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21 maggio, 2017

Paradise lust



Lo sterminio dei campi. (A. Zanzotto)

Se ci è ancora concesso di vivere un’esperienza significativa in questo mondo inaridito, avviene quando possiamo – in casi rarissimi oggigiorno – contemplare un paesaggio, trascorrere un po’ di tempo in un parco, aver cura di un giardino o di un orticello. Davvero, se esiste il Paradiso, esso è simile ad un verziere: d’altronde Paradiso significa appunto “giardino”. Non è solo la bellezza delle fonti, degli alberi e dei fiori, dalle forme e dalle tinte più disparate a suscitare una sensazione, per quanto effimera, di estasi. Non è solo il gioco sempre diverso di luci e di rezzi, quanto la coscienza di essere immersi in qualcosa di vivo: i tronchi ed i rami impercettibilmente si ispessiscono, le fronde crescono, riempiendosi di gemme e di foglie, i frutti si coloriscono, i boccioli un po’ alla volta si schiudono per esibire corolle variopinte... E’ dunque un universo vivace, fluido, percorso da linfe, da umori, da tensioni.

I sentimenti che si provano di fronte ad uno spettacolo siffatto sono ineffabili: se ne esiste uno che può, almeno in parte, rendere quanto si prova, è la nostalgia, un desiderio intenso, struggente ed indefinito. E’ forse il ricordo confuso e crepuscolare di un’età dell’oro per sempre perduta, quella evocata in tanti miti primordiali, quando non esisteva il male, solo perché non lo si concepiva, prima che il tempo profanasse il tempio della vita su cui si proiettarono le ombre della colpa, del disfacimento e della morte, prima che si avviasse l’assordante motore della storia.

Così talora ci è ancora concesso di vivere un’esperienza feconda in questo mondo sterile. Persino per qualche istante sogniamo un’impossibile riconciliazione, il ritorno all’armonia iniziale, l’apocatastasi.[1] E’ solo un sogno più labile ed evanescente della realtà...

[1] Secondo il teologo e filosofo Origene, alla fine dei tempi avverrà la redenzione universale e tutte le creature saranno reintegrate nella pienezza del divino. Questo ristabilimento si definisce “apocatastasi”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 aprile, 2017

Al capolinea della Storia



Tutto è Storia, ma la Storia non è tutto.

Oltre la Storia

Quando hai eliminato il mistero dalla vita e dall’universo, hai eliminato tutto. Oggi molti pretendono di aver compresa l’essenza del cosmo, di aver rivelato lo scopo dell’esistenza grazie alla scienza o alla filosofia. Mai l’umanità fu tanto arrogante, superba. Dispiace constatare la deriva di certi ricercatori che, dopo un percorso di interessanti ricerche, sono approdati a conclusioni semplicistiche e rassicuranti. Tra una New age con sugo quantistico ed un Idealismo per i poveri, queste conclusioni si arrogano di essere esaurienti, definitive, escludendo orizzonti ulteriori.

Si è perso il valore della vera indagine che è sempre in divenire: gli stessi studi sul Cristianesimo, lungi dal riconoscere la complessità simbolica di remote esperienze culturali, le impoveriscono attraverso l’acribia di studi filologici e di esplorazioni archeologiche. E’ vero: la storiografia ci presenta scenari sovente prosaici, ma l’età antica e medievale custodiscono un tesoro di saggezza e di profondità che è difficile ascrivere solo a banali condizioni socio-economiche, la struttura di Karl Marx.

Bisogna riscoprire il mito, nel senso più alto della parola: il mito è il complesso degli archetipi che trascendono la “realtà” empirica. Certi avvenimenti evocano significati che superano il loro svolgimento letterale. La stessa vicenda del Redentore – di là dalla storicità degli eventi – alberga nel cuore di un’incoercibile esigenza a confidare in una liberazione dal male cui è crocifisso il mondo da quando avvenne la caduta.

In alcune pristine tradizioni, in primo luogo l’Orfismo, in parte confluite ed amalgamatesi nel Cristianesimo esoterico, scorrevano sorgenti che oggi sono quasi del tutto inaridite. Sono vene cui bisogna provare ad attingere, consapevoli che la materia, anche sotto la forma più rarefatta dell’energia, non esaurisce l’enigma della natura.

