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01 aprile, 2017

Il crepuscolo di Lei



Su queste rovine ho puntellato il mio mondo. (T.S. Eliot)

La logica del mondo è illogica e la razionalità conduce alla follia. (Anonimo)

Ragnarok


E’ questo davvero il crepuscolo dell’umanità. E’ questo davvero il crepuscolo? Non sappiamo se la sabbia della clessidra stia per finire, ma i segni del Ragnarok sembrano moltiplicarsi. Non esiste ormai più alcuna istituzione che non sia corrotta sino al midollo, non esiste quasi più uomo che non sia stato plagiato così che, anche chi crede di agire per il bene, in realtà opera alacremente per il male: è il caso di tutti quei volontari ed affiliati alle organizzazioni non governative, associazioni a delinquere mascherate dietro propositi filantropici. Mai il potere, come in questo periodo, ha saputo dissimulare con infinita ipocrisia la sua essenza malefica, puzzolente, putrida.

Nel Medioevo riformatori ed “eretici” spesso tuonavano contro la Chiesa di Roma, perché traviata dalla simonia, dalla lussuria e dalla cupidigia di ricchezze. Oggi chi si accorge che ogni decisione dei turpi governi (tutti) è solo volta a stringere ulteriormente i ceppi? Complice la tecnologia con le sue meraviglie, il mondo sta diventando (è diventato) una prigione che noi stessi con entusiasmo costruiamo. Un tempo si era governati da deficienti; oggi da perfetti delinquenti.

Non sbaglia chi vede in questa degenerazione la longa manus (una mano ben nascosta) di entità abominevoli, siano esse le Potestà di Paolo e degli Gnostici, siano alieni malvagi: non si spiegherebbe altrimenti l’attacco subdolo ma micidiale sferrato contro la vita, la bellezza e la verità. E’ un’aggressione che si manifesta come scardinamento di ogni nobile principio, come deliberata contaminazione del pianeta. E’ un’infezione che si propaga, senza incontrare la resistenza di alcun anticorpo.

Neo-genesi

Non è la prima volta in cui si respira un’atmosfera da Basso Impero, ma è la prima in cui non splendono neppure più i fuochi fatui della decadenza. Infatti quello che viviamo non è un declino, ma una genesi subumana dell'essere homo novus, una creatura infida, malaticcia, ottusa, abulica, violenta.

Non passa giorno senza che siano offerti olocausti ad “iddii pestilenziali” (E. Montale): carneficine, omicidi sanguinari, sevizie, scelleratezze di ogni genere... eppure tutto scivola nel limbo dell'indifferenza. Non passa giorno senza che sia inscenato nel cielo lo spettacolo più obbrobrioso che occhio possa tollerare, eppure quasi nessuno se ne avvede, anzi, di fronte ad un sole emaciato ed anemico, quanti esclamano: “Che bella giornata!”. Il sole... in un passo di Rivelazione è scritto “Il quarto angelo suonò la tromba ed un terzo del sole, un terzo della luna ed un terzo degli astri fu colpito e si oscurò: il giorno perse un terzo della sua luce e la notte ugualmente”. (Apocalisse 8, 12). Questo sinistro oracolo sembra trovare adempimento nell'attuale debole attività solare, fenomeno su cui, prima della poco affidabile N.A.S.A., aveva lanciato l’allarme lo scienziato indipendente Eric Dollar. Siamo prossimi ad una nuova era glaciale, con le conseguenti carestie?

Come bolle di gas sulla superficie di un lago sulfureo, pullulano gli abbagli. Più lo scenario diventa spaventoso, più ci si aggrappa ai fili delle illusioni. Non mancano i profeti del Risorgimento: siamo ad un passo dal Paradiso. Sono sufficienti un sito New age, un manuale sul pensiero positivo, una passeggiata alla (b)aria aperta... e tutto si risolverà. In questo calderone, in codesta farcitura piena di ingredienti, dove poche intuizioni e poche verità sono impastate con molte balordaggini, si resta disorientati: Malanga, Biglino, manga giapponesi, energie, filosofie, Fusaro, fusione fredda, cerchi nel grano, grano transgenico, Arconti, conti in rosso, contatori “intelligenti”, alieni, alienati, negazionisti, sieronegativi, viaggi su Marte, martedì letterari... è un souk dove si può acquistare quello che si vuole. Come Simon Mago, possiamo pretendere di procacciarci i carismi: basta del denaro da spendere in un corso sull’autostima.

