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11 dicembre, 2017

Dativo di possesso



Bisognerebbe imparare il distacco, in primo luogo dai beni materiali. Pensiamo a quanta saggezza è incastonata nella lingua! Il Latino, per esprimere il possesso, di solito, invece di usare il verbo habere (avere), privilegia il costrutto noto appunto come “dativo di possesso” con cui l’oggetto non è indicato del tutto come una proprietà esclusiva, ma inteso come un qualcosa che pertiene a chi ne usufruisce. Gli antichi conservavano il ricordo di un’epoca e di una società in cui quanto era necessario alla sopravvivenza della comunità, in particolare i pascoli ed il bestiame, oggi era nella disponibilità di uno, domani sarebbe stato nella disponibilità di un altro: si pensi alla rotazione dei latifondi presso la classe dirigente spartana.

Lungi da me condannare la proprietà privata che è il risultato di sacrifici e lavoro, ma come non deplorare la cupidigia di cose, di denaro, la sacra fames auri (l’esecranda bramosia dell’oro) di virgiliana memoria? Si ammucchia per ammucchiare, si brama per bramare, dimenticando il celebre monito evangelico: “Non accumulate ricchezze qui sulla terra dove possono essere rovinate dai tarli e dalla ruggine o rubate dai ladri. 20 Accumulatele in cielo, invece, dove non perderanno mai il loro valore e sono al sicuro dai ladri. 21 Se i tuoi risparmi sono in cielo, anche il tuo cuore sarà là. (Matteo, 6, 19-20).

Chi oggi auspica che l’Italia ed altri paesi rinuncino all’euro per adottare una moneta nazionale, rischia di incorrere in un errore, dopo averne emendato un altro. Infatti, se è vero come è vero che il denaro è strumento di dominio, instrumentum regni, se è vero come è vero che il denaro suscita avidità, fomenta furti, rapine, discordie, conflitti, non è forse auspicabile un consorzio umano non fondato sulla pecunia, quanto sulla produzione, sull’uso, lo scambio e la condivisione di beni?

Che cosa pensare poi del denaro-merce, fulcro dell’usura? E’ per questo che, a ragione, Brecht afferma: “Rapinare una banca è un reato, ma fondarne una è un reato molto più grave”. Eppure siamo prede di rapaci banchieri, di odiosi sistemi fiscali. Occorre liberarsi sia di codesta masnada di feneratori sia della mentalità speculativa, diffusa anche tra chi giustamente critica l’establishment. E’ questa aberrante forma mentis che oggi seduce, promettendo "sùbiti guadagni", con la chimera del bitcoin, la moneta digitale sinonimo della più sfrenata follia finanziaria, di un’economia fraudolenta e fittizia, adatta ad arricchire i ricchi e ad accentuare sperequazioni e miseria.

E’ necessario - lo ripetiamo – sia emanciparsi dalla cricca dei banchieri sia dalla struttura mentale materialista: il secondo compito sembra più difficile del primo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

13 luglio, 2016

Il marchio

Da generazioni i biblisti si arrovellano per cercare di capire in che cosa consista il marchio citato in Rivelazione, libello dal nucleo gnostico con successive addizioni per lo più paoline. E’ arduo stabilirlo, ma non saremo forse lontani dal vero se vedremo in codesto stigma una diavoleria tecnologica o tout court la tecnologia intesa non come strumento, ma come “fine”, nel senso sia di scopo ultimo sia di epilogo.



Il marchio ha una natura simbolica e spirituale (di una spiritualità invertita), ma tale significato archetipico non è incompatibile con una tangibile manifestazione: il segno distintivo adombra una ritualità che sancisce il dominio definitivo sull’essere umano (oggi ne sopravvivono pochi) ormai fagocitato dalla tecnica a tal punto da essere cosa tra le cose e per giunta cosa di valore inferiore rispetto agli altri oggetti. La mercificazione dei rapporti sociali e produttivi, di marxiana memoria, si è ormai estesa e radicata in ogni dove.