Vuoti vati

E’ necessario vedere nell’attuale nutrita schiera di “profeti quantistici” dei falsi profeti. Essi continuano a promettere fantastici cambiamenti, la rigenerazione della società, il Paradiso sulla Terra. Per loro è sufficiente che si consegua la massa critica, una massa che, per ragioni incomprensibili, non si raggiunge mai. Ripetono questa solfa da anni. Fandonie! Se veramente bastasse l’intenzione della coscienza per rinnovare e guarire il mondo, visto che la coscienza ignora lo spazio ed il tempo, quindi la quantità, una sola coscienza potrebbe compiere il miracolo: non ne servirebbero tante. Sarebbe come affermare che, per appiccare un incendio di grosse proporzioni, non basta un fiammifero, ma ce ne vogliono mille.

Dunque è evidente che ci mentono: è palese che non sarà l’uomo a risolvere i problemi degli uomini. Bisogna volgersi altrove: questo non significa aderire ad una religione positiva, tutt’altro, poiché le varie chiese (da quella cattolica sino alla Confraternita della Nuova era) sono contraffazioni della spiritualità. Dallo scientismo e dallo storicismo non si deve scivolare nell’idolatria. Bisogna, invece, aprirsi alla possibilità di una salvezza della storia e soprattutto dalla storia, una liberazione che non è di origine umana.

Per millenni abbiamo confidato nelle istituzioni, nei governi, nei “politici”. Con quali risultati? Non ci siamo ancora accorti che i poteri umani (tutti) sono squisitamente disumani. Eppure siamo avvelenati ogni giorno, in modo subdolo e proditorio, sia nel corpo sia nella mente, proprio da coloro che affermano di agire per il nostro bene. Dovremmo dar forse credito alle ultime leve della “politica”, spaventapasseri nuovi nuovi, atti a sostituire quelli a tal punto sdruciti che se ne vede la paglia all’interno?

Probabilmente epocali, apocalittici eventi si stanno preparando e non saranno né una setta né un partito ad affrontare le immani sfide che ci attendono.

Siamo di fronte ad un bivio: o ci lasciamo abbindolare dai vuoti vati del XXI secolo per avviarci sulla strada larga che porta al baratro o, pur con tutte le incognite del caso, ci incamminiamo verso la stretta via della perseveranza nell’attesa.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

26 febbraio, 2017

Frammenti di Sbarbaro



Camillo Sbarbaro (Santa Margherita Ligure, Genova; Savona, 1967) è autore di liriche e di prose. Di seguito qualche esempio (versi, epifonemi, una pagina in prosa) della sua ispirazione attonita e disincantata. Circa la produzione dell’autore ligure una chiosa di A. Benemeglio: “Sulla vertebra nuda della strada, sui monti calvi e calcinati l’aridità s’accanisce: e gli spruzzi di schiume amare del mare sono lo specchio di una simbolica vicenda personale”.

Svegliandomi il mattino

Svegliandomi il mattino, a volte provo
sì acuta ripugnanza a ritornare
in vita, che di cuore farei patto
in quell’istante stesso di morire.
Il risveglio m’è allora un alto nascere;
ché la mente lavata dall’oblio
e ritornata vergine nel sonno
s’affaccia all’esistenza curiosa.
Ma tosto a lei l’esperienza emerge
come terra scemando la marea.
E così chiara allora le si scopre
l’irragionevolezza della vita,
che si rifiuta a vivere, vorrebbe
ributtarsi nel limbo dal quale esce.
Io sono in quel momento come chi
si risvegli sull’orlo d’un burrone,
e con le mani disperatamente
d’arretrare si forzi ma non possa.
Come il burrone m’empie di terrore
la disperata luce del mattino.

(Poesie)

E conosco l’inganno del qual vivono,
il dolore che mise quella piega
sul loro labbro, le speranze sempre
deluse,
e l’inutilità della lor vita
amara e il loro destino ultimo, il buio.

(Poesie)

Perché il nostro alimento è l'amarezza.

(Poesie)

Ognuno resta con la sua perduta
felicità, un po’ stupito e solo,
pel mondo vuoto di significato.

