18 aprile, 2009

Vizi e virtù del virtuale

Nell'ormai lontano 1966, Primo Levi scrisse un racconto intitolato Trattamento di quiescenza. L'autore riuscì a predire la tecnologia su cui si fonda la realtà virtuale: una macchina trasmette sensazioni a livello nervoso, generando scenari fittizi ma realistici. Fino a qualche anno addietro il virtuale era legato ad un casco ed un guanto ad hoc. Si penetrava in una dimensione parallela, astrattamente verosimile.

Oggi le tecnologie mettono a disposizione strumenti con cui la differenza tra la “realtà” empirica ed il mondo ricostruito per mezzo di matrici si è ridotta. In futuro entreremo in modo inavvertito in una gabbia dorata? Lì le sensazioni saranno portate ad un diapason parossistico, con la perdita della sensibilità. E' evidente che questa parabola implica una rivoluzione antropologica poiché non sappiamo che significato assuma l'io in una rielaborazione tecnologica del reale e come si configuri l'identità. La percezione assumerà inedite, distorte configurazioni. Sono questioni complesse e che presuppongono quesiti ancora più radicali: che cos'è la realtà? Non è forse anch'essa, almeno sotto certi rispetti, una matrice? Forse viviamo in una simulazione di cui non siamo consapevoli.

Il celebre film Matrix descrive un mondo reale che è un cupo, angosciante sotterraneo, mentre le macchine creano una simulazione scambiata per realtà. Uscire da Matrix è un'esperienza sconvolgente, perché si scopre il vero volto della vita: alla fine, però, si sfocia in una sorta di antiliberazione, giacché la conoscenza della verità, invece di elevare verso uno stato di affrancamento totale, costringe ad una lotta spesso impari contro il potere, imprigiona in un'esistenza travagliata. Manca una prospettiva superiore né le arti marziali o qualche conoscenza tecnica possono colmare il vuoto.

In verità, i fenomeni, pur nella loro caducità, paiono manifestazioni di una coscienza invisibile il cui potere creativo lascia meravigliati. E' una Mente che inscena spettacoli grandiosi, che intreccia le collane delle costellazioni alle ghirlande dei corimbi, lascia vibrare nel canto delle balene l'eco remota della genesi.

Proprio perché i demoni incrudeliscono in quest'angolo di cosmo, allestendo spettacoli rutilanti e finti come dozzinali scenografie di cartapesta, dimostrando un pazzo odio per la natura, siamo indotti ad allontanarci sempre più dalla seduzione silicea del virtuale per (ri)scoprire la bellezza delle rive sideree dove si infrangono onde di silenzio ineffabile. Senza ascoltare il canto delle sirene di plastica, potremo navigare verso isole incognite, fantastiche.

L'armonia è spontanea e naturale. E' agli antipodi di avvilenti simulazioni virtuali riconducibili, alla fine, a sequenze di gelide cifre.

Qualche orizzonte più arioso si disegna, se comprendiamo che la tecnologia non è il rimedio contro la tecnologia.



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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

16 aprile, 2009

Una base extraterrestre in Corsica?

Jean-Pierre Chambraud, scrittore e giornalista lionese, in un libro risalente all'ultimo scorcio degli anni '70, intitolato Le Corse, base secrète d'O.V.N.I., l’hypothese et les contacts extraterrestres, Monaco, 1979, riporta alcune dichiarazioni del contattista corso Michel Ange Mozziconacci. In particolare, il contattista rivela che nella parte meridionale dell'isola, non distante da Sartène, sorge un'installazione extraterrestre.

Sartène (in còrso Sartè, in italiano anche Sartèna) è un comune di 3.410 abitanti situato nel dipartimento della Corsica del Sud. E' uno dei pochi grandi paesi corsi non ubicati sulla costa. Sartène, dalle pendici di un imponente massiccio montuoso, lungo la valle di Rizzanese, domina il golfo di Valinco.

E' credibile l'affermazione di Mozziconacci? Davvero una civiltà "aliena" aveva costruito una base segreta nella Corsica meridionale e con quali scopi? Su queste presunte installazioni si è soffermato soprattutto l'ufologo britannico Timothy Good in alcuni suoi saggi. Anni fa il meteorologo toscano Bino Bini ipotizzò, in seguito a varie osservazioni e ricerche, che una base si trovasse nei fondali del Mar Ligure, presumibilmente di fronte a Capo Berta (Liguria occidentale). Per il contattato Maurizio Cavallo, una base, ospitante visitatori di Clarion, è situata nel Golfo di Genova.

Ora, prescindendo da tali controverse e labili tracce, si deve ricordare che, in concomitanza con le ormai pressoché quotidiane operazioni chimiche, attuate in sinergia con sistemi di tipo H.A.A.R.P., si notano configurazioni bizzarre di nuvole naturali, ma manipolate e di enormi scie, proprio nella zona adiacente alla Corsica occidentale. E' possibile che la struttura citata da Chambraud sia oggi gestita dalle forze armate francesi forse in collaborazione con "alieni".

La Corsica è comunque regione adatta all'installazione di basi, grazie al suo isolamento, al territorio impervio e con scarsa densità abitativa. E' anche strategica per il coordinamento e la gestione di attività che interessano il Mediterraneo occidentale e specialmente la vasta area che comprende la Sardegna, il Mar Ligure, la Liguria, la Provenza, uno dei quadranti più bersagliati dagli aerei chimici e dalle concomitanti emissioni elettromagnetiche. Il gigantesco impianto radar di Nizza, il centro logistico della N.A.T.O. di Sanremo, i poligoni disseminati nella Sardegna... per limitarci alle strutture ufficiali, inducono a ritenere che la vasta area, interessata altresì da avvistamenti U.F.O. anche piuttosto sorprendenti, sia piuttosto "calda".


Fonti:

T. Good, Base Terra, Milano, 1998
C. Macé, French ufologue Bernard Bidault is dead, 2006
G. Pattera, U.F.O.: vent'anni di indagini e ricerche, 2007. L'autore, valente biologo ed esobiologo, menziona Chambraud a proposito di inusuali fenomeni ottici in relazione ad avvistamenti di U.F.O.



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15 aprile, 2009

Oltre il dualismo (articolo di Davy-prima parte)

Pubblico un articolo che ha suscitato in me alcune riflessioni. In primo luogo, ha ragione Davy, nel momento in cui avverte che, non di rado, certe contrapposizioni sono fittizie e create dal sistema per attuare il solito "divide et impera". Un giornalista italiano, reputato dai più uno strenuo ricercatore delle verità scomode, in realtà, non ricordando mai che il C.F.R. fu fondato dai Gesuiti (è solo un esempio), con i suoi pur pregevoli e documentati articoli, ma a senso unico, alla fine disinforma. Dunque è bene imparare (è arduo, ma bisogna provarci) a distinguere tra veri e falsi attivisti: anche nel campo delle scie chimiche siti infiltrati dai servizi servono a sterilizzare il problema, a deviare l'attenzione su questioni marginali e depistanti, a dividere e confondere i cittadini.

