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13 maggio, 2017

Il cellulare ed il cielo



Dal cielo è questa penombra / che senza termine è la fede / anche dell’insetto che procede / dalla foglia immemore alla stella. (A. Zanzotto).

E’ ormai impossibile qualsiasi coesistenza, qualsiasi conciliazione: la stragrande maggioranza dell’umanità ha gli occhi fissi al cellulare; pochissimi sono ancora abituati ad osservare il cielo. Ciò avviene in senso letterale, ma pure metaforico. Il telefono cellulare, con tutte le sue “evoluzioni intelligenti” (mai l’intelligenza fu tanto sciocca), è emblema di una società adescata dalla tecnologia, anzi convertita essa stessa in un oggetto, reificata. Niente e nessuno potrà mai scalfire la massa in cui si è spento anche l’ultimo battito. Il contegno della massa non è adattamento né rinuncia, piuttosto adesione inconsapevole e piena al non pensiero unico, alla morte dell’immaginazione.

E’ indubbio: il destino ed il futuro appartengono a quell’esigua minoranza che sa ancora porsi delle domande, che non si lascia ammaliare dal canto stonato di sirene sintetiche. Il destino ed il futuro appartengono a quelli che sono capaci di indagare e contemplare: costoro, anche quando guardano il firmamento, per cogliere segni e forse presagi di quanto sta per accadere, intuiscono che lo stesso cielo cela qualcos’altro… Comprendono che “l’essenziale è invisibile agli occhi” (A. De Saint Exupery).

Essi non ignorano gli eventi, ma, in luogo di lasciarsi risucchiare dai “fatti”, passano accanto alle circostanze: guardano oltre per tentare di intravedere uno spiraglio, una fenditura nell’uniforme parete del mondo. Questa avanguardia affronta le sfide della vita, ma non ignora che il cimento più arduo è e sarà affrontare sé stessa.

Si vive così una condizione ossimorica, con la coscienza che la realtà si nutre di contraddizioni e di antitesi. Si procede attenti alle innumerevoli variabili, senza trascurare quei particolari che potrebbero chiarire l’intero quadro.

Ci si protende verso il fine della fine, consapevoli che niente è facile né gratuito, ma lasciandosi indietro le illusioni fatte baluginare innanzi agli occhi vacui degli schiavi. Sono grandi illusioni, ma più grandi saranno le delusioni.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

13 aprile, 2017

Una pura paura



Che cosa spinge Trump the pump e gli altri orrendi burattini della feccia mondialista a pigiare sul pedale dell’acceleratore con il fine di accendere quanto prima un conflitto planetario, non importa contro chi, con quale pretesto e con quali belligeranti? Forse la consapevolezza che il tempo stringe? Possibile. E’ palese che il guerrafondaio dell’Impero di U.S.A.tana mena colpi a casaccio: rinfocola odi, si accanisce contro la Siria, provoca la Corea del Nord, fomenta controversie con la Federazione russa (avversario fittizio) con cui fino a pochi mesi addietro pareva in buoni rapporti. L’importante è riuscire ad accendere la miccia.

Il clima è sempre più rovente: attentati finti e veri generano timore e senso di insicurezza nella popolazione abituata ad abbeverarsi alle fonti inquinate dei media ufficiali. Il terrore si diffonde dappertutto: stupri, rapine, omicidi, stragi, calamità “naturali” sono enfatizzati ed ingigantiti dagli organi di regime nei loro tratti più macabri ed efferati affinché la gente non si senta sicura neppure più a casa propria… casa di cui, tra l’altro, potrebbe presto essere defraudata. Quanti invocano sicurezza, protezione, legge ed ordine! Sono garanzie che il sistema sistematicamente distrugge, anche se finge di promuoverle, soprattutto perché rivendicate da cittadini sempre più spaventati, sempre più inermi. Il tutto mentre papa Imbroglio lancia messaggi sibillini sui prossimi cambiamenti...