(Poesie)

La vita che sfugge incompresa.
(Poesie)

Ormai somiglio ad una vite che vidi un dì con stupore. Cresceva su un muro di casa nascendo da un lastrico. Trapiantata, sarebbe intristita. Così l'anima ha messo radice nella pietra della città e altrove non saprebbe più vivere. E se ancora m'avviene di guardar come a scampo ai monti lontani, in realtà essi non mi parlano più. Mi esalta il fanale atroce a capo del vicolo chiuso. Il cuore resta appeso in ex voto a chiassuoli a crocicchi. Aspetti di cose mi toccano come nessun gesto umano potrebbe. Come la vite mi cibo di aridità. Più della femmina, m'illudono la sete e gli artifizi. Il lampeggiar degli specchi m'appaga. A volte, a disturbare l'inerzia in cui mi compiaccio affiora, chi sa da che piega di me, un mondo a una sola dimensione e, smarrita per esso, l'infanzia. Al richiamo mi tendo, trepidante mi chino in ascolto... Ah non era che il ricordo d'un'esistenza anteriore! Forse mi vado mineralizzando. Già il mio occhio è di vetro, da tanto non piango; ed il cuore, un ciottolo pesante.
(Trucioli)

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APOCALISSI ALIENE: il libro

10 dicembre, 2016

Come il sistema è riuscito a rovinarci la vita

Tralasciando tutti coloro cui il sistema ha distrutto l’esistenza, scaraventandoli sotto un ponte, bisogna riconoscere che il Leviatano è comunque riuscito, passo dopo passo, a rovinare la vita di chi, tutto sommato, non se la passava tanto male.

Lo Stato, con i suoi innumerevoli tentacoli (fisco, forze dell’ordine”, polizia municipale, tribunali, “sanità”, amministrazioni pubbliche...), ha lacerato il tempo in una serie di scadenze indifferibili, di assurdi obblighi. L’unica alternativa al giogo della disoccupazione è il giogo di un lavoro che consiste, nel migliore dei casi, nella ripetizione infinita di compiti inutili ed alienanti: è un versare acqua nel setaccio delle Danaidi.

Siamo costantemente ricattati in primo luogo con il denaro: chi non ha un reddito, per quanto esiguo, è gettato ai margini della società, costretto ad elemosinare o a “vivere” di assistenza.

In tutto questo si legge un preciso, diabolico proposito di trasformare gli uomini in schiavi, di controllarli in modo ossessivo. Se agli schiavi, nel mondo romano, durante i Saturnali era concesso di agire come liberi, oggi agli iloti sono elargite distrazioni tecnologiche: si vive sepolti in squallidi, angusti bilocali, ma con il wi-fi. Non mancheranno asociali contatti tramite le “reti sociali”.

Presto il totale servaggio sarà sancito attraverso il microprocessore sottocutaneo di cui l’identità digitale, introdotta in modo proditorio e surrettizio, è l’inquietante prodromo.

Fino a qualche anno fa, almeno, quando ci si sentiva soffocati dal cappio dell’esecrato sistema, si poteva assaporare qualche ora in cui ritemprare il corpo e lo spirito, con una passeggiata in campagna, un’escursione in un luogo silvestre o per mezzo di quattro passi in riva al mare. Oggi uscire significa entrare in una camera a gas: il cielo è perennemente insudiciato da scie mefitiche e la natura è un pallido, esangue simulacro di sé stessa.

Così ci hanno tolto quasi tutto e ci toglieranno quel poco che ci rimane. Eppure per chi disdegna “tutti i regni del mondo”, per chi può asserire come il filosofo: “Omnia mea mecum porto” (Porto con me ogni vero bene”), le razzie statali, pur abominevoli, sono effimere punture di spillo. E’ così: la filosofia, che mira all’eterno ed al vero, è un bene che niente e nessuno ci potrà mai strappare.[1]

[1] "Omnia mea mecum porto" è una locuzione che Cicerone (Paradoxa Stoicorum 1, 1, 8) attribuisce a Biante di Priene, uno dei Sette savi vissuto nel VI secolo a.C. Seneca, invece, la ascrive al filosofo Stilpone di Mégara. Egli, quando Demetrio I Poliorcete, conquistata Mégara, gli chiese se avesse perso qualcosa, rispose "Nulla: ho tutto con me!" (Seneca, Epistulae morales, 9, 18-19).

