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03 aprile, 2018

Perché l'ipotesi di Felice Vinci è tanto osteggiata?



Perché l'ipotesi di Felice Vinci, secondo cui i poemi omerici erano in origine ambientati nella regione baltica, è tanto osteggiata sino alla denigrazione? Le cause di tale ostilità ci sembrano molteplici. In primo luogo, Vinci è un ingegnere, uno studioso dalla formazione tecnico-scientifica: gli umanisti, usi a compulsare i classici, a sviscerare fonti antiche, a collazionare codici, si sentono, in un certo senso scavalcati e percepiscono le esegesi dei "non addetti ai lavori" come un'interferenza, come il gesto temerario di un profano.

Inoltre molti grecisti - Rosa Calzecchi Onesti è l'eccezione che conferma la regola - sono contraddistinti da un atteggiamento conservatore, quasi retrivo: le novità sono riguardate come azioni audaci, se non sacrileghe, dunque rigettate a priori. Chiusi nella torre eburnea del tempo preterito, oggetto di venerazione, parecchi specialisti sono degli eruditi che, quanto più si ampliano gli studi, tanto più si concentrano sul loro hortus conclusus da cui non osano uscire.

Pur di smentire le congetture dell'ingegner Vinci - che sono appunto modelli interpretativi e non verità - non si peritano di esporsi al ridicolo: ad esempio, giustificano il fatto che gli eroi omerici, anche d'estate, indossano pesanti mantelli, combattono mentre spesso infuriano vento e pioggia, fantasticando di un antico clima ellenico molto più rigido e piovoso di quello attuale.

Le acquisizioni di Vinci dirimono molte apparenti antinomie disseminate nell'Iliade e nell'Odissea; sono state in buona misura avvalorate da altri ricercatori e da ulteriori scoperte archeologiche, paleobotaniche etc. Nonostante ciò, si continua ad ignorarle o a tacciarle di inattendibilità, spesso con malcelato livore.

Ex oriente lux? Sì, ma l'Oriente fu l'unico terreno dove germogliò la civiltà o anche in altre aree furono gettati i semi di culture primeve? L'Europa settentrionale fu tra quelle? Pur senza disconoscere reciproci influssi ed un'origine comune, che è tuttavia arduo definire nella sua genesi, è possibile che il Nord Europa fu un importante centro d'irradiazione etnico-culturale. D'altronde - un esempio tra i numerosi - i Siculi (I Sekelesh della stele egizia di Medinet habu) erano insediati, intorno al 2000 a.C., nell'attuale Austria (il Norico dei Romani) o nell'Illiria (Dalmazia): da lì, valicate le Alpi o attraversato l'Adriatico, si diressero nel Lazio dove si fusero per motivi che sono tutt'altro che chiari con gli antichi Liguri, per poi trasferirsi in Sicilia, l'isola che da loro prende il nome. Qualche autore considera i Siculi proto-germanici, comunque quasi tutti ammettono che erano Indoeuropei.

Il presente ha radici molto profonde, quindi per lo più nascoste. L’odierna disintegrazione dell’identità europea, intesa come patrimonio linguistico, etico, spirituale, come retaggio che si manifesta in una specifica visione del mondo, in un attaccamento ad un passato donde sgorgano le sorgenti della contemporaneità, si attua forse anche attraverso un più o meno consapevole attacco all’ipotesi settentrionalista di cui Vinci è tra i fautori.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

03 marzo, 2018

Rime e ricordi



Che cosa è più musicale e piacevole di una rima? Tuttavia le rime sono pure le graffe che agganciano una parola ad un’altra, quasi una sinopia incognita ed invisibile legasse suoni e sensi. Subito, come un’eco fatale, un timbro ne evoca un altro, trascinandosi dietro le ombre e le impronte dei significati. Le rime assomigliano ai ricordi, anelli di una catena che ci incatena all’identità.

Se è vero che le memorie, con la loro persistenza non-locale, non dipendono dai neuroni che, rinnovandosi costantemente, non possono conservare le tracce mnestiche, allora la facoltà di rammentare probabilmente si situa nella coscienza. La coscienza, non coincidente con l’encefalo da considerare una sorta di trasduttore, pare il substrato dell’identità, l’archivio delle reminiscenze che, insieme con la loro controparte di attese e di previsioni, formano la concrezione che chiamiamo l’io.

Sì, la psiche è affine ad “un fascio di sensazioni” (David Hume), ma il fascio delle varie facoltà s’innerva nel sottosuolo: le facoltà dello spirito sono simili a radici che, per reperire l’acqua necessaria alla vita dell’albero, scendono fino a quando attingono il prezioso liquido da una falda profonda.