Terapia

Ammettiamolo: siamo ancora e sempre nella fase dell’anamnesi e della diagnosi. Le analisi sulla crisi e le contraddizioni del mondo contemporaneo si sprecano. Spesso sono disamine molto argute: si spazia con disinvoltura dalla politica all’economia, dalla scienza di frontiera alla magia, dalla genetica all’ermeneutica, dall’archeologia alla storia segreta... Tutti hanno compreso, hanno le risposte ai problemi ed ai quesiti che per millenni hanno torturato le menti più brillanti. Le risposte sono a portate di mano: i misteri sono stati svelati, si sono dileguati come brume evaporate per la calura. Purtroppo spesso non si va oltre le belle parole, oltre promesse che non possono essere mantenute, perché la strada non solo è stretta, ma non sappiamo neppure dove sia. In fondo, quelli che propongono ed additano strategie risolutive, al limite offrono qualche palliativo. Il limite maggiore di questi responsi risiede nel loro disconoscere il nucleo irrazionale della realtà, l'enigma del male: si squadernano prospettive, eppure sono piatte come sogliole; si costruiscono edifici maestosi, eppure privi di fondamenta. La terapia esiste, ma è, in parte, diversa per ognuno di noi: per questo nessuno può presumere di vendere il manuale di istruzioni. La terapia esiste: purtroppo, però, costa moltissimo, più di noi stessi ed è una medicina amarissima da trangugiare, infine il recipiente, dove è contenuto il farmaco, non è di “soavi licor asperso”. (T. Tasso)

Molti pensano che sia imminente la fine con il ritorno del Messia. In effetti, in qualsiasi modo la si pensi, non si può negare che gli indizi di un crollo generale, di uno strappo nel tessuto dello spazio-tempo, persino di un’epifania, si possono leggere nella filigrana degli eventi. Sono eventi che hanno preso una bruttissima piega. Così, mentre vediamo speranze macellate e sogni maciullati, ci ostiniamo a stare davanti alla finestra... spalancata.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

05 novembre, 2015

Luciano De Giovanni: semplicità e profondità



Luciano De Giovanni è poeta nato a Sanremo nel 1922 e morto a Montichiari nel 2001. E’ anche autore di un romanzo autobiografico, pubblicato postumo, “Le case vicino al torrente”.

E’ un peccato che De Giovanni sia voce misconosciuta, poiché le sue liriche, confluite negli anni in esili ma preziose plaquettes, sono quanto mai ispirate nella loro semplicità.

De Giovanni appartiene a pieno diritto a quella linea ligure che annovera in Montale ed in Sbarbaro i suoi esponenti più insigni. Come è ovvio, questa linea trascende una valenza meramente geografica: è, infatti, un modo di essere, di percepire la vita. Ci sembra che i tratti salienti di tale orientamento siano il disincanto e, quasi in modo paradossale, una tensione metafisica a valicare il limite. Si avverte nei componimenti di De Giovanni l’amaro della salsedine, l’anelito verso l’orizzonte infinito: la Liguria, come condizione esistenziale, stretta tra le montagne ed il mare, tra l’aridità del destino e la speranza nell’altrove. Così talune composizioni sono ventilate da un soffio di fede, una fede comunque dubbiosa e precaria.

In molti casi la misura breve delle unità metrico-ritmiche, la concentrazione semantica cingono le parole in composizioni gnomiche, a creare quasi degli aforismi versificati. Piccole cose e grandi aspirazioni si abbracciano nell’inventario lirico di De Giovanni.