E' palese: Davy vuole andare oltre per cercare di rendere conto dell'eterna lotta tra il bene ed il male (mi si passi l'espressione un po' enfatica e riduttiva, ma rende l'idea), riferendo questa distinzione ad un substrato cosmico ed energetico. Non mancherò di notare che il balzo è notevole e pure un po' audace: possiamo assimilare bene e male alle cariche positive e negative di alcune particelle? Qui noto un inevitabile iato, ma apprezzo che ci si interroghi su questo radicale tema per fornire qualche risposta, sebbene provvisoria e parziale. Esiste un punto in cui non ha più alcun senso parlare di bene e di male? Sì, quel punto, a mio parere, è il Nulla. Già negli istanti successivi al Nulla (o Nirvana, il non-respiro), almeno come possibilità cominciò ad affiorare un'anomalia: già il tempo lo è. Può essere stato un azzardo alla Hawking o l''entropia o una scheggia proiettata dallo scalpello, nel momento in cui la mirabile scultura della creazione prendeva forma. Forse è un aspetto consustanziale all'universo o connaturato a questo universo in cui viviamo noi terrestri ed altri esseri. E' possibile che un giorno questa frattura sarà ricomposta. Spero che quel giorno non sia lontano, pur nella coscienza che il tempo è illusorio.

Sull'anomalia mi soffermerò nell'ambito di una recensione. Quindi per ora non aggiungo altro, ma sottolineo un passaggio del testo di Davy che ritengo cruciale: "La massa è per il 95% ottusa ed ignorante ed è così che deve essere al 1.000 per 1.000 affinché sia controllata in modo definitivo". Porsi e porre dei quesiti, interrogare la realtà, indagare, per quanto possibile a 360 gradi, rifiutarsi di accettare "verità" preconfezionate serve a non essere controllati in modo definitivo, serve a non servire.



La distinzione tra bene e male è in sé il paradosso più grande dell’intera umanità, perché tutto è basato su tale antitesi. Il sistema nel globo crea contrasti nelle popolazioni a causa delle differenti ideologie di uno stesso paese, come di paesi differenti. Ci sono governi che la pensano in un modo ed altri in un altro, altri stanno un po’ da una parte ed un po’ dall’altra, ma mai in un punto in comune che concili tutti quanti.

Lo stesso vale per il credente come per l’attivista politico o studioso di cospirazioni che sia, il quale spreme di continuo le proprie meningi per capire quale sia la cosa giusta per l’umanità, ma ciò accade anche allo stesso fantomatico cospiratore che sta da una parte o dall’altra. Entrambe le parti, qualunque esse siano, esprimono il consenso da una parte ed il dissenso dall’altra. Esprimono un’intesa che crea degli opposti, in cui gli stessi opposti determinano un’intesa nell’opposta ideologia. Il rischio è che la parola “cospiratore” resti nel mezzo del libro delle parole e che il suo significato dipenda solo da chi l’analizza.

Su ciò è basato il “dividi e comanda” e la “trascendenza”, ossia sulla creazione di un’ideologia come la religione o la politica: esse, scisse in opposti, diventano varie confessioni o fazioni politiche che inducono la massa umana a scannarsi dentro quegli opposti (creati appositamente e gestiti dagli strati più alti della piramide), con il solo scopo di portare una persona a credere che si può essere di un colore o di un altro, ma mai di essere del proprio colore e della propria convinzione personale.

Purtroppo (o per fortuna), in questi ultimi anni, in molti hanno imparato a capire e generalizzare il singolo individuo, come anche la propaganda che può influire su miliardi di persone in modo contemporaneo. (Si pensi agli eventi del 9-11).

Quello che si può riscontrare nelle varie parti analizzate, è in sé l’assuefazione del singolo individuo, come della massa a cui appartiene, verso l’ufficialità mediatica che è posta come verità standard dai libri di scuola e dai mezzi di comunicazione di massa. La stessa verità ufficiale, però, non è solo questo: è anche tutto ciò che viene consentito di pubblicare anche nei siti più accusati, la cui più realistica descrizione dei fatti è comunque una verità che crea opposizioni e consensi tra attivisti ed “attivissimi burattinai”.

Come tempo addietro scrissi nell’articolo Le limitazioni del proprio io, quando un individuo va un po’ oltre alle concezioni standard, trova le risposte più adeguate alle sue domande in recinti appropriati e, come nel caso di chi dedica la propria Esistenza alla divulgazione, ci si trova molto spesso a fornire risposte consone a quegli individui che sono andati di là dalle normali concezioni. Purtroppo (o per fortuna), però, a loro sono sicuramente state date risposte adeguate ai relativi dubbi. Tuttavia fino a che punto abbiamo scavato nella tana del bianconiglio per ottenere tali risposte?

Negli ultimi anni, la scienza ha tentato di dimostrare come alcune caratteristiche della materia-energia rispecchino una struttura più profonda. Si è dimostrato che qualunque elemento (come ogni situazione), per esistere deve avere almeno un opposto, descrivendo dalla reazione dalla molecola creata da atomi con differente carica fino alla composizione di qualunque sostanza tramite le stesse molecole composte da atomi. Tutto è descrivibile in equazioni, la cui rappresentazione è semplificata e generalizzata nel linguaggio scientifico che pare sempre più simile alla descrizione di un programma creato da evoluti programmatori : essi talora lo paragonano nelle proprie conclusioni ad una realtà in stile Matrix. Se ciò fosse vero, se fossimo veramente in Matrix, come sarebbero in realtà le cose?

Ho riscontrato negli anni che è vero che non tutti sono uguali e che la nuova classe di potere punta proprio all’inadeguata eguaglianza sociale, perché la massa è per il 95% ottusa ed ignorante ed è così che deve essere al 1.000 per 1.000 affinché sia controllata in modo definitivo. Se così non fosse, infatti, oggi l’attivismo sarebbe la forza sociale che avrebbe preso le redini dell’Italia e del mondo, ma così non è e mai sarà, poiché la “massa” è un semplice software che legge il programma, secondo la propria programmazione genetica che tende ad essere influenzata drasticamente da determinati fattori esterni che puntano ad equalizzarla.

Chi è andato oltre nel capire la logica, spesso cerca le vere spiegazioni: chi è andato oltre è un’anomalia che sarà chippata da “fantomatici” alieni per rimettere l’individuo sulla “retta via”.

