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03 marzo, 2018

Rime e ricordi



Che cosa è più musicale e piacevole di una rima? Tuttavia le rime sono pure le graffe che agganciano una parola ad un’altra, quasi una sinopia incognita ed invisibile legasse suoni e sensi. Subito, come un’eco fatale, un timbro ne evoca un altro, trascinandosi dietro le ombre e le impronte dei significati. Le rime assomigliano ai ricordi, anelli di una catena che ci incatena all’identità.

Se è vero che le memorie, con la loro persistenza non-locale, non dipendono dai neuroni che, rinnovandosi costantemente, non possono conservare le tracce mnestiche, allora la facoltà di rammentare probabilmente si situa nella coscienza. La coscienza, non coincidente con l’encefalo da considerare una sorta di trasduttore, pare il substrato dell’identità, l’archivio delle reminiscenze che, insieme con la loro controparte di attese e di previsioni, formano la concrezione che chiamiamo l’io.

Sì, la psiche è affine ad “un fascio di sensazioni” (David Hume), ma il fascio delle varie facoltà s’innerva nel sottosuolo: le facoltà dello spirito sono simili a radici che, per reperire l’acqua necessaria alla vita dell’albero, scendono fino a quando attingono il prezioso liquido da una falda profonda.

Che cos’è dunque l’identità? Una sussistenza oltre lo spazio ed il tempo, una continuità di là dall’ininterrotto, confuso flusso di emozioni, stati d’animo, sentimenti. I teologi ed alcuni filosofi la definiscono “anima”. L’identità come peso, pensiero… e vorremmo che pensiero rimasse solo con leggero.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 febbraio, 2012

Il problema del libero arbitrio in Searle (prima parte)

John Roger Searle (Denver, Colorado, 1932) è il filosofo statunitense che ha elaborato in forma sistematica le indicazioni teoriche di Austin sugli atti linguistici. Nel saggio del 2005, “La mente”, il pensatore “ci rivela gli aspetti segreti e sconcertanti di quell’elusiva entità che chiamiamo appunto mente umana. Comparsa dell’intelligenza, natura della coscienza, possibilità di un libero arbitrio, debolezzza della volontà, struttura della decisione: tutto questo ed altro ancora è al centro della riflessione di Searle che ci conduce ad esplorare il complesso rapporto tra ll’io ed il mondo”.

Il libro offre una panoramica delle ipotesi formulate da Searle sulla natura della mente con un linguaggio in genere accessibile. L’orizzonte teorico si colloca in un materialismo, per così dire, debole: la mente è considerata da Searle uno stato che dipende dalle funzioni cerebrali, ma ad esse non riducibile. Nel quadro di una trattazione di cui si apprezza la coerenza interna, l’autore approccia il problema del libero arbitrio con il rigore e la prudenza di cui un tema tanto spinoso abbisognano. Riassumo i concetti salienti della sua analisi per poi svolgere alcune riflessioni, non sconfinando dal cerchio esplorativo dell'autore.[1]

Il libero arbitrio è un problema per eccellenza, perché si nutrono normalmente due convinzioni inconciliabili: da un lato l’adesione al determinismo del mondo fisico, dall’altro il convincimento che gli uomini sono dotati di libertà. Tuttavia libero non si oppone a determinato (causato), ma a forzato, sotto costrizione. Una persona ipnotizzata o una soggetta ad una compulsione sono forzate, quindi non sono libere.

Ci si deve chiedere quali siano le condizioni causalmente sufficienti atte a determinare quell’azione e non un’altra: questo non c’entra con la responsabilità morale. Si devono considerare due opzioni: la prima (ipotesi 1) teorizza il determinismo ed il cervello meccanico; la seconda (ipotesi 2)l’indeterminismo ed il cervello quantistico. “Data la prima ipotesi - spiega Searle- dobbiamo assumere che l’encefalo sia una macchina nel senso tradizionale dell’antiquato motore a scoppio, di quello a vapore e dei generatori elettrici… Il cervello è un organo come tutti gli altri e non dispone di libero arbitrio più di quanto ne disponga il cuore, il fegato o il pollice sinistro… Quanto all’ipotesi 2, non è affatto chiaro quale genere di meccanismo il cervello debba essere affinché il sistema presenti il grado giusto di indeterminazione. Stiamo assumendo che il cervello, al suo livello più elementare, sia non deterministico, vale a dire che lo iato, effettivamente esistente al livello più alto, si estenda fino alla base, fino al livello dei neuroni e dei processi subneurali”.