La fragile realtà di tutti i giorni è sfiorata, come se il poeta temesse di incrinarla con parole fuori registro o toni che non siano dimessi. Le stesse rime, timide e consuete, accennano solo una melodia per lasciare spazio ad una meditazione su sofferenze e gioie ordinarie tra cui si insinua la grazia straordinaria di un’immagine limpida, di un’emozione senza tempo.

Di seguito alcune liriche dell'autore matuziano.

Penso
che il paradiso
sia ciascuno di noi
quando dimentica
il suo nome

Accettarsi: come il pesco
che sboccia mille fiori
per poche decine di frutti.
E non raccoglierli
nemmeno tutti.

I miracoli sono così fragili!
rifletto,
mentre delle cose osservo
i misteriosi confini.
Fragili come bambini!

Chissà quante anime mi stanno accanto,
mentre io soffro d’essere solo,
chissà l’ala, chissà il volo,
chissà il cielo, chissà il mare
che ancora non so navigare.

La nostra tristezza
nasce dal ricordare:
amare
e poi dimenticare
non ci è consentito.

Imparare a leggere
sul foglio bianco
un immaginario disegno
e non chiedere
altro segno


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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

28 marzo, 2015

La prigione del pensiero



La malvagità si può forse ancora tollerare, la stupidità no.

L’alfabeto dei veleni

E’ arduo immaginare un’età più tossica di quella in cui viviamo. Dall’A di alluminio alla Z di zinco, l’ambiente rigurgita di veleni. Aggiungiamo le radiazioni nucleari, i pesticidi, la diossina, il benzene, gli additivi, gli edulcoranti artificiali… ed il quadro sarà... incompleto. Quando respiriamo, quando beviamo e ci nutriamo, sappiamo che respiriamo morte, sappiamo che ci alimentiamo con la morte.

Come se non bastasse, a guisa di complemento, l’attuale coscienza dell’umanità è “inquinata alle radici” (I. Svevo). Il bombardamento che la coscienza subisce per opera dei media non è meno deleterio della contaminazione fisica. Proprio come non si riesce più a contemplare un cielo naturale, azzurro e solcato da nuvole vaporose, così è diventato utopico accostarsi alla vita collettiva, senza restare invischiati nell’”informazione” e nella “cultura” di regime. Tutto è filtrato, distorto, stravolto, sfigurato come in un quadro di Francis Bacon. L’erudito di un tempo poteva compulsare fonti più meno attendibili e veridiche; oggi, prima di reperire un documento genuino, uno studioso deve sciropparsi centinaia di resoconti spuri, di bolse sceneggiature.

Una volta si distingueva tra cronaca e storia (meglio storiografia): la prima, pur nel suo corto respiro, nel suo limitato orizzonte, presupponeva il dignitoso e difficile lavoro dell’inviato che in loco raccoglieva testimonianze e notizie circa il “fatto” per poi scrivere il suo pezzo. Da tempo la storiografia è defunta, ma ormai anche la cronaca è agonizzante.

Se oggi nascesse un Tacito, riuscirebbe a ricostruire e ad interpretare un periodo quale il nostro, in cui la più fanatica finzione e la propaganda più delirante hanno soppiantato la genesi e la concatenazione degli eventi? Dovrebbe affidarsi a Fichipedia ed a scartafacci simili: il risultato sarebbe disastroso.

Ormai ad inficiare qualsiasi indagine non è solo la censura, quanto la composizione di “romanzi mediatici”, al cospetto dei quali scemeggiati televisivi come “Ultimo”, risultano più credibili e coerenti.

Il servizio pubblico è snaturato ad impudico disservizio, l’informazione è degenerata in quotidiana montatura. Non si salva più alcunché: la ricerca scientifica è ostaggio di baronie universitarie, le scuole, quando non sono prigioni del pensiero, sono agenzie turistiche in cui insegnanti-tour operators si affannano per cercare mete che non siano teatri del prossimo false flag.