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 dicembre, 2016

Destinatari



Anche per il pensiero c’è un tempo per arare ed un tempo per mietere. (L. Wittgenstein)

Per chi si scrive? A chi ci si rivolge quando si elabora un articolo, si produce un video e via discorrendo? Senza dubbio i destinatari non sono i negazionisti la cui manifesta incapacità li colloca molto al di sotto dei sub-uomini.

Si ha sovente l’impressione che molti messaggi siano destinati ad essere captati ed intesi da una cerchia, un’aristocrazia che non riesce a varcare il confine della propria superiorità intellettuale, anche se forse è un cenacolo che impercettibilmente si allarga. La sfida all’establishment è agone contro l’ignoranza, poiché il sistema è ignoranza eretta a sistema. Si capisce allora quanto sia arduo non tanto educare, ma almeno informare un’opinione pubblica purtroppo plagiata.

Le carenze culturali si traducono in inettitudine, in remissività nei confronti del potere. Questo vale specialmente per gli Italiani inclini a lamentarsi, ma quanto mai recalcitranti ad agire, anche quando è intaccato ed attaccato il loro orticello.

Per chi si scrive dunque? Un po’ come Nietzsche per tutti e per nessuno. La vera élite si prefigge di spronare a porsi delle domande, ad individuare delle possibili risoluzioni: non vuole e non può offrire risposte apodittiche né strategie decisive, perché verrebbe meno al suo ruolo di coscienza critica.

Bisognerebbe anche che ciascuno smettesse di cercare, dimostrando un contegno puerile, una guida umana cui delegare sia l’azione sia – ed è più grave – il pensiero: occorre reperire in primo luogo le risorse necessarie alla comprensione della realtà in sé stessi, soprattutto per essere sé stessi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

19 novembre, 2016

I filamenti di Evora



Il 2 novembre 1959, a seguito dell’avvistamento di due U.F.O. sulla città portoghese di Evora, cadde una pioggia di filamenti. Tra gli altri, Il preside, gli insegnanti e gli allievi di una scuola scorsero l’oggetto volante che era formato da una calotta superiore di aspetto metallico ed una parte inferiore fluida, simile ad una medusa. Alcuni testimoni raccolsero campioni delle fibre che furono sottoposte ad esami di laboratorio, ma i risultati sono stati tenuti segreti fino al 1978, quando fu pubblicato il rapporto di un biologo secondo cui i filamenti, di natura organica, incistavano una creatura microscopica totalmente sconosciuta, dotata di tentacoli e di un’enorme resistenza alla pressione.

Il dossier riferisce: "Inizialmente la creatura appariva policroma: il corpo centrale era giallo, mentre i tentacoli sfoggiavano un colore rosso molto intenso. In seguito, si rilevò un forte cambiamento cromatico, con la colorazione che virò verso un tono giallognolo”. I tentacoli erano composti da filamenti paralleli, uniti da una sostanza gelatinosa. Ogni fibra aveva un aspetto trasparente, rivelando all'interno corpuscoli il cui numero crebbe con il passare del tempo; al centro del corpo centrale si notava un'apertura a forma di bocca, attorno alla quale si osservavano crepe e pieghe molto sottili".

Purtroppo i campioni di Evora sono andati perduti a causa di un incendio che distrusse il laboratorio in cui erano custoditi.

La caduta di fibre simili è fenomeno tipico degli anni ‘50 del XX secolo; in seguito diventò più infrequente. E’ celebre soprattutto il caso di Firenze dove, il 27 ottobre del 1954, dopo il transito di alcuni oggetti nel cielo, scese una sorta di nevicata, una bambagia vetrosa, i cui fiocchi si scioglievano a contatto del suolo.

Questa sostanza fibrosa, definita anche “bambagia silicea” e conosciuta come angel hair nei paesi anglofoni, fu segnalata a Gela nel 1954, ad Oloron in Francia il 17 ottobre del 1952, a Gaillac il 27 ottobre dello stesso anno, ad Ichinoseki, Giappone, il 4 ottobre 1957, a San Fernando, California, il 16 novembre del 1953 etc. Analizzati, i capelli d’angelo si rivelarono un composto di vetro a base di boro e silicio.

A distanza di decenni, non è ancora stata gettata una luce chiarificatrice su questo fenomeno, anzi l’avvento della geoingegneria clandestina, con le sue piogge di filamenti, risultato della polimerizzazione dei carburanti aeronautici, ha ulteriormente confuso la situazione, giacché non pochi ufologi li interpretano come bambagia silicea, laddove non c’entrano alcunché con i “capelli d’angelo” né con le tele di ragno, a differenza di quanto asseriscono i negazionisti.