Oggi non si governano i popoli neppure più con la costrizione, ma con la paura, una paura fuori controllo, folle, incommensurabile. Non passa giorno senza che un autocarro, in una tragica finzione, schiacci qualche passante; non passa giorno senza che bambini innocenti, in una tragica finzione, siano scorticati con armi chimiche. La verità soccombe al cospetto della dittatura televisiva, mentre l’incubo di vivere in un mondo stravolto, assediato da criminali e da minacce, abbatte le ultime barriere della razionalità.

In questo parossismo si può intravedere uno spiraglio? Il 2017 pare anno cruciale: oltre ad essere il centenario delle “apparizioni” di Fatima, è anche quello della Rivoluzione russa, sono inoltre trascorsi cinque secoli dalla Riforma luterana. Sappiamo quanto i Fulminati siano fissati con le simbologie numeriche e con le ricorrenze. Quest’anno potrebbe non passare senza offrire sorprese nel bene e nel male. La corda è molto tesa: o si spezzerà o ci colpirà in fronte... nel terzo occhio.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

26 marzo, 2017

Dino Buzzati: oltre il silenzio delle cose



Dino Buzzati (Belluno 1906 - Milano 1972), narratore, poeta, pittore e giornalista è noto soprattutto per il romanzo “Il deserto dei Tartari” (1940). Il suo stile è dimesso, la prosa è quasi grigia, eppure talora scintilla di improvvise accensioni liriche, si rileva in una massima pensosa, in una pennellata che cristallizza uno stato d’animo, un angolo di paesaggio: in questo modo l’ispirazione dello scrittore bellunese si anima di fremiti indimenticabili.

Di solito il discorso narrativo nei racconti – tra le sue cose migliori – procede lineare, con svolte inavvertite: sono snodi che sovente portano ad una rivelazione terribile, ad un epilogo tragico, ma la climax è lenta, estenuante e conduce alla conclusione attraverso passi tanto progressivi quanto fatali.

Buzzati è artista dalla vena metafisica: egli guarda alla realtà, scorgendone indizi surreali. Ascolta la natura e ne ode l’eco del soprannaturale, come se il confine tra l’al di qua e l’al di là fosse solo la linea sempre esitante della penombra.

La vita è esplorata in tutte le sue sfaccettature: la solitudine e l’incomunicabilità, l’anelito verso Dio, l’enigma della sofferenza e delle malattie, la ricerca inesausta, eppure sempre frustrata di un senso (si pensi al celebre testo “Il colombre”), la calamità che si abbatte fulminea su esistenze ordinarie, il tempo con il disfacimento, la santità e la depravazione… Il tono è per lo più elegiaco, ma non mancano sbuffi ironici.

Buzzati sfiora e fa vibrare un po’ tutte le corde delle emozioni e dei sentimenti: il suo tocco è delicato, gli accordi ed i contrappunti sommessi, come se l’autore avesse pudore ad interrogare il mistero del reale, per paura di ricevere le risposte che possiamo intuire.

Un’onda di malinconia fluisce in molte novelle, anche nelle storie rischiarate dalla fede, per bagnare dialoghi e personaggi colti nella loro nuda, vera umanità. A volte un’angoscia innominabile permea le pagine del N. e si coagula in scioglimenti che non sciolgono il dramma, lasciandoci con un nodo in gola. Sempre sentiamo palpitare una voce che evoca qualcosa di distante, di arcano, di spirituale.

Di seguito alcune riflessioni e sentenze tratte dai racconti di Buzzati.

“In cuor suo, Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non succedessero, ma impedirlo non può, perché è stato da lui stesso deciso”.

“Il pianto di un bimbo basta ad annullare il mondo”.

“Neppure noi sappiamo ciò che ci attende; nessuno può conoscere i dolori, le sorprese, le malattie destinate forse all’indomani”.

“Percepivo già il tempo che s’era già impadronito di me e cominciava a divorarmi”.

“Ogni vero dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro”.

“Poi la giornata ricomincia a macinarmi con le sue aride ruote”.

“Anche noi nella notte, in mezzo alla campagna solitaria, non siamo più che ombre, fantasmi scuri con dentro l’invisibile carico d’affanni”.

“I cuori, quelle buie, sanguinanti scogliere”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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