Che cos’è dunque l’identità? Una sussistenza oltre lo spazio ed il tempo, una continuità di là dall’ininterrotto, confuso flusso di emozioni, stati d’animo, sentimenti. I teologi ed alcuni filosofi la definiscono “anima”. L’identità come peso, pensiero… e vorremmo che pensiero rimasse solo con leggero.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

16 settembre, 2017

Idolatria



Gli uomini non riescono a trovare la loro identità per varie ragioni, ma soprattutto perché essi cercano sempre idoli da venerare: l’adolescente adora il campione sportivo o il cantante di successo, l’adulto il “politico” che finalmente risolverà tutti i problemi, persino le persone più sagaci pendono dalle labbra del fondatore di un movimento che promuove la “spiritualità” o divora gli scritti di un giornalista sedicente “libero”.

E’ così: si delega, si affida ad altri il proprio destino, si abdica alla propria coscienza: anche se sopita, tutti hanno una coscienza. Ascoltiamone la voce: è la voce del Maestro interiore – nel Medioevo, età spesso ingiustamente vituperata, dipinta solo come un’epoca di oscurantismo e di superstizione – da taluni teologi era definita il Cristo. Questa voce ci può guidare, può indicarci se non la strada, il momento in cui è necessario intraprendere il cammino. Recuperiamo la libertà, senza attenderci che altri la difendano. Recuperiamo il discernimento, senza attenderci che altri distinguano per noi. Non è superbia, non è egocentrismo, bensì consapevolezza che i nostri limiti, in talune circostanze, devono e possono essere trascesi. Se perdiamo noi stessi, il rischio è abnorme, perché, fino a quando si celebra, con ingenuo ma innocuo entusiasmo un totem di silicone - un attorucolo, un atleta dopato – totem innalzato dal piccolo schermo, si alimenta la superficialità che si può ancora tentare di combattere.

Tuttavia, se costruiamo i nostri valori sui disvalori, spacciati per ideali, propagandati ed inculcati da cattivi maestri, il danno è irreparabile: “scienziati”, esponenti delle istituzioni, ministri, editorialisti, “intellettuali”, accademici… sono impostori prestigiosi, cialtroni di lusso, dai modi brillanti ed affabili, dal contegno vellutato. I loro discorsi sono conversevoli, le argomentazioni melliflue, i concetti distorti sono insinuati nelle menti con astuzia e perfino con delicatezza. Tali maîtres à “penser”, assertori del non-pensiero unico, sono i classici sepolcri imbiancati: incarnano l’ipocrisia della nostra società dove il cuore della cultura e della passione per la verità, la scuola, è, nonostante qualche commendevole eccezione, ormai il cuore nero della menzogna, anche involontaria. Pulsa, ma il suo palpito non è quello della vita, bensì il battito di un ingranaggio che stritola l’anima.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 giugno, 2017

Trasalimento



E il calcolo dei dadi più non torna. (E. Montale)

Sempre più spesso accade a chi scrive, a parenti ed amici che, mentre si verga o si legge una parola, la medesima è udita, pronunciata da qualcuno. E’ il noto sincronismo esplorato – non chiarito – da Jung e da Pauli.

Il fenomeno è quanto mai sconcertante, perché si palesa sovente con vocaboli non molto comuni: si è dunque propensi ad escludere una mera casualità. Se, però, non è una manifestazione fortuita, che cos’è il sincronismo junghiano e quali sono le sue radici?

Semplificando le ipotesi esplicative sono due: tutti gli eventi, di là dalla loro apparente dislocazione lungo l’asse temporale, coesistono in un unico stato asincrono. Così, mentre percepiamo una sequenza di avvenimenti, in realtà essi sono già tutti accaduti: la simultaneità è, per così dire, una smagliatura nel tessuto cronotopico con cui il “futuro” irrompe nel “presente”.

Un’altra spiegazione potrebbe essere la seguente: il sincronismo è il segnale di una dimensione parallela alla nostra, un livello dove gli accadimenti si sviluppano secondo una direzione diversa, ma con qualche momento in cui le due realtà si intersecano, generando la coincidenza significativa.

A prescindere da queste e da altre possibili speculazioni ed indagini sulla natura del sincronismo junghiano, dobbiamo osservare che, più dell’evento in sé, è l’eco emotiva associata che sorprende. Infatti, quando si inciampa in una concomitanza, si trasale: a che cosa si deve tale turbamento, se non all’indefinita, eppure netta sensazione che tutto sia necessario, predestinato? Così, mentre si prova questa sensazione, ci si percepisce disarmati di fronte ad una forza recondita ed inscalfibile.

Se il sincronismo è l’indizio di una fatalità, si comprende perché taluni possono antivedere l’avvenire: essi semplicemente leggono ciò che è destinato a succedere, come chi, desideroso di conoscere in che maniera si dipana e conclude la trama di una storia, decide di saltare le pagine o di avvolgere rapidamente il nastro per giungere all’epilogo. Tuttavia è spesso preferibile non sapere, è preferibile ignorare il disegno tracciato dagli dei.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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