Ricapitoliamo. Nonostante certe somiglianze, bisogna distinguere tali ricadute in tre tipologie.

• Filamenti organici di Evora.
• Composti vetrosi inorganici.
• Fibre polimeriche derivanti dal decadimento dei carburanti avio.

Fonti:

- R. Malini U.F.O., il dizionario enciclopedico, Firenze, 2003, s.v. capelli d’angelo e Firenze
- Misteroufo


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APOCALISSI ALIENE: il libro

16 ottobre, 2016

Elogio dell'ignoranza



Viviamo in una società dove il brusio dell’"informazione" e lo scientismo hanno quasi del tutto eclissato il vero sapere, la cultura nutrita di pristine tradizioni, di consuetudini semplici, di un’istintiva e schietta adesione alla natura.

La gente di campagna è considerata, per atavico pregiudizio, ignorante, come sono guardati con sufficienza gli anziani che, più per ragioni di temperamento che anagrafiche, non sono integrati nella “comunicazione” digitale, oggi glorificata, perché ritenuta l'unica efficace ed efficiente.

Eppure quanta saggezza in quelle persone spesso attempate che ancora usano vocaboli pregnanti, corposi modi di dire, antichi e sapidi proverbi: è un mondo ormai quasi del tutto tramontato. Quante risonanze a volte in un termine solo, in un verbo coniugato nel modo giusto, in una frase impreziosita da una cadenza o da una massima vernacolare!

E’ bello percorrere una viottola del contado ed imbattersi, di quando in quando, in uomini e donne che salutano il viandante, pur non conoscendolo. A volte ci si sofferma a scambiare qualche parola e, anche se il discorso non è profondo, è pieno di cordialità, di passione, di buon senso. E’ il buon senso di chi, ad esempio, ha compreso che il cielo ed il tempo non sono più quelli di una volta. E’ il fiuto di chi non si lascia abbindolare dagli “esperti”.

Ben venga dunque questa ignoranza piena di consapevolezza: è un’ignoranza che ha alcunché di aristocratico e persino di sdegnoso, malgrado la sua rustica genuinità. Ben venga l’incompetenza tecnologica. Ben venga il rifiuto di una realtà algida e cervellotica, a favore di un’attitudine pratica, eppure non priva di un suo soffio spirituale. E’ nelle concretezza delle cose, delle esperienze, delle relazioni umane che splende ancora un’ombra di significato.

Altri elogi

Elogio della Politica

Elogio della ripetizione

Elogio dell'inadeguatezza

Elogio della felicità

Elogio della selce

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APOCALISSI ALIENE: il libro

26 settembre, 2016

Decomposizione



Qualcuno ha scritto ”Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. E’ un consiglio quanto mai inattuale, visto che oggigiorno la stragrande maggioranza degli uomini non vuole alcun cambiamento, anzi moltissimi sono non soddisfatti, ma entusiasti del mondo orribile che è stato costruito.

Se ormai non resta più spazio per la libertà, se la natura è stata amputata, se della cultura e della giustizia è stato fatto strame, che importa? L’importante è che si possa disporre di un cellulare o di qualche altro marchingegno per essere sempre connessi, mentre il wireless ti uccide lentamente. E’ sufficiente un programma televisivo becero per massacrare la psiche della massa, per incatenarla ad una schiavitù tanto più amata quanto più è repressiva. L’unico cambiamento agognato è nella direzione di una tecnologia formidabile, quella tecnologia che strappa l’identità.

Intanto l’attualità continua a subissarci con le sue tragedie, ma esse più che indignazione o empatia, oggi generano disgusto. Ovunque ci si volti, ovunque si vada, si trovano solo ragioni di nausea, di noia, di insofferenza.

Resta – è vero – un’aristocrazia intellettuale che potrebbe additare qualche risoluzione, ma questa élite non è compresa e, se lo fosse, sarebbe motivo di apprensione. La misantropia è l’unico modo di rispettare l’idea di umanità, mentre i rapporti umani sono diventati spesso disumani. Resta – è vero – la speranza per credere che l’impossibile diventi possibile, salvo poi accorgersi che l’impossibile è destinato a restare tale. Il sogno di una palingenesi si sgretola nell’indifferenza e nell’ignavia.