In sintesi, le persone normali (ovvero i menomati senza possibilità di ragionamento) sono quelli senza consistenti interferenze esterne, perché i chips sono impiantati solo a chi si pone DETERMINATE domande.



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14 aprile, 2009

Distanza, vicinanza

Tradurre il pensiero in parole: esiste un compito più arduo? Invalicabile il linguaggio si interpone tra la verità e la sua manifestazione, come un vetro che separa dal mondo oltre. Le parole sono fedifraghe e quasi sempre offendono l'idea per restituirne un pallido riflesso. Non rinunciamo ad usarle, poiché, se il silenzio assomiglia al fulgore del sole, talora una frase scolpita è come la luce tagliente, benché riverberata, della luna.

Sappiamo, però, in quanti vicoli ciechi s'infila il linguaggio, in quante pastoie di incomprensioni è annodato. Soprattutto sentiamo che il dono della vera comunicazione è raro, stupefacente, a guisa di quegli aeroplanini di carta che i ragazzi confezionano: per un miracoloso gioco di correnti, per la sapienza con cui il velivolo è stato costruito, anche per la giusta dose di saliva con cui si umettano gli alettoni, l'aereo si libra a lungo e leggiadro per atterrare lontano con naturale eleganza. Quante volte succede, però? Di solito le parole cadono miserande dopo pochi attimi: goffe caracollano per procombere, sacchi pesanti. Si è che quanto più ci accostiamo a verità essenziali, tanto più la loro luce ci abbaglia ed ogni tentativo di rendere il senso del tutto che è nulla naufraga.

Il problema è la distanza non tanto tra il significante ed il significato o tra il concetto e la cosa, ma tra il senso colto nella sua intimità ineffabile (e spaventosa) e la vertiginosa insufficienza dell'espressione. Le realtà profonde rifuggono dall'eloquio: si rintanano nelle viscere dell'infinito. Solo alcuni privilegiati riescono a gettare avventurosi ponti tra i pensieri e le elocuzioni: questi ponti sono le metafore, le analogie, ma il rischio è che anche il valore primario, letterale sia scambiato per metafora, per gioco linguistico.

Che cosa pensare dei vocaboli? Paiono forme senza voce. Che cosa delle parole? Parabole dalla parabola discendente. Che cosa dei termini? Sono il punto terminale dell'idea, la morte dell'intuizione. Resta l'ironia: l'ironia vera è la coscienza del distacco tra reale ed ideale, è pure la spada con cui tagliare i nodi (concettuali) di Gordio. Di fronte alla panoplia dell'accademismo, ai paludamenti della retorica, l'ironia è irridente, dissacrante. Di fronte al gioco crudele della vita, si converte in sorriso enigmatico, appena velato di malinconia, come quello del Buddha o quello del Cristo di certi versetti.

Talora vorremmo cancellare tutto e scrivere ex novo. A volte siamo tentati di tacere per sempre. Eppure, per serendipità, il linguaggio ci conduce in lande inesplorate o ci sospinge verso nuovi incontri. E' certo che abbiamo nostalgia del silenzio che era in principio (il Logos subentrò subito dopo), come del non-io e dell'istante atemporale, ma, in quanto uomini, viviamo in prossimità del linguaggio, sebbene qualcos'altro alberghi oltre.

Osserva Elémire Zolla in Stupore del Fanciullo: "A scavare si intorbidano le fonti alle quali occorrerebbe bere e tacere sicché si ascoltino i pensieri oscuri, interiori, in rigoroso silenzio."

E’ così, poiché il silenzio è misura della vicinanza alla verità.


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13 aprile, 2009

Interpretazioni dell'Apocalisse (terza ed ultima parte)

Interpretazione storica

Secondo Robin Lane Fox, autore di Verità ed invenzione nella Bibbia, Milano, 1992, l’Apocalisse deve essere rigorosamente collocata nel suo contesto storico, nella polemica anti-romana ed anti-imperiale di una primitiva comunità cristiana che vedeva nell’Urbe l’incarnazione del Male. Lane Fox riconduce lo stesso marchio della Bestia (il 616 o 666) ad usanze pagane, senza intravedervi alcunché di profetico. Di solito gli esegeti non credenti privilegiano un’analisi di Rivelazione per situarla nell’ambito della cultura e della Weltanschauung peculiari del I secolo dell’era volgare. Qualora ne colgano linee anticipatrici, le situano nei tempi immediatamente successivi alla composizione, tempi di cui era possibile presagire o vagheggiare gli sviluppi sulla base delle condizioni di allora.

Elemire Zolla, nel saggio Lo stupore infantile, all’interno del capitolo intitolato Apocalissi e Genesi, osserva: “Forse l’Apocalisse è un’elaborata maledizione di Roma. Quando Roma si convertì, essa fu sconfessata da Eusebio di Cesarea”. Stando all’autore, "le interpretazioni dell’Apocalisse sono combinate a puntino con la situazione politica dell’istante”.

Mi pare non si possa dubitare che il libello del Veggente di Patmos sia animato da una tensione escatologica che, però, pare proiettata in un futuro non lontano rispetto all’età in cui visse l’autore. Si riteneva in genere che la Parousia del prossimo fosse prossima. Questo anelito anima anche alcuni versetti evangelici ed alcuni passi delle Lettere paoline. Tuttavia pare che il testo si adatti, almeno per quanto attiene ad alcuni particolari, ad eventi della nostra epoca: mi riferisco specialmente al 666.

È noto che il 666 è codificato nel codice a barre, la sequenza di linee verticali di diverso spessore e separate da una spaziatura variabile, usata per identificare i prodotti ed il relativo prezzo. A questo punto ci si potrebbe chiedere come fu possibile ad un semisconosciuto filosofo dell’Asia minore, intuire che in futuro la cifra 666 sarebbe stata adoperata in un metodo di identificazione che per di più si inserisce all’interno di un sistema in cui le persone sono ridotte a numeri [1].

Le coincidenze sono suggestive: 666, oltre ad essere un multiplo di 11,1, indicante il ciclo delle macchie solari, è contenuto nei numeri romani presenti nella formula VICARIUS FILII DEI, che designa il papa. Babilonia la grande, descritta con un linguaggio immaginoso e criptico, evoca non solo l’Urbe pagana, ma anche la sede della Chiesa cattolica? Questa fu l’interpretazione prevalente nel Medioevo, visione che fu condivisa anche da Dante Alighieri. La traslazione semantica dalla Caput mundi imperiale al cuore della Chiesa cattolica (una chiesa che di cristiano non conserva quasi nulla) non appare difficile da un punto di vista esegetico, sebbene sia subordinata ad una lettura non meramente storica del libretto.

