Visualizzazione post con etichetta Andrea Zanzotto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Andrea Zanzotto. Mostra tutti i post

21 maggio, 2017

Paradise lust



Lo sterminio dei campi. (A. Zanzotto)

Se ci è ancora concesso di vivere un’esperienza significativa in questo mondo inaridito, avviene quando possiamo – in casi rarissimi oggigiorno – contemplare un paesaggio, trascorrere un po’ di tempo in un parco, aver cura di un giardino o di un orticello. Davvero, se esiste il Paradiso, esso è simile ad un verziere: d’altronde Paradiso significa appunto “giardino”. Non è solo la bellezza delle fonti, degli alberi e dei fiori, dalle forme e dalle tinte più disparate a suscitare una sensazione, per quanto effimera, di estasi. Non è solo il gioco sempre diverso di luci e di rezzi, quanto la coscienza di essere immersi in qualcosa di vivo: i tronchi ed i rami impercettibilmente si ispessiscono, le fronde crescono, riempiendosi di gemme e di foglie, i frutti si coloriscono, i boccioli un po’ alla volta si schiudono per esibire corolle variopinte... E’ dunque un universo vivace, fluido, percorso da linfe, da umori, da tensioni.

I sentimenti che si provano di fronte ad uno spettacolo siffatto sono ineffabili: se ne esiste uno che può, almeno in parte, rendere quanto si prova, è la nostalgia, un desiderio intenso, struggente ed indefinito. E’ forse il ricordo confuso e crepuscolare di un’età dell’oro per sempre perduta, quella evocata in tanti miti primordiali, quando non esisteva il male, solo perché non lo si concepiva, prima che il tempo profanasse il tempio della vita su cui si proiettarono le ombre della colpa, del disfacimento e della morte, prima che si avviasse l’assordante motore della storia.

Così talora ci è ancora concesso di vivere un’esperienza feconda in questo mondo sterile. Persino per qualche istante sogniamo un’impossibile riconciliazione, il ritorno all’armonia iniziale, l’apocatastasi.[1] E’ solo un sogno più labile ed evanescente della realtà...

[1] Secondo il teologo e filosofo Origene, alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale e tutte le creature saranno reintegrate nella pienezza del divino. Questo ristabilimento si definisce “apocatastasi”.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

13 maggio, 2017

Il cellulare ed il cielo



Dal cielo è questa penombra / che senza termine è la fede / anche dell’insetto che procede / dalla foglia immemore alla stella. (A. Zanzotto).

E’ ormai impossibile qualsiasi coesistenza, qualsiasi conciliazione: la stragrande maggioranza dell’umanità ha gli occhi fissi al cellulare; pochissimi sono ancora abituati ad osservare il cielo. Ciò avviene in senso letterale, ma pure metaforico. Il telefono cellulare, con tutte le sue “evoluzioni intelligenti” (mai l’intelligenza fu tanto sciocca), è emblema di una società adescata dalla tecnologia, anzi convertita essa stessa in un oggetto, reificata. Niente e nessuno potrà mai scalfire la massa in cui si è spento anche l’ultimo battito. Il contegno della massa non è adattamento né rinuncia, piuttosto adesione inconsapevole e piena al non pensiero unico, alla morte dell’immaginazione.

E’ indubbio: il destino ed il futuro appartengono a quell’esigua minoranza che sa ancora porsi delle domande, che non si lascia ammaliare dal canto stonato di sirene sintetiche. Il destino ed il futuro appartengono a quelli che sono capaci di indagare e contemplare: costoro, anche quando guardano il firmamento, per cogliere segni e forse presagi di quanto sta per accadere, intuiscono che lo stesso cielo cela qualcos’altro… Comprendono che “l’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint Exupery).

Essi non ignorano gli eventi, ma, in luogo di lasciarsi risucchiare dai “fatti”, passano accanto alle circostanze: guardano oltre per tentare di intravedere uno spiraglio, una fenditura nell’uniforme parete del mondo. Questa avanguardia affronta le sfide della vita, ma non ignora che il cimento più arduo è e sarà affrontare sé stessa.