La nostra società è ormai decomposta, affetta da una malattia dello spirito che non conduce ad una morte rapida, piuttosto ad un’agonia lentissima e penosa. È una decadenza senza grandezza, senza i bagliori corruschi degli ultimi aneliti, delle ultime creazioni. La società è una palude mefitica i cui miasmi ammorbanti sono appena coperti da fragranze sintetiche.

Ci sembra di vivere sotto l’imperio della fatalità, ma potevamo immaginare che il fato fosse così fatuo?

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APOCALISSI ALIENE: il libro

17 agosto, 2016

Caduta verticale delle abilità linguistiche



Oggigiorno non pochi genitori pretendono tutto dai figli, fuorché ciò che è davvero importante: esigono che ottengano risultati brillanti nelle discipline agonistiche, che meritino voti alti a scuola, che “vivano” in una campana di vetro al riparo dalle sfide del mondo. Essi, tanto queruli quanto pretenziosi, vogliono persino che i divini rampolli sottomettano coetanei ed adulti non allineati onde si adattino alla loro meschina, miserabile mentalità borghese.

Come si accennava, trascurano, invece, ciò che è essenziale: ai figli bisognerebbe chiedere che imparassero a scrivere in un italiano semplice ma corretto e decoroso. Nel momento in cui, con la tenacia ed i sacrifici necessari, si apprende a scrivere, si è già compiuto un buon tratto del percorso evolutivo. Saper costruire frasi e periodi, saper elaborare testi significa essere in grado di riflettere e di ragionare; significa pure comprendere la bellezza e la profondità della lingua (delle lingue): ci si cimenta in un ambito dove bisogna dimostrare logica, discernimento (l’asse sintagmatico, la capacità di costruire gli enunciati, di progettare l’architettura del discorso), ma pure creatività (l’asse paradigmatico, ossia l’accorta selezione dei vocaboli, secondo il contesto ed il registro). Si capisce poi quanto sia rilevante il labor limae, l’instancabile lavoro di cesellatura finalizzato a rendere il più possibile il significante connesso al significato, volto ad evocare l’idea, il pensiero attraverso idonei strumenti espressivi.

Le competenze linguistiche e testuali sono di giovamento per la conoscenza di sé stessi, degli altri e della realtà. Ammesso e non concesso che la morale possa essere oggetto d’insegnamento, una buona padronanza della scrittura implica anche un’abitudine, mediante la ponderazione di circostanze, attraverso l’introspezione, per mezzo dell’attitudine ad osservare, a porsi domande che possono lasciar affiorare una filigrana etica. Le abilità in parola alimentano il desiderio di leggere e di documentarsi (dalla scrittura alla lettura), creano i presupposti più svariati per ulteriori, proficui itinerari educativi.

Diversamente, ossia se si punta solo sulle conoscenze, anzi sul nozionismo, nel migliore dei casi si producono tanti stanchi epigoni di Umberto Eco (sit ei terra levis), personaggio di sconvolgente spregiudicatezza pari solo alla sua totale ignoranza dell’idioma italiano e di molti fenomeni culturali. In concomitanza con l’ultimo “esame di Stato”, è stato scelto dal Ministero della pubblica “istruzione” un passo di un saggio scritto dal celebre autore di romanzi d’appendicite: l’excerptum, oltre a denotare – com’è ovvio - il suo inconfondibile analfabetismo, mostra la scarsa onestà di chi si arrabatta in banali argomentazioni esegetiche, inerenti al ruolo ed ai limiti dell’interpretazione, senza mai citare Gadamer, il padre dell’ermeneutica. Insomma, con Eco abbiamo il Gadamer dei poveri.

Il pericolo della negligenza nella composizione degli elaborati è quello di scivolare nelle gaffes di un Mario Giuliacci. Il “meteorologo”, in un suo recente, imbarazzante articolo sulle scie tossiche (alias biogeoingegneria clandestina), inanella una serie di mostruosi strafalcioni al cui confronto impallidiscono le già clamorose topiche del divertente zibaldone partenopeo “Io, speriamo che me la cavo”.

Assistiamo dunque ad una caduta verticale delle abilità linguistico-testuali: è un ruzzolone sul fondo di un abisso da cui si rischia di non risalire mai più.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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