Alcune conclusioni provvisorie

Non escluderei che l’autore dell’opuscolo abbia squarciato il velo del tempo e intravisto avvenimenti lontanissimi, considerando anche la tendenza della storia a ripetere certi suoi modelli: forse alcune parti si possono leggere prospetticamente, evidenziando simbologie adatte a circostanze imminenti come ad altre più remote. Forse solo ad un’età spetta adempiere l’intera profezia, mentre per altre si allineano segni di cui solo alcuni compiuti. Pare che il 666 sia la cifra (lato sensu) che potrà trovare il suo compimento nei prossimi anni, laddove resta incongrua, se riferita ad altri secoli.

La filigrana dell’Apocalisse, almeno del suo nucleo primigenio, dovrebbe essere astronomico-astrologica: non manca chi (come Burak Eldem, Rendez-vous with Marduk, 2003) nel numero della Bestia ha colto, con argomentazioni alquanto tortuose, un addentellato con Nibiru e con il periodo, pari a 3.600 anni, del presunto pianeta. A prescindere da ciò, mi pare indiscutibile che Rivelazione contenga simboli astronomici che valgono come deittici temporali, come gli indicatori codificati in antichi monumenti, nelle cattedrali gotiche, in numerosi quadri etc. Recentemente Jan Wicherinch, autore del saggio intitolato Souls of distortion awakenings, A convergence of science and spirituality, 2009, ha ribadito tale dimensione: egli, studiando le chiese gotiche francesi, tra cui il duomo di Chartres, si è soffermato sulle sculture del timpano sormontante il portale principale. Qui il Cristo inscritto in una mandorla (Vescica piscis) è circondato dai quattro esseri dell’Apocalisse, simboleggianti gli estensori dei vangeli canonici: l’Angelo (Matteo); il Leone (Marco); il Toro (Luca); l’Aquila (Giovanni). Correttamente Wicherinch e, prima di lui, molti altri vedono nelle quattro figure anche dei segni zodiacali: Acquario (Matteo); Leone (Marco); Toro (Luca); Aquila-Scorpione (Giovanni). Wicherinch, cogliendo nei quattro segni zodiacali i bracci della Croce galattica, azzarda la congettura secondo cui le sculture di Chartres ed altre opere plastiche nascondono un messaggio: la nascita del nuovo Sole, in concomitanza con la congiunzione astrale del 2012, quando dovrebbe concludersi l’attuale ciclo precessionale e cominciarne un altro, l’era dell’Acquario.

Dunque l’Apocalisse indicherebbe un preciso punto cronologico, preceduto e seguito da accadimenti il cui valore, come spesso avviene, diviene trasparente solo a posteriori, vuoi per un contributo ermeneutico delle generazioni di lettori vuoi per un chiarimento progressivo degli emblemi (la Vergine, l’Agnello, le stelle, gli scorpioni, il numero sette, il numero ventidue etc.)

Individuare analogie con altri vaticini appartenenti alle più disparate culture potrà corroborare o indebolire la forza predittiva dell’Apocalisse, in vista di una svolta (positiva o negativa che sia) che è comunque sotto gli occhi di chi vuole vedere.

Leggi qui la seconda parte.


[1] 16 - Inoltre faceva sì che a tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e servi, fosse posto un marchio sulla loro mano destra o sulla fronte 17 - e che nessuno potesse acquistare o vendere, se non chi aveva il marchio o il nome della bestia o il numero del suo nome. 18 - Qui sta la sapienza. Chi ha intendimento conti il numero della bestia, perché è un numero d'uomo; e il suo numero è seicentosessantasei.



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11 aprile, 2009

Senza nome

Ci sfiora la sensazione a volte che qualcosa sia accaduto: è come un'anomalia o un rumore di fondo di cui non è possibile comprendere la vera natura. E' un quid che non si può ricondurre ad una genesi. Il linguaggio cerca invano di catturare la forma di questa incrinatura, di definirne il profilo spezzato.

In una giornata perfetta, si insinua un pensiero oscuro, simile ad un velo fuggevole sulla luce del cielo, ad una sottilissima ruga che solca la pelle liscia. Qualcosa si è infranto: una vena quasi invisibile percorre il calice di cristallo.

Katherine Mansfield, nel suo introspettivo racconto Il canarino, affida alla protagonista queste riflessioni: "Eppure, anche senza essere morbosi e senza abbandonarsi ai ricordi... e così via, devo confessare che mi sembra ci sia qualcosa di triste nella vita. E' difficile dire che cosa. Non mi sto riferendo a quei dolori che tutti conosciamo, come le malattie, la miseria e la morte. No, è qualcosa di diverso. E' qui, dentro, nel profondo, fa parte di noi come il nostro respiro. Per quanto duramente io lavori e mi stanchi, appena mi fermo un attimo sento che è lì che mi aspetta. Spesso mi chiedo se tutti abbiano la stessa sensazione. Non si può mai sapere".

E' vero, come intuisce la Mansfield, che avvertiamo la trafittura di questa spina, soprattutto quando ci fermiamo, quando interrompiamo per un istante le consuete attività quotidiane. Anche Lucrezio descrisse in modo mirabile l'angoscia che attanaglia l'uomo, pure Pascal evocò il tedio che adombra la vita, ma essi, come molti altri, trovarono una causa a tale condizione: la paura della morte o la comprensione dell'insufficienza della vita umana senza Dio. L'autrice neozelandese, invece, non le attribuisce un nome, poiché non lo conosce e forse non l'ha. E' un sentimento senza voce, un fuoco senza fiamma, un'ombra senza colore. Come afferrarli?

Viene il dubbio a volte che il cosmo intero sia pregno di questa misteriosa eco. Appartiene al nostro respiro, ma pure al respiro dell'universo.

E' l'alito che si effonde nelle innumerevoli espansioni e contrazioni del tutto.

E' l'alito che un giorno esalerà, senza risposta, nel silenzio dell'ultima fine?




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09 aprile, 2009

Lotteria

E' irritante ascoltare certi "esperti" e certi soloni che, mentre censurano l'Italia, patria dell'inefficienza e della corruzione, tessono le lodi dei paesi "civili" come la Francia, il Regno Unito, gli stati scandinavi... Molti intellettuali scambiano per perfette democrazie dei sistemi che hanno creato dei servizi sociali senza dubbio migliori di quelli italiani, ma si ignora o si finge di ignorare che, con strumenti raffinatissimi, i cittadini delle nazioni “progredite” sono stati convinti che il sistema non può agire né tanto meno congiurare contro la popolazione. Tuttavia le operazioni chimiche non conoscono confini ed i "politici" di tutto il mondo o quasi hanno svenduto, per una manciata di privilegi, la sovranità nazionale. Ciò dimostra che la vera civiltà non è di questo mondo. Succubi di entità mondialiste, i barattieri obbediscono ad ordini superiori, senza battere ciglio.