La prigione del pensiero

Le facoltà intellettive dell’umanità sono state azzerate. Prima è stata distrutta la fantasia, la capacità di creare ed immaginare, poi sono state erose le abilità dialettiche: persino il sistema aristotelico, con la sua binaria e rigorosa semplicità, è stato intaccato in modo irreversibile a tal punto che è difficile imbattersi in una persona dotata di un pur embrionale “organo” logico.

Oggidì gli uomini non pensano: in vece loro, ad elaborare “concetti” e ad esprimersi è la televisione. Si ripetono i luoghi comuni del piccolo schermo, persino usando lo stesso telidiota idioletto.

Il dissenso non è possibile, non in quanto la scure del controllo si sia abbattuta sulla libertà d’opinione, ma perché tale libertà non si manifesta più, sostituita dal livellamento, dall’abitudine a “ragionare” tutti allo stesso modo, a reagire secondo schemi pavloviani. L’unica reazione è l’assuefazione.

Soprattutto gli uomini non avvertono più né l’esigenza di conoscere né quella di palesare le proprie idee, perché non ne hanno più. Questo panorama desolante sembra coinvolgere ogni classe sociale, ogni generazione in maniera indistinta.

Decenni fa si levava qualche voce critica (si pensi a Montale o a Pasolini): la classica vox clamantis in deserto non era ascoltata, ma si levava. Attualmente le voci tacciono e nella waste land non si ode un’eco che sia una.

Vero è che esistono le eccezioni, ma una rondine non fa primavera. Tra l’altro anche le rondini e le primavere sono soltanto un pallido ricordo di un tempo per sempre tramontato.

Nessuno va alla recherche di un tempo che non si è neppure consapevoli di aver perduto.

Articolo correlato: Precipita velivolo commerciale: completamente falsa la versione ufficiale!

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

21 gennaio, 2015

Esiste la felicità?


Esiste la felicità? Per una volta la risposta è semplice: sì. Non si confonda, però, questa situazione di appagamento quasi sempre effimera, con la serenità che è del tutto incompatibile con l’esistenza: la serenità, infatti, è uno stato perenne di quiete e di imperturbabilità. Per definizione, invece, la felicità è fugace, vulnerabile. William Blake può a ragione scrivere che essa è “collocata nello spazio tra due attimi”. Montale in “Felicità raggiunta” ci insegna che essa è larvale, fragile: “barlume che vacilla, teso ghiaccio che s’incrina”.

Dunque la felicità esiste, ma è un isolotto attorniato dall’oceano immenso del dolore e della noia. Sussiste, ma solo quando l’esistenza tende a scivolare nel non essere. Supremo paradosso: per sentirsi gratificati, bisogna cominciare ad immergersi nel non essere. Non è un caso se quasi tutti gli autori più profondi evocano il piacere come uno smarrimento nell’oblio, nell’incoscienza. “E naufragar m’è dolce in questo mare” chiosa Leopardi nell’”Infinito”, vale a dire che, solo quando si dimentica il mondo e sé stessi, si assapora un istante di soavità. In modo analogo una corrente minoritaria del Buddhismo vede nel Nirvana, di solito concepito come ineffabile beatitudine di là da ogni determinazione, il Nulla, sic et simpliciter.

“Piacer figlio d’affanno”, osserva ancora il genio di Recanati. E’ vero: il diletto nasce dal contrasto con la sofferenza; quanto più i patimenti sono acerbi, tanto più dolci sono le gioie. Tuttavia conosciamo una condizione in cui la letizia non germoglia fra un groviglio di spine: è il caso dell’infanzia; allora si è giocondi, spensierati, pur senza aver esperimentato i travagli delle età successive. Nondimeno è - come si osservava - una felicità che confina con il non essere, poiché i bimbi non possiedono ancora piena coscienza né di sé né del tempo, percezione che è in primo luogo strumento di tortura. Agli adulti, imprigionati nella corazza dell’ego, la vera giocondità è negata. Sempre.

