai debitori insolventi. Non è vero dunque che molti decreti draconiani sono varati “per salvare le banche”, non è vero che l’aumento dell’I.V.A. discende dall’impellente necessità di rastrellare nuove risorse. I vari ministri del sottosviluppo e delle finanze sanno benissimo che l’aumento dei gravami conduce, prima o dopo, alla flessione dei consumi, quindi ad un decremento delle entrate tributarie. La loro politica è, da un punto di vista logico, controproducente, ma la “logica” dei farabutti non è la nostra. Il loro obiettivo è la devastazione, non il risanamento né la prosperità. Anzi l’indigenza, la disoccupazione, il malcontento sono ghiotti presupposti per organizzare un assetto socio-politico di stampo orwelliano.

Non paghi di aver inferto dei colpi micidiali al settore secondario, gli esecutivi italioti, che obbediscono agli ordini impartiti da potentati sovranazionali, stanno ora accanendosi contro l’agricoltura, sia per imporre le sementi transgeniche sia per privare il nostro paese dell’autosufficienza alimentare. Una volta affossato il primario, l’Italia dipenderà in toto dagli arbitrii delle famigerate società agro-alimentari.

Arma precipua per rovinare l’agricoltura e per conseguire bieche finalità è la Geoingegneria clandestina... tanto per cambiare.

Comunque non la spunteranno.

Documento collegato: Codex alimentarius by Tanker enemy

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