Così gli Scandinavi, ad esempio, ancor più di popoli mediterranei come l'italiano ed il greco, rifiutano pervicacemente di concepire, anche solo per un istante, un esecutivo che mira in verità al dominio più perverso. Gli Scandinavi, tranne qualche eccezione, non immaginano neppure a quale subdola manipolazione sono soggetti. Le persone sono state blandite, narcotizzate (una narcosi piacevolmente ferale): ora, sotto anestesia, i chirurghi della morte possono intervenire sulle cavie umane. Così, nei "progrediti" paesi scandinavi, sono state installate delle gigantesche basi H.A.A.R.P. con cui modificare il clima ed irradiare perniciose emissioni elettromagnetiche. Non solo, recentemente è stato introdotto in Svezia un nuovo sistema, denominato Energy box, per l'erogazione dell'energia elettrica nelle abitazioni. Non sappiamo in che cosa consista di preciso tale sistema, ma alcuni attivisti svedesi hanno lanciato l'allarme: Energy box è usato per il controllo mentale e, in quanto correlato a potenti emissioni elettrodinamiche, potrà provocare malattie anche gravi. A questo punto risulta quasi irrilevante che le apparecchiature elettriche subiscano dei malfunzionamenti o dei danni irreparabili.

L'atavica ed endemica insipienza delle istituzioni italiane, le lungaggini di burocrati rimbambiti ci consentono di essere buoni ultimi, sebbene molte innovazioni deleterie siano state diffuse anche nella nostra penisola, sempre con il pretesto di migliorare i servizi ed il rapporto dei cittadini con la “pubblica” amministrazione. Naturalmente tutte le iniziative del potere nascondono delle insidie, spesso feroci. La gestione dei servizi, demandata dai governi a società private, che agiscono in modo monopolistico, implica una progressiva informatizzazione, la creazione di banche dati, di realtà telematiche (anche i libri cartacei dovranno essere sostituiti da pubblicazioni in Rete).

Il governo del futuro, nei piani degli Oscurati, è un fantomatico software che gestisce individui-dati, cifre anonime.

L'ultimo rantolo della "civiltà" sarà una lotteria di numeri irrazionali.



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08 aprile, 2009

Natività mistica

«Questo dipinto (nella foto un dettaglio) è stato dipinto da me, Alessandro, alla fine dell'anno 1500, durante i tumulti dell'Italia nel mezzo tempo dopo il tempo in cui, secondo compimento dell'undicesimo di Giovanni nella seconda piaga dell'Apocalisse, nella liberazione del Demonio di tre anni e mezzo. Poi sarà incatenato in corrispondenza del dodicesimo e noi lo vedremo (gettato al suolo) come nel presente dipinto»

La Natività della National Gallery di Londra è una delle ultime opere dipinte da Sandro Filipepi, detto il Botticelli (1445-1510). E' un dipinto "pervaso da un senso di inquietudine e di una nuova complicazione drammatica (per esempio, gli abbracci degli angeli e degli uomini in basso) davvero inconsueti." (F. Negri Arnoldi). Nella Firenze su cui proiettava la sua ombra l'esagitata predicazione del Savonarola, la poetica del pittore si anima di palpiti e di incerti presagi. Conclusasi ormai la gloriosa stagione del Rinascimento fiorentino, con la morte di Lorenzo il Magnifico (1492), l'ispirazione del Botticelli trascolora in una penombra rischiarata da luci mistiche.

Il Botticelli nega nella Natività una delle conquiste più alte della pittura rinascimentale, la prospettiva geometrica, il cui carattere prevalentemente astratto e matematico l'artista aveva denunciato, privilegiando il linearismo costruttivo ed il simbolismo ermetico. In questa frattura sta la novità del quadro in cui sono recuperati moduli arcaici, come la prospettiva gerarchica, ma che, rispetto ai solenni e ieratici modelli pre-umanistici, sviluppa movimenti drammatici. Al fondo aureo l'artista sostituisce colori smaglianti e, senza rinunciare ai simboli (si pensi alla valenza emblematica dei colori: i colori delle tuniche dei tre angeli che, inginocchiati sul tetto di paglia, sorreggono un libro aperto), punta su una nuova descrizione della "realtà" in cui l'inganno ottico (i personaggi in primo piano sono non realisticamente più piccoli della Sacra Famiglia) è abbandonato. Una luce tagliente scolpisce le rocce, tornisce i tronchi, affila l'erba. Questa luce sprofonda nell'ombra misteriosa del bosco di latifoglie che è, a mio parere, il brano più bello del capolavoro. Oltre la grotta, immagine potentemente evocativa, un alone dorato si mesce al verde delimitato dal bianco latteo che digrada nel celeste del firmamento. La natura, come riflesso di un ordine superiore, incornicia esseri e valori soprannaturali.

E' veramente un'opera mistica, se mistico significa vedere, ma non con gli occhi, se mistico significa vedere oltre gli occhi. Nonostante certi stilemi arcaizzanti, la Natività è opera modernissima, poiché mostra il carattere fittizio e caduco dell'illusione percettiva, aprendo la visione verso l'interiorità. Significativo che questa visione si approfondisca, recuperando lo sguardo interno, in un'epoca cruciale per Firenze e l'Italia in bilico tra XV e XVI secolo. Anche oggi sembra che lo sguardo penetri in recessi insondati.

Molte epoche avvertono l'imminenza dell'Apocalisse: i cinque piccoli diavoli sprofondati nei crepacci o trafitti dai loro stessi forconi e l’abbraccio degli angeli con gli uomini sembrano adombrare una liberazione dell’umanità. Molte epoche avvertono l'imminenza dell'Apocalisse: ognuna adatta eventi e circostanze alla Rivelazione, all'éschaton, spesso a ragione. In questo anelito verso il significato ultimo, verso la trasformazione della storia in metastoria, risiede il valore dell'arte e della filosofia. La vita stessa non è scevra di tale tensione. A volte un istante può inabissarsi fino al fondo e portare in superficie il segreto senza nome.




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Trattato di Lisbona: firma per chiedere il referendum

07 aprile, 2009

Hard and soft

"E' necessario che gli animali si divorino tra loro. [...] Il morire è un cambiare di corpo, come l'attore cambia di abito. [...] Gli uomini si armano gli uni contro gli altri perché sono mortali ed i loro ordinati combattimenti che assomigliano a danze pirriche, ci mostrano che gli affari degli uomini sono semplicemente dei giochi e che la morte non è nulla di terribile [...]. Come sulle scene del teatro, così dobbiamo contemplare le stragi, le morti come fossero tutti cambiamenti di scena e di costume, lamenti e gemiti teatrali. [...] Coloro che non conoscono ciò che è serio, prendono sul serio i loro giochi e sono giocattoli essi stessi. Anche i fanciulli piangono e si lamentano per cose che non sono mali".