Esiste in natura un àmbito che presenta una componente non deterministica ed è quello della meccanica quantistica: in questo contesto, uno stato è responsabile causalmente di un altro stato solo in modo probabilistico, aleatorio. “La casualità dei microprocessi quantistici che provocano al macrolivello i fenomeni di coscienza non implica che i fenomeni di coscienza siano causali”… Dobbiamo supporre, allo stato attuale della fisica e della neurobiologia, che vi sia una componente quantistica della coscienza… L’ipotesi 2, implausibile, nega che il cervello sia un organo come tutti gli altri ed attribuisce un ruolo speciale al libero processo decisionale cosciente”. Searle conclude in maniera interlocutoria: non sappiamo in realtà come il libero arbitrio possa esistere nel cervello, ammesso che esista, ma sappiamo di non poter sfuggire alla convinzione di essere liberi: non possiamo agire, se non presupponendo la nostra libertà.

[1] Sono osservazioni collocate grosso modo nel quadro della filosofia di Pearle: questo non significa che chi scrive aderisca del tutto al suo pensiero. Del volume in esame, ad esempio, non mi convincono né l’assunzione del nesso causale tra stati cerebrali e stati mentali né il realismo ingenuo.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

01 dicembre, 2011

L'anima e il suo destino

“L’anima e il suo destino” è il titolo di un saggio del teologo Vito Mancuso. Il libro ha suscitato infuocate polemiche, poiché l’autore, pur dichiarandosi cattolico, mette in discussione alcuni dogmi di Santa Madre Chiesa. In effetti, mi domando per quale motivo Mancuso continui ad aderire al Cattolicesimo, visto che ne contesta gran parte della discutibile dottrina. Non intendo qui recensire il volume che non è privo di qualche pregio, benché costruito su premesse scientifiche e filosofiche alquanto farraginose. E’, però, lodevole che l’autore si interroghi circa i novissimi, sull’orizzonte ultraterreno dell’uomo, accantonate le questioni sociali o pseudo-etiche cui indulgono in modo corrivo sacerdoti e vescovi dal pulpito e soprattutto in televisione.

Il saggio in oggetto è dunque uno sprone per collocare tra parentesi temi insulsi e cercare risposte sul nostro destino. Il tema dell’immortalità dell’anima, dibattuto sin dagli albori della filosofia, è oggi per lo più ignorato: la scienza quasi sempre identifica l’anima con il cervello, dichiarandone de facto la caducità; la filosofia preferisce esplorare altri territori. Resta, però, ineludibile la domanda: che cosa ci attende, dopo che sarà conclusa l’esperienza su questo pianeta? Le risposte sono sostanzialmente tre: il nulla, l’esistenza in un altro corpo, un’altra vita in una realtà non fisica.

Tutto sommato, la prima ipotesi non è poi così indesiderabile, viste le torture e le storture della condizione umana, tormenti che non sappiamo se la morte cancellerà ipso facto o no.

A proposito della seconda possibilità, mi sono già espresso nell’articolo “
Reincarnazione” cui rimando.

Bisogna ora sfiorare la terza congettura. Qui mi comporto da avvocato del diavolo e riconosco che, nonostante gli studi condotti sulle near death experiences ed il lascito di antiche, venerande tradizioni, a tutt’oggi l’idea di immortalità dell’anima resta labile ed affidata alla fede del singolo, a meno che non si abbia esperienza delle sfere invisibili. I racconti dei “ritornati in vita”, pur essendo indizi significativi, di per sé non dimostrano molto: potrebbero essere, infatti, il risultato di ricordi e di immagini introdotti dall’”esterno”. Il tanatologo Cesare Boni, convinto assertore dell’immortalità dell’anima, asserisce che i defunti ed i luoghi scorti da chi varca il limitare tra la dimensione terrena ed il regno oltremondano sono generati dalla coscienza stessa: non sono dunque “oggettivi”, essendo archetipi sedimentati nell’inconscio che l’io desta nel momento cruciale del trapasso. Di per sé non provano che, dopo il momento fatale, si dipani un’altra vita e ci si inoltri in una plaga metafisica.

Comunque stiano le cose, è palese che l’uomo difficilmente rinuncia a nutrire la speranza che la sua identità non si perda, una volta scritta la parola “fine”.

Alcuni confidano nella resurrezione del corpo, credenza probabilmente di matrice persiana che, se non si intende il soma come un quid trascendente la pura materialità (il corpo glorioso di Shaul), rischia di sdrucciolare in una concezione grossolana, prefigurando per gli eletti un paradiso simile ad un noioso villaggio turistico. Si è che l’eternità non è nel tempo, mentre il corpo (anche rigenerato) è nello spazio-tempo, ossia in uno stato incompatibile con la beatitudine. Vogliamo forse vagheggiare un mondo in cui si conservino indefinitamente le spoglie fisiche?