Essere felici? Se solo riuscissimo a trovare una posizione comoda! Essere felici: un miracolo più raro dell’iridio. Non indulgiamo al “pessimismo” di Schopenauer che, riflettendo sul De vita beata di Seneca, biasima lo scrittore latino non perché le sue argomentazioni non siano persuasive, ma in quanto il filosofo romano si sofferma su qualcosa che non esiste: la vita felice. Nonostante ciò, la realtà assomiglia più al capolavoro di Schopenauer che ai libri della New age.

Come dimenticare che a volte a congiurare contro una labile condizione di soddisfazione siamo noi stessi? Ci sabotiamo, roviniamo quei rari momenti di buonumore con le nostre geremiadi, il nostro incessante, inestinguibile anelito che ci trascina verso obiettivi sempre più lontani, sempre più illusori.

Infinita grandezza ed infinita miseria dell’essere umano, contraddizione vivente: egli beve alla fonte del piacere e se ne disgusta; beve alla sorgente del dolore e ne trae un’amara voluttà.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

29 dicembre, 2014

Dio, il diavolo e gli "ingegneri politici"


Educare significa per lo più sfatare i luoghi comuni.

E’ da molti, molti anni che svariati commentatori e cittadini ripetono che il popolo, di fronte alle alla politica iniqua degli apparati, un giorno o l’altro si ribellerà per rovesciare il governo di turno.

No! Non accadrà, per una serie di ragioni incuneate nell’ingegneria politica. [1] Quelli lì non sono scemi. In primo luogo, ogni sollevazione generale è oggi impossibile a causa degli strumenti micidiali di cui dispongono le forze dell’”ordine”. La coercizione ed il controllo hanno toccato livelli spaventosi: anche solo organizzare una manifestazione di protesta è divenuta un’impresa ardua. Figuriamoci un’azione volta a rovesciare l’establishment: essa abortirebbe sul nascere.

Un altro motivo per cui è inimmaginabile una rivolta efficace contro il Leviatano risiede nel fatto che a ribellarsi dovrebbero essere proprio coloro che sono inermi, deboli, spesso rassegnati. Disoccupati, emarginati, indigenti, pensionati con la minima non dispongono, per natura, di risorse logistiche e finanziarie utili ad azioni determinanti. Potranno gridare qualche slogan in un corteo, inalberare dei cartelli, occupare una piazza… ma tutto finisce lì: qualche “carica di alleggerimento” ricondurrà i dimostranti a più miti consigli.

La classe che opprime il popolo può contare su mille potenti armi per tenere a bada i reietti: l’esercito, la polizia, la magistratura, i media ufficiali.

Mi sembra tuttavia che il motivo più importante da cui dipende il carattere utopico di qualsiasi radicale rinnovamento per mezzo di terapie d’urto (ad esempio, uno sciopero fiscale) sia un altro: la mortale lentezza con cui il regime abitua i sudditi a situazioni sempre peggiori. Accade quanto avviene alla celebre rana che muore nell’acqua bollente, senza accorgersi della temperatura diventata intollerabile, poiché il calore cresce un po’ alla volta. Le condizioni economiche e sociali non precipitano da un giorno all’altro, ma si deteriorano con estenuante gradualità. Questo logoramento è stato definito giustamente “totalitarismo per gradi”. Un giorno ci si desta nella dittatura più sanguinaria, senza che ci sia avveduti delle radicali, irreversibili degenerazioni. Si è defraudati giorno dopo giorno di diritti, denaro, opportunità, prospettive, conoscenze, fino a quando ci si ritrova disarmati ed in totale miseria. La maggioranza dei cittadini non è consapevole dei cambiamenti che la conducono al baratro, un po’ come ciascuno di noi non è conscio dell’invecchiamento: la decadenza, infatti, si insinua, non si manifesta ex abrupto.

Montale scrive che “Dio ha passo di tartaruga”; il diavolo, invece, procede ancora più adagio, come una lumaca e, come una lumaca, invischia nella sua ripugnante bava.

[1] Per “ingegneria politica” si deve intendere quel complesso di strategie e di azioni volte a destabilizzare ed a distruggere progressivamente gli stati nazionali per sostituirli con una compagine planetaria di tipo tirannico in cui un’élite di arciricchi domina una massa di schiavi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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