Così si esprime il filosofo Plotino, convinto che la vita è illusione, fantasma ludico. Sulla scia di Platone, il pensatore ritiene che la vera realtà sia iperuranica. Il celebre film Matrix si richiama, tra le varie fonti, al fondatore dell'Accademia, ma con una fondamentale differenza: il mondo reale è orribile, squallido, mentre in Platone il regno delle idee è radioso, illuminato dall'Idea del Bene. Quale Weltanschauung si avvicina maggiormente al vero?

Sono numerose e, almeno all'apparenza inconciliabili, le concezioni dell'universo: a concezioni soft, secondo le quali il cosmo è Maya, mentre il vero essere è oltre (Vedanta, Parmenide sino a Bohm e Wheeler, passando per Berkeley), si contrappongono interpretazioni hard, per cui il reale possiede una sua oggettività, un suo substrato. Alle quattro interazioni fondamentali, manifestazioni della materia-energia, soggiacciono delle leggi avulse dalla mente. La stesse visioni cosmologiche oscillano tra versioni radicali (per Wheeler l'essere si palesa quando è percepito), ad altre che postulano un quid indipendente dall'osservatore che influisce su certe condizioni, ma non le pone.

Apparenza? Realtà? In che cosa consiste la differenza e come distinguerle? Se il mondo fenomenico è solo un velo ingannevole o un programma in cui tutto è codificato, allora ha ragione Plotino e "gli affari degli uomini sono semplicemente dei giochi". Da quale principio promanino le parvenze e per quale motivo l'essere scivoli nell'hyle, resta un arcano. Lo slittamento era ed è un male necessario?

Se la vita è un dramma in cui si recita una parte, l'etica rischia di perdere i suoi fondamenti; se l'esistenza è predeterminata da un oloprogramma, si dissolve il libero arbitrio.

E' possibile che il non essere si sia, in qualche modo, solidificato, sebbene, come i solidi possa essere ricondotto ad una vibrazione originaria, ad un movimento rapidissimo di fili sottilissimi. E’ proprio questo moto velocissimo a dare l’illusione della stasi. Similmente la luce bianca contiene tutti i colori, benché noi ne vediamo uno solo.

La totalità è attraversata da profonde fratture da cui si genera il molteplice con una proliferazione di enti, dalla materia sino all’essere, passando per numerosi livelli intermedi.

Il non essere così, espulso dalla porta, altro allotrio rispetto all'Uno, rientra dalla finestra come relativo al cui interno gli schemi spazio-temporali e le ripetizioni meccaniche paiono infrangibili, assolute.

Suprema, improba impresa soltanto immaginare un modo di uscire dalla caverna, ma è il nostro destino, anche se, dapprincipio, la luce che splende là fuori ci accecherà.



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06 aprile, 2009

Portali-addendum

Secondo Angelo Ciccarella, la città di Lipsia, nell'ex Germania est si può considerare un portale. Nell'articolo intitolato La faccia occulta del Comunismo, lo studioso riferisce di audaci e pericolosi esperimenti compiuti dalla Stasi, la famigerata polizia segreta della Repubblica "democratica" tedesca, nel centro militare di Lipsia.

L'autore scrive: "Ad un certo punto degli esperimenti collettivi, qualcosa avvenne, qualcosa di terribile si rivelò. Un arco di radiazioni elettromagnetiche in espansione saliva attraverso gli strati delle vecchie e mai perdute trasmissioni radio di tutto il mondo. Mentre l'arco procedeva in avanti nello spazio, viaggiava indietro nel tempo e tutti i sensitivi, i tecnici, gli agenti Stasi presenti nel laboratorio, ascoltarono voci di persone morte da tempo, fino a tornare verso la prima trasmissione di Marconi e... verso il silenzio. Poi, di botto, una cascata inarrestabile di fenomeni: onde scalari, anomali flussi energetici, ampio spettro di frequenze E.M. e nota di fondo dominante, fragorosa. Uno squarcio nel vuoto ed ecco comparire un grande arazzo sopra le teste dei presenti. Vi era raffigurato un animale, una salamandra in mezzo alle fiamme. Si era creato un punto cieco, un varco dimensionale. Inavvertitamente, pigiando un tasto, oltre lo specchio si era acceso un led. Le facoltà extrasensoriali di uomini e donne unite ad un glifo psicoacustico ed ad un codice alieno (?) avevano trapassato le Porte del Tempo. La Quarta dimensione non è impenetrabile. Quando si lacera la sua struttura connettiva
, ne sopravviene un universo tangente, instabile, limitato nella trasmissione. Esisterebbero così infiniti universi, nei quali si svilupperebbero, in maniera indipendente, tutte le alternative possibili, a partire da una situazione che ha la possibilità di evolvere in diversi modi... Ciascuna alternativa diventerebbe così realizzata e praticabile in un mondo a sé, senza essere cancellata dalle altre nelle vicende di un unico mondo... Lipsia era un cancello stellare che attendeva da tempo di essere aperto, un dispositivo in grado di viaggiare nel tempo e nelle dimensioni. I massimi esperti di fisica e di elettronica provarono inutilmente ad usare il portale come arma. Il portale da solo non serve a nulla; per funzionare ha bisogno di un suo omologo di uscita nel segmento spazio-temporale di arrivo. Indovinate dove si trova l'altra porta e soprattutto chi la detiene?"

Ciccarella intravede dietro le quinte della storia una cospirazione di proporzioni gigantesche: il nome in codice dell’Entità che agisce nell’ombra è Salamandra. La salamandra, animale che, nella tradizione, era in grado di vivere nel fuoco, ricorda le figure create dal plasma.

Nel suo testo criptico, non privo di autocompiacimento e di qualche tono da ierofante, Ciccarella ha comunque il merito di rispolverare gli inquietanti scenari di un conflitto segreto, il conflitto delle psicospie. Durante gli anni della Guerra fredda, agenti psichici statunitensi (famoso è lo scienziato ed artista Ingo Swann) e dell'est europeo si confrontarono in esperimenti di visione a distanza ed in altri ambiti relativi all'uso a fini spionistici dei poteri mentali. L'ipotesi dell'autore pare la seguente: forze extrasensoriali furono all'origine di un'apertura nella sfera spazio-temporale. E' probabile che ai risultati concorsero diaboliche tecnologie. La convergenza tra dimensione medianica e tecnologica sembra essere all'origine delle scoperte che resero celebre Marconi; un ascolto di esseri dell'altrove illuminò la mente di Tesla. Gli scientisti reputano tale approccio ridicolo, poiché essi distinguono tra la scienza e la superstizione. Sappiamo, però, quanto le ricerche di eminenti studiosi anche razionalisti siano venate di magia, di occultismo.