Quanti oggi asseriscono che mai e poi mai si lasceranno marchiare come capi di bestiame! Sennonché già molti smaniano onde sia incorporato il microprocessore sottocutaneo: saranno così sempre collegati con i dispositivi più avveniristici. La mentalità da alveare, la mente comune, passa attraverso la connessione. La connessione è come la veste del Centauro Nesso: mortale.

Quanti, di fronte alle lusinghe o alle insidie digitali, manterranno fede al loro impegno? Vediamo già code interminabili di individui in attesa di ricevere il microchip sottopelle, come per acquistare l’ultimo modello di iPhone.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 giugno, 2016

Se questa è inettitudine...



Forse perché il numero della Bestia nei codici più antichi era il 616 e non il 666, l’indegna e kitsch inaugurazione del traforo del San Gottardo, avvenuta il giorno 1-6-2016 che contiene appunto la sequenza 616, è stato un formidabile spartiacque, segnando la fase conclusiva degli ultimi tempi. Da quel giorno, infatti, gli omicidi di stato, le operazioni “falsa bandiera” e le innumerevoli mistificazioni perpetrate dal sistema satanico, sono diventate ancora più sfacciate e plateali, incuranti del tutto di un minimo di credibilità e di logica.

Prima l’omicidio di Gianluca Buonanno, poi la truculenta pièce di Orlando, quindi la morte (?) di Joe Cox, fervente europeista etc.: sono tutti eventi che palesano un tempismo sospetto oltre alle solite strategie e finalità riassumibili nell’arcinoto modello “problema, reazione, risoluzione”.

Il carattere teatrale degli avvenimenti dove i sacrificati sono per lo più attori, ma pure vittime reali un po’ come in quegli spettacoli romani in cui i condannati a morte erano davvero giustiziati sul palcoscenico, è sempre più esibito. Perché avviene ciò? Per due ragioni: in primis, come si accennava, poiché ci stiamo addentrando nella parte più profonda ed orribile dell’inferno, una volta compiuto l’orrendo rituale del San Gottardo.

La catalisi dell’artificiosità è, però, da collegare soprattutto ad un’altra motivazione: la massa è sempre più stolida, ignara, prona. La sua capacità di comprendere, ragionare, analizzare, intuire è pressoché azzerata.

Gianluca Buonanno, pur avendo inteso alcuni perversi meccanismi del sistema, era ancora lontano da una piena intelligenza dei metodi usati dalla feccia mondialista contro cui ha lottato con coraggio leonino. In sede di Parlamento europeo egli apostrofò Federica Mogherini dandole dell’inetta e ribadendo che l’Europa nel contesto internazionale non vale un fico secco (veramente l’esponente leghista usò espressioni più colorite...). In verità, lorsignori paiono degli inetti, degli incapaci e, in parte, lo sono: non sanno quale sia il prezzo di un litro di benzina, semplicemente giacché non pagano il carburante, come non pagano alcunché. I maramaldi non sanno neppure allacciarsi le stringhe delle scarpe, in quanto le allaccia loro qualche famiglio. Sì, sono degli inetti, ma fino ad un certo punto. Leo Longanesi definiva i “politici” degli “incapaci, capaci di tutto”. Aveva ragione! Dietro una facciata di inesperienza, persino di goffaggine, i globalizzatori nascondono diaboliche abilità, tecniche sopraffini per ingannare ed asservire la popolazione: i loro apparenti insuccessi in àmbito economico, sociale, di politica nazionale ed internazionale sono altrettanti trionfi, vittorie ai danni di indigeni istupiditi. Ahi noi, sia l’ineffabile Mogherini sia l'augusta Boldrini sono detentrici di un potere immenso, sebbene paiano delle giovani di alto lignaggio impacciatissime al loro ballo di esordio nel demi-monde. [2]

E’ per questo che la Mogherini, mentre Buonanno pronunciava la sua sacrosanta invettiva contro l’Europa, poteva guardare con aria sorniona e felina l’interlocutore, mentre pensava: “Come no, come no, siamo degli inetti! Stiamo distruggendo ogni cosa, fingendo di operare per il bene delle nazioni. Ci prendiamo i meriti e, nel frattempo, portiamo a termine i nostri piani mefistofelici, senza neppure ricorrere alla vaselina. Se questa è inettitudine...”