Si vive così una condizione ossimorica, con la coscienza che la realtà si nutre di contraddizioni e di antitesi. Si procede attenti alle innumerevoli variabili, senza trascurare quei particolari che potrebbero chiarire l’intero quadro.

Ci si protende verso il fine della fine, consapevoli che niente è facile né gratuito, ma lasciandosi indietro le illusioni fatte baluginare innanzi agli occhi vacui degli schiavi. Sono grandi illusioni, ma più grandi saranno le delusioni.

Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

17 aprile, 2017

Assenzio (II)



Nella lirica "Assenzio", Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011) coagula il senso disperso del tempo che sovrasta il mondo: l'esistenza si appiatta sotto la minaccia di un universo estraneo, profano, ostile. La stagione autunnale, con l'azzurro glaciale delle Alpi, il rosso odore del mosto ed il vento amaro, è solo l'eco vuota di una conchiglia, lo strascico di un cosmo-relitto.

La deserta stagione
nell’acqua dei cortili
le sue gioie scompone
precipita dai clivi.

Verso i monti delle alpi
torna azzurro ed assenzio
di venti, torna ai campi
la sagra del silenzio.

E il tuo freddo rimpianto
sta sui vacui confini
contro il purpureo vanto
dei mosti e dei giardini,

mentre l’astro crudele
dalle attardate sfere
rigèrmina e fedele
cresce nel suo potere.

Sigillo augusto, degna
fine, voto profondo,
spada che a morte segna
per sempre il cielo e il mondo,

delle tenebre alunno
che impietrisci l’aurora!
Nell’ombra dell’autunno
il chiuso bosco odora.


Vietata la riproduzione - Tutti i diritti riservati

APOCALISSI ALIENE: il libro

23 novembre, 2011

Fiume all'alba

Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, Treviso, 1921-2011):“dall’esordio di ‘Dietro il paesaggio’(1951) legato ad una particolare forma di elegia, ad un vivo senso della campagna veneta ed a tarde, decentrate suggestioni ermetiche, la sua ispirazione si è andata via via spostando attraverso ‘Vocativo’(1957) e ‘IX Ecloghe’(1962) verso lo sperimentalismo formale e la percezione dell’invadenza della nuova realtà industriale e consumistica. Nelle poesie della silloge ‘La beltà’(1968) tuttto è posto in discussione in un pullulare di sollecitazioni interne ed esterne… Nelle sue ultime raccolte la sua ricerca, ‘un dire infinitamente turbato’, si è arricchita di nuovi percorsi in un rimescolio sempre più vorticoso e magmatico di materiali linguistici: il latino, il provenzale, i formulari dei mass media, il dialetto veneto, le riprese auliche della tradizione petrarchesca, lo straordinario petel, il gergo infantile del Trevigiano”. (Dizionario della letteratura, Milano, 1999, s.v. Zanzotto)

La lirica “Fiume all’alba” si snoda in tre strofe ingolfate di repliche. L’invocazione ad una natura ormai larvale e marginalizzata si congestiona negli aggettivi, (infeconda tenebrosa e lieve incompiuta inquieta) ammucchiati come oggetti in un’opera di Arman, eppure frementi di una vita disperatamente amata nei suoi palpiti agonici, estremi. Il linguaggio dell’inanità, dell’incalzante impetrazione sbatte nella nevrosi. Il paesaggio si umanizza, vibrando di tremiti, odori e luci: si carica dell’inquietudine di esistere per trasfigurarsi in un delirio visionario. Così, mentre l’io lirico tenta di (ri)appropriarsi, anche attraverso l’inutile precisione della toponomastica, di luoghi e tempi,(caro acerbo volto) si sfianca in un’annominatio sgomenta (dispero della primavera), a dichiarare la perdita irrevocabile, definitiva.


Fiume all'alba
acqua infeconda tenebrosa e lieve
non rapirmi la vista
non le cose che temo
e per cui vivo

Acqua inconsistente acqua incompiuta
che odori di larva e trapassi
che odori di menta e già t'ignoro
acqua lucciola inquieta ai miei piedi

da digitate logge
da fiori troppo amati ti disancori
t'inclini e voli
oltre il Montello e di caro acerbo volto
perch'io dispero della primavera


APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

AddThis

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...