La riflessione sui portali, su questi aditi verso regioni invisibili ci conduce al confine della percezione ordinaria, là dove i concetti razionali si appannano per compenetrarsi con idee controintuitive, con i paradossi delle verità eccentriche ed inaccettabili, appena rasentate da intelletti sublimi. Quando ci accostiamo a certe verità mai attinte prime, esse si sbriciolano e si depauperano, a contatto con il linguaggio e la logica.

Dove potrebbe essere l'altra porta verso l'Ade? Forse nelle viscere del Gran Sasso, cui accennai in Portali, visto che si trova più o meno sulla stessa longitudine (13 gradi e 34 primi) di Lipsia (12 gradi e 23 primi)? In laboratori ricavati nel cuore della montagna, non si studierebbero solo neutrini, ma si compirebbero esperimenti segreti. Alcuni scalatori hanno affermato di aver colà notato anomalie.

Nulla è certo; tutte queste informazioni e voci vanno prese con il beneficio del dubbio, ma è evidente che la realtà è molto più enigmatica e paradossale di quanto si possa immaginare.



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05 aprile, 2009

Living by numbers

Spesso i fiori avvizziscono, prima di sbocciare. Ancora esistono adolescenti curiosi e dall'intelletto vivace, ma la scuola riesce con successo a spegnere queste rare fiamme. Propongo un esempio, a mo’ di cartina al tornasole. Prendiamo lo studio dei classici della letteratura italiana: Dante, Petrarca e Boccaccio formano la triade che, secondo uno schema consolidato ma riduttivo, rappresenta un percorso che dal Cielo (Dante) porta alla Terra (Boccaccio), attraverso la tormentata mediazione del Petrarca. Questo apprendono gli allievi degli istituti "superiori", come se una linea tracciata a priori servisse per percorrere lo sviluppo dei fenomeni culturali e storici. Quanto molte meditazioni del sommo poeta fossero agglutinate nel concreto o, di converso, quanto il Boccaccio si ripiegasse su questioni di fede, non devia di un millimetro il tracciato che dalla Trascendenza porta meccanicamente all'Immanenza. Pare anche che, in questa falsariga didattica, tale itinerario, privo di digressioni e ritorni, sia un’evoluzione, dimenticando che il sublime firmamento dantesco, in cui splendono astri esoterici e spirituali, si restringe nella prospettiva boccaccesca aperta su uno scorcio prevalentemente mondano.

Che cos'è questo modo di predigerire gli autori? Quali fini veri ha? Non indugerò sulle categorie viete in cui si costringono gli artisti: sono piatte categorie spesso meramente biografiche o aduggiate da psicologismo. Questo scrittore è ottimista, quest'altro è pessimista; questo è un gaudente, quest'altro un malinconico... Mi domandavo dei fini: lo scopo è - credo - l'ottundimento dell'immaginazione con le sue faville distruggitrici.

L'adolescenza assomiglia a volte all'ultima fiammata della vita, simile all'agonizzante baluginio del crepuscolo. Si è ancora in tempo per portare con sé un tesoro dell'infanzia lontana, quando la meraviglia e l'incoscienza di essere animavano le ombre sulle pareti, i fiori della tappezzeria, le note di un pianoforte. Questo tesoro è come quel sassolino screziato che i bambini raccolgono su una spiaggia: il suo valore è nelle linee sinuose che percorrono la superficie polita, nel geroglifico indecifrabile, nelle sfumature di grigio e celeste che conservano il colore infinito del mare. Perdere quel ciottolo è una disgrazia: ci si dispera, se lo si smarrisce. Sgomenti si intraprende la via verso l'età "matura", privi della più preziosa, perché inutile, tra le gemme.

Su questo tragico passaggio, con magistrale scoramento, così si esprime Elémire Zolla, nel saggio Lo stupore infantile: "Da una certa età in poi, la suddivisione atroce tra l'interiorità ed il mondo esteriore si solidifica senza speranza. Nemmeno il fatto che almeno di notte per forza si debba uscire da questa prigione duale riesce a dissipare l'inganno che si presenta come realtà: per pressoché incrollabile illusione. Invece della pienezza naturale si profila da noi rigidamente, violentemente separato, uno spazio che ci rinserra ineluttabile, soverchiante e taluni dei suoi abitanti ci si stringono addosso, ci forzano a guardarli e ad ascoltarli, ad interrogarci su di loro, sicché crediamo che tutto si riassuma non in noi, ma nel sito molteplice dove ci si trova".

L'unica visione che ancora, tremolante e fragile a guisa di miraggio, ci è elargita è nel sogno dove per qualche istante la logica binaria si sgretola e la realtà si fonde in nebbie consolanti. Il resto dell'esistenza, però, è irretito nella dualità, nell'etica convenzionale, imposta, nella fissazione di ruoli. La "cultura" è impietrita nei calcoli dell'aritmetica, raggelata nelle algide figure euclidee, nelle formule da mandare a memoria, nell'arruffio di date. Tutto diviene logico, scientifico, misurabile, quantificato... Living by numbers.

E' penoso vedere come il sistema deformativo riesca a soffocare l'anelito alla libertà creativa. E' come se delle pianticelle fossero subito svelte, come se ai semi fosse impedito di germogliare, irradiandoli. Quale verdeggiante giardino vedremmo, se gli alberi fossero innaffiati di luce e di pioggia!

Non appena la vita si apre verso il sorriso, la dolente spensieratezza, il mistero dell''essere su cui aleggiano le domande fondamentali circa Dio, il passato ed il futuro, il cosmo e l'io, ecco che cala la mannaia del dovere, della normalità intasata di norme, lavoro, carriera, divertimenti coatti. Questa paccottiglia è all'insegna del senso comune e delle piccole aspirazioni comuni. Manca anche il tempo per conversare del nulla che è tutto.

Ci attende un’idea politica, una chiesa (religiosa o atea è lo stesso), una fede... nella squadra di calcio.

L'uomo non è più "enigma a sé stesso": è pronto per diventare una cifra tra le tante, decifrata.



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03 aprile, 2009

Simboli alieni?

Un campo dell’Ufologia indagato solo da qualche ricercatore ed in modo spesso estemporaneo è quello delle scritture e dei simboli alieni. Si tratta di un ambito molto singolare in cui sono proliferate le supposizioni: manca, infatti, una stele di Rosetta per interpretare presunte scritture extraterrestri. Le definisco presunte, perché non si può escludere che tali segni non siano vocaboli, ma glifi con funzioni particolari: in qualche caso potrebbero essere simboli.

Alcuni autori hanno evidenziato somiglianze formali tra ipotetiche scritture aliene e sistemi terrestri, congetturando un'origine stellare di lingue antiche.

