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04 maggio, 2016

I due compagni



“I due compagni” è un romanzo di Giovanni Comisso (Treviso 1895, ibidem 1969). “Scritto nel 1934, narra le storie parallele di due amici, Giulio Drigo e Marco Sberga. Dietro al primo si nasconde, per dichiarazione dell’autore, un personaggio composto, in parte Comisso e in parte il suo amico, Arturo Martini; l’altro è il pittore Gino Rossi che morì in manicomio. L’epoca è quella della Prima guerra mondiale, vissuta come pura atrocità. I due giovani amici maturano le loro crisi esistenziali in una città di provincia: provati dal conflitto e dal fallimento dei loro matrimoni, si rivolgono all’arte come ad un riscatto possibile. ‘I due compagni’, rievocando con partecipazione diretta questa storica amicizia con le sue opposizioni spesso drammatiche, offre una testimonianza unica di due artisti tra i maggiori del nostro tempo”.

Il libro di Comisso è apprezzabile per il montaggio sincrono delle esperienze vissute dai due sodali, le descrizioni impreziosite da liriche pennellate, l’indugio in pensose introspezioni: sono strumenti espressivi usati con straordinaria sobrietà sì da conferire naturalezza e levità all’esile ordito narrativo. L’autore, attraverso un racconto semplice, comune, esplora il dramma della vita cui forse solo l’arte può dare un senso, una direzione, sia pure quella sbagliata.

Di fronte all’arte gli stessi rapporti umani, soprattutto la relazione tra uomo e donna che si brucia in rovinosi coniugi, appaiono solo surrogati. “Capiva che vivere è un ingannevole e continuo legarsi a persone ed a cose che, con il passare del tempo, si rivelano altrimenti da come erano state considerate prima”. E’ in questa inautenticità, nello stesso dialogo tra i due coetanei, inficiato da incomprensioni, da irriducibili divergenze d’opinione sullo scopo e l’essenza dell’arte, che l’opera si rivela significativo documento delle inquietudini novecentesche. Si situa così nel solco tematico che dall’inettitudine, dal solipsismo, dalla dissonanza con il mondo che porta o può portare alla follia. La follia come unica via di fuga da un mondo folle.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

26 febbraio, 2015

Oblivion



La logica quadrata è suprema follia.

La Terra, dopo essere stata aggredita da una civiltà aliena, è divenuta inospitale, poiché sono state usate armi nucleari per sconfiggere gli invasori. Jack Harper e la sua compagna, Victoria Olsen, sono gli ultimi che vivono ancora su Gaia, ma sono in procinto di trasferirsi su Titano, dopo che sarà completata l’estrazione di energia dagli oceani. Un giorno un’astronave si schianta su una landa che Harper pattuglia per controllare il funzionamento dei droni usati per proteggere gli impianti di estrazione dalle sortite di insidiosi extraterrestri sopravvissuti, gli Scavengers. Il protagonista salva una donna russa, Julia (interpretata dalla bella attrice Olga Kurylenko) componente dell’equipaggio la cui navicella è precipitata. Cominciano allora delle peripezie che portano Harper a riscoprire un po’ alla volta il suo vero passato, a comprendere che l’umanità è stata vittima di un feroce inganno.

“Oblivion” è una pellicola che si apprezza specialmente per la suggestiva fotografia – le riprese sono state realizzate tra Stati Uniti ed Islanda – e per l’intreccio adrenalinico ma non scevro di pause elegiache.

L’interesse principale della produzione risiede nel tema del controllo esercitato attraverso un sistema tecnologico, il Tet, una colonia spaziale a forma di tetraedro. Il rinvio d’obbligo è all’inquietante monolite di “2001: Odissea nello spazio”, la celeberrima ed enigmatica opera di Stanley Kubrick, ispirata ad un racconto di Arthur C. Clarke. E’ un tòpos che punteggia la letteratura ed il cinema di fantascienza, tanto più efficace quanto più l’apparato che programma il destino umano rivela la sua natura algida ed impersonale, come avviene nelle raggelanti (pre)visioni di Philip K.Dick. E’ l’adombramento di una regia dalla logica implacabile perché quadrata.

Il prelievo dell’energia dai mari potrebbe essere letto come assorbimento di forze vitali succhiate ad un genere umano sempre più esangue? La finzione, come non di rado avviene, codifica messaggi xenologici più o meno obliqui, tra cui la clonazione, l’annullamento della memoria, la colonizzazione di corpi celesti... Intelligenti pauca.

In fondo “Oblivion” è una metafora sull’incompatibilità fra la tecnologia disanimante ed una natura ormai prostrata e negletta: emblematica la scena in cui la collega di Harper getta via una piantina fiorita che l’uomo ha poco prima amorevolmente innaffiato, temendo che il fiore possa essere fonte di contaminazione.

E’ una lotta fino all’ultimo sangue e fino all’ultima linfa. Vedremo chi la spunterà.