Se l’anima esiste, non è ilica: così è libera dal carcere spazio-temporale, causa di ogni patimento. Il suo stato è forse contiguo ad un sereno nulla o, per lo meno, ad un’estasi leggera, eterea, impalpabile. Se l’anima non esiste, l’individualità si sbriciola con il soma e… morta lì.

Esiste la vita dopo la morte? E’ questa la domanda che echeggia nel vuoto della nostra ignoranza.

Un altro interrogativo è forse, però, più abissale: esiste la vita dopo la nascita?


APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare


02 novembre, 2010

Che cos'è la spiritualità?

Che cos’è la spiritualità? Qualcuno scrisse con sarcasmo che “lo Spirito è la reificazione del nulla”: ben venga codesta definizione, se intendiamo il nulla come l’invisibile sorgente del tutto. In verità, sfiorare un argomento come lo Spirito è audacia ed ingenuità, poiché è come se volessimo esplorare gli spazi siderali distanti anni-luce dalla Terra solo con gli occhi. Eppure abbiamo occhi per interrogare il mondo ed orecchi per ascoltare l’abissale silenzio delle risposte.

Lì, sulla soglia, il linguaggio si sgrana e le parole si arrendono di fronte all’enigma, ma una manciata di sillabe può ancora strappare all’incomprensibile un brandello di verità. Se i sensi sono quasi del tutto ottusi di fronte allo Spirito, lo sguardo interiore può, in casi eccezionali, che sono stati di grazia, coglierne una favilla.

E’ necessario trascendere la materia: siamo non tanto pesci in un acquario, condannati a vedere il cosmo da una sola angolazione, quanto libellule imprigionate in una goccia d’ambra. Se riteniamo che nulla esista oltre il mondo fisico, che tutto sia numero, ci sarà per sempre preclusa la possibilità di concepire un universo avulso da ferree leggi di disfacimento e di morte. Se crediamo che il pensiero sia una funzione del cervello e che, come affermava Hyppolite Taine, la virtù ed il vizio siano assimilabili rispettivamente allo zucchero ed al vetriolo, allora vedremo nell’Eneide o in una sinfonia di Beethoven, solo degli elaborati diagrammi. L’intelligenza che crea i capolavori non è nell’encefalo che è strumento: essa travalica le reazioni biochimiche per albergare in un luogo che è un non-luogo, provenendo da un tempo che è non-tempo.

Troveremo sempre lo strenuo assertore del meccanicismo e del materialismo e certi suoi argomenti sono pure persuasivi, se consideriamo il mondo fenomenico gravato dall’entropia, ma davvero il cosmo è solo un congegno per quanto sofisticato?

E’ impossibile dimostrare, ricorrendo alla ragione, che oltre (o sotto?) la materia, aleggia lo Spirito. "Mens agitat molem" è una bella metafora, non un teorema. La dimensione metafisica (talvolta sarei tentato di denominare la metafisica “subfisica”, in quanto substrato della materia, combustibile con cui si produce l’energia, fiume carsico) ha le sue radici nel mondo intelligibile, non si può esperire: così errano coloro che, tramite la matematica, credono di poter dedurre l’esistenza di sfere spirituali e persino di Dio, come sbagliano coloro che negano a priori qualsiasi orizzonte ulteriore.

La visione di questo orizzonte è riservata a pochi eletti: se tutti potessimo tuffarci nell’oceano sotto la realtà quotidiana, vivremmo esperienze magnifiche. Abraham Maslow le ha chiamate “esperienze di picco”. Purtroppo ai comuni mortali questi momenti assoluti non sono concessi o sono concessi in rarissime occasioni: né manuali né corsi accorceranno il lungo cammino che separa la notte dall'alba, benché possano essere usati a mo’ di grucce. Anche, qualora uno di noi riuscisse a vivere, ancora vivo, l’estasi, potrebbe poi comunicare il suo vissuto, per mezzo dei miseri mezzi linguistici di cui disponiamo? Il mistico è custodito nel silenzio.

E’ impossibile dimostrare come mostrare lo Spirito, quantunque talora se ne intraveda indistintamente un barlume e si intuisca il senso oltre la compatta campitura del non-senso, come il tenue disegno di una costellazione colto grazie ad un’intuizione percettiva (realtà? Illusione?). E’ necessario, più che credere, avventurarsi contro ogni logica: perderemo tutto, ma guadagneremo l’infinito.


Articolo correlato: F. Lamendola, Attimi di eternità, 2010



APOCALISSI ALIENE: il libro

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