[1] Federica Mogherini (Roma, 16 giugno 1973) è una “politica” italiana, Alto rappresentante (sic) dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza dal giorno 1 novembre (1-11) 2014.

[2] E’ un potere delegato loro da altri loschi figuri, i veri padroni del vapore: coincide comunque con un arbitrio notevole, con la possibilità di fare e disfare, senza dover dar conto ad alcuno del loro pernicioso operato.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

22 giugno, 2011

Sei giorni sulla Terra

“Sei giorni sulla Terra” è la nuova pellicola di Varo Venturi. Il dottor Davide Piso è un professore universitario che si occupa di rapimenti. Isolato all’interno dell’ambiente accademico, Davide incontra persone possedute da extraterrestri che, sotto ipnosi, svelano la presenza di un parassita. Un giorno una giovane dai capelli rossi, la fascinosa Saturnia (la brava Laura Glavan), chiede all’ordinario di indagare sull’entità che si è intrusa in lei.

Piso così viene a conoscenza di una realtà inesplorata: la sua scoperta lo porta in rotta di collisione con l’aristocrazia nera nonché con la “cupola” di esseri provenienti da lontani pianeti e da conturbanti dimensioni.

Il regista, noto per l’atipico “Nazareno”, interpreta in modo persuasivo il protagonista, avvalendosi della fotografia gotica di Daniele Baldacci, ma non riesce a drammatizzare le tesi malanghiane: nel film latitano le emozioni e la suspense, mentre gli stessi luoghi in cui sono ambientare le scene clou sono illustrati freddamente.[1]

L’opera, più che una trasposizione in chiave cinematografica delle vicende legate ai rapimenti alieni, è una didascalica esposizione di quanto Corrado Malanga ha in questi anni elaborato. Vero è che il lungometraggio non appartiene al sottogenere fantascientifico, a differenza di quanto ha concluso qualche critico corrivo, ma il gusto del racconto è azzerato dall’esigenza di dichiarare le concezioni dell’ufologo di Pisa.

Non sono pochi i limiti della produzione: scansione rigida e sequenziale degli eventi nei sei giorni cui si riferisce il titolo, recitazione meccanica di molti attori, sceneggiatura piatta, intreccio che, nonostante l’originalità del retroterra ideologico (gli alieni cattivi che tentano di ghermire l’anima per accedere alla sfera divina), ricorda troppo da vicino cose già viste.

L’espediente narrativo (?) del 666, interpretato come frequenza che imprigiona l’umanità in una matrice – ma pare che in origine il numero della Bestia fosse il 616 – evoca l'originale trovata di “Essi vivono”. I rapiti che, quando sotto ipnosi, gracchiano i minacciosi messaggi dell'extraterrestre, ci paiono una ripresa involontariamente comica del celebre “L’esorcista”. Si obietterà, affermando che le idee xenologiche di Malanga sono imparentate con la demonologia, ma appunto ricalcarle in modo pedissequo non giova alla narrazione. Quello che più lascia perplessi è, però, il messaggio: inespressivo e quadrato come un codice a barre, con la risoluzione affidata ad un ambiguo Gesuita…

Invano la regia cerca di sopperire, ad esempio con i frenetici movimenti di macchina, ad un racconto statico. Il risultato è un film che non avvince, ma che neppure convince. Compresso in poco tempo l’universo demiurgico ed oscuro di Malanga, lo si rende, nonostante il costante richiamo ad Anima, ancora più aritmetico ed antropocentrico. D’altronde Anima è solo una forma particolare di energia: se non è traducibile in numeri, poco ci manca.

“Questa non è ufologia”, protesta qualcuno, ancorato, a ragione o a torto, alla ricerca classica. “Questo non è cinema”, si potrebbe chiosare. Soprattutto dispiace che un film imperniato su Anima, ne sia del tutto privo.

[1] La presente recensione non è una disamina degli studi compiuti da Malanga sulle interferenze aliene, studi di cui alcune conclusioni sono interessanti.

Leggi qui la recensione di Lavinia Pallotta e qui la presentazione di Giuseppe Di Bernardo.


APOCALISSI ALIENE: il libro

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