Scheda del film:

Anno: 2013
Regia: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Joseph Kosinski, Michael Arndt
Attori: Tom Cruise, Morgan Freeman, Nikolaj Coster-Waldau, Olga Kurylenko, Zoe Bell, Melissa Leo, Andrea Riseborough
Fotografia: Claudio Miranda
Paese: Stati Uniti d’America
Durata: 110 minuti

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

22 febbraio, 2015

Iside velata

La storia ama ammantarsi di simboli. Così anche il sedicente "califfato islamico", l’I.S.I.S., adombra, come hanno notato alcuni accorti autori, per mezzo del suo acrostico, la dea egizia Iside. I vessilli neri di Al Baghdadi evocano il lato notturno della realtà, quel lato oscuro che la dea primigenia incarna in una delle sue innumeri, mutevoli ipostasi.



Siamo ormai giunti ad una cruciale fase delle vicende “umane” la cui natura emblematica, abilmente offuscata dietro una cortina di pretesti economici e politici, si palesa in una simbiosi tra verità e finzione, tra dura razionalità ed eterea fantasia. Tutto è simbolo, poiché, in senso letterale, tutto è gettato insieme, saldato, fuso in un denso coagulo.

E’ questa un’era di angeli furiosi e di demoni patetici, un’epoca in cui la ferocia stessa è coperta da una glassa dolcissima sino ad essere stomachevole. Oggi ogni cambiamento, per quanto spaventoso, si insinua con la soavità di un sopore. E’ in questo modo che, quasi inavvertito, il microprocessore, si infila sottopelle, con la lieve, quasi piacevole trafittura di una sinistra iniziazione. E’ in questa maniera che l’umanità affluisce verso il cimitero delle macchine, come se si riversasse nei Campi Elisi.

Oggidì la Coscienza, là dove ne sopravvive una larvale ombra, non riesce a destarsi da un sonno popolato di incubi setosi.

Si è innescata una reazione a catena e di questa catena non troviamo l’anello debole.

Siamo prigionieri della precarietà, tutti contratti in un hic et nunc che ci stringe sino a strangolarci. Le nostre vite sono spanate: continuano a ruotare su sé stesse a vuoto, senza interruzione.

Solo un drappello di uomini oggigiorno interroga il mondo, cerca di comprendere la morfo-sintassi del reale, le regole dell’universo. Invano, perché la grammatica di Dio conosce solo eccezioni. Che cosa può offrire la filosofia? La filosofia è il gancio cui ci aggrappiamo per non precipitare nell’abisso, ma quel gancio è confitto nel nulla.

Mai come in questi tempi crepuscolari, la storia collettiva si incunea nell’esistenza individuale. Siamo incastrati in un meccanismo impazzito: dal sangue che sprizza dagli arti stritolati comprendiamo che la fine è prossima, ma che siamo noi ad essere i vivi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

16 febbraio, 2015

Giorno d'esame

Henry Slesar (1927-2002), scrittore e sceneggiatore statunitense, nel racconto “Giorno d’esame” mette in scena tre personaggi: una coppia di genitori ed il figlio Dickie che sta festeggiando il dodicesimo compleanno. [1] L’atmosfera è tesa e precaria a causa della dell’imminente esame governativo che il ragazzo dovrà sostenere. E’ un test per misurare l’intelligenza, reso infallibile dal fatto che i giovani candidati devono bere un liquido che costringe a rispondere in modo veritiero. Il giorno dell’esame il protagonista è condotto dal padre in un edificio freddo “come un tribunale”: vi opera un personale dai modi educati ma algidi. La sequenza in cui è raccontata la fase preparatoria dell’esame in una stanza avvolta nella penombra contribuisce ad accrescere la tensione nel lettore che segue, passo passo, le azioni di Dickie dal momento in cui trangugia la bevanda a quando è invitato a sedersi su una “solitaria poltroncina di metallo” di fronte all’elaboratore di cui si illuminano i quadranti. La tensione tocca il diapason, quando i genitori del ragazzo, a casa, ricevono la telefonata che annuncia loro con modi sbrigativi e burocratici l’esito della prova.



La storia è ambientata in una supertecnologica società futura in cui si vive “senza nemmeno azzardarsi a pensare” e dove l’intelligenza dei singoli è rigidamente controllata affinché non superi una certa soglia, reputata pericolosa per il sistema. Un alto quoziente intellettivo è un reato, punito a priori con la morte di chi è un giorno potrebbe ragionare e maturare idee e convinzioni proprie. In questo modo ogni critica del potere, ogni ribellione diventano impossibili.

L’autore dosa in modo sapiente la suspense sino allo Spannung dell’epilogo, inquadrando scene in cui domina il grigio. E’ un’uggiosa giornata di pioggia: i pacchetti infiocchettati per il genetliaco di Dickie ed i suoi giornalini creano note di colore, ma l’atmosfera angosciosa le spegne. Il grigiore pare la sostanza di una società svuotata, smorta. Slesar, con il campo ed il controcampo, fissa gli sguardi inquieti dei genitori e quello del piccolo protagonista: nei suoi occhi la luce della gioia per la festa è velata dall’ombra di un presentimento. La macchina da presa poi si muove per inquadrare lo spazio di un atrio delimitato da colonne, locali asettici e freddi.

La fantascienza distopica del narratore è il monito su un mondo in cui non è proibito il libero pensiero, ma il pensiero tout court.

[1] Il racconto ha ispirato un episodio della serie “Ai confini della realtà”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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