Sul sito di Linda Moulton Howe, la ricercatrice statunitense che ha soprattutto indagato l'inquietante tema delle misteriose mutilazioni animali, di recente sono stati pubblicati degli articoli su scritture di civiltà esterne. Propongo la traduzione delle premesse a questi studi (gli articoli nella loro interezza possono essere letti soltanto dagli iscritti al portale), cui ho aggiunto qualche glossa.

L'avvistamento dovuto a tale Frank, risalente al 1947 e di cui non ho reperito altre informazioni, è riportato dalla Moulton Howe nei seguenti termini:

"Assomigliava ad una formazione militare composta da tre squadriglie di dischi volanti scintillanti ed argentei. Ciascuno dei tre gruppi era costituito da tredici oggetti, per un totale di 39. Disegnavano nel cielo delle figure simili a diamanti" Frank, Brooklyn, N.Y. I grafemi giapponesi, definiti katakana, sono simili a quelli che nel 1947 Frank vide scritti da una donna alta, dai capelli rosso tiziano, a bordo di un'astronave".

Il dossier intitolato Files di notevole stranezza sulle EBENs, è introdotto dall'immagine "Trilateral insignia": sono dei disegni simili ad asterichi ai cui lati si notano due cerchi (un emblema stellare con pianeti?); l'altro glifo, invece, è una clessidra squadrata, formata da due triangoli il cui vertice si congiunge al centro. "Questi "grafemi" furono visti da testimoni su navi spaziali. Il simbolo, simile ad una clessidra, è associato a creature umanoidi bionde e significa la convergenza di due mondi".

Sul valore di questi emblemi si potrebbe discettare a lungo, ma forse non ci discosteremo del tutto da un'interpretazione plausibile, se penseremo che eventuali creature di altri mondi attingano ad un repertorio di archetipi anche formali o di immagini tradotte in forme comuni o quasi nell'universo visibile. Questo potrebbe spiegare l'affinità tra significanti alieni e terrestri, senza dimenticare una parentela. Anche i significati potrebbero assomigliarsi? Se così fosse, nei triangoli dei "Nordici" si potrebbe scorgere la matrice o una declinazione dell'esagramma che esprime l’unione del cielo e della terra, del mondo spirituale con il mondo materiale.

Interessanti coincidenze...



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01 aprile, 2009

I

Singolare che il lungo, tortuoso percorso delle lingue indoeuropee sfoci in I, più che pronome di prima persona, figura araldica.

Osserviamo: il tratto verticale è veramente l'io, l'uomo che si pianta nel reale. E' un uomo-albero con un abbozzo di radici (la linea inferiore) ed uno di chioma (il breve segmento superiore). Profonda verità: l'uomo ha le radici che allignano nella Terra e l'intelligenza che scruta il Cielo. E' anche, come comprese Giovanni Pico della Mirandola, il dilemma tra l'ascensione verso una natura angelica o la caduta nella materialità. Questa esile linea evoca anche la cosciente, grandiosa fragilità che Blaise Pascal riconobbe nella condizione umana.

Così, nell'inglese, lingua ormai imbastardita e dura, a causa soprattutto della perdita della flessione, si isola questa orgogliosa colonnina (a volte troppo: non sarebbe preferibile scrivere il pronome con la minuscola, quando non è al principio di un enunciato?) che spezza lo spazio e, mentre cerca di sfiorare il firmamento, è irrigidita nell'ego, indurita in una concrezione che chiamiamo corpo. Non è certo in questo involucro l'identità né nella mente egocentrica: la vera identità è fluttuante, onda che si mesce ad altra onda, pietra permeabile. I pensieri provenienti dagli orizzonti del cosmo e dai recessi delle anime attraversano possibilità di esistenza che affiorano dal nulla per ritornarvi.

L'io emerge alla nascita, ma solo più tardi diventa ego, il cerchio chiuso in sé stesso, dimentico dell'inebriante. leggero essere in bilico sul non essere. L'identità, nella prima infanzia (sia filogenetica sia ontogenetica) è soggetto ed oggetto insieme, è percezione che percorre le dimensioni invisibili, vertigine tra gioia spaventevole ed insignificante dolore. E' una freccia che, una volta scoccata, colpisce differenti bersagli. Soprattutto è libertà dal Tempo, il padrone arcigno dell'esistenza. Per questo motivo difficilmente qualcuno di noi ricorda gli anni dell'iniziale puerizia: semmai assaporiamo ancora qualche acre sentore, ne sfioriamo superfici scabre o lisce, ma non riusciamo a rievocare per immagini, poiché la vista, senso astratto per eccellenza, era ottenebrata (quanto luminose erano quelle tenebre!) da sensazioni corpose, avvolgenti, umide di terra e calde di sole. Era il tempo dell'unità senza che ci si sentisse uno, della non dualità: la logica e la separazione sono i frutti amari della coscienza di sé, come alterità rispetto ad un mondo da cui siamo stati espulsi. Qui e lì, ieri ed oggi con la propaggine incerta del domani: la vita si di-vide, si esteriorizza e diventa ex-sistenza. La memoria crea l'illusione della persistenza, il carattere si forma scolpito o scheggiato, persino frantumato dagli eventi. Le esperienze si sedimentano per formare un sottile substrato che il futuro dilaverà, porterà via.

Osserviamo la I di I. E' il nostro essere filiforme divorato dallo spazio come in una longilinea scultura di Alberto Giacometti. La risposta è nell'accettazione: sparire non è annullamento, ma passaggio e ritorno al puro essere, al Sé. Non è condanna, ma quiete e liberazione.

Articolo correlato: Zret, T, 2009



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31 marzo, 2009

Interpretazioni dell'Apocalisse (seconda parte)

Interpretazione esoterica

Questa lettura di Apocalisse si deve a Edgar Cayce (1877-1945), il cosiddetto profeta dormiente. Nel modo seguente Mike Plato ricostruisce l'esegesi di Cayce che comprese:"il complesso simbolismo del Libro della Rivelazione, simbolismo che, analogo a quello del Libro del profeta Daniele, dava compimento all'intero testo biblico, in quanto rappresentazione del viaggio dell'anima spirituale verso il Regno di Dio. ... Il Libro sarebbe la storia simbolica del modo in cui l'umanità in generale e l'iniziato in particolare giunga a manifestare il divino. Cayce intuì che le sette chiese ed i sette sigilli che l'agnello mistico infrange sono i sette vortici energetici lungo l'asse cerebro-spinale. Questi centri normalmente bloccati celano tutte le forze psichiche e spirituali e a loro corrispondono sul piano fisico, le sette ghiandole endocrine fondamentali. Chi riesce a spezzare i sigilli arcontici è in grado di divenire uno con la coscienza cristica... Il libro della vita è il codice genetico nel quale il serpente maledetto si è insinuato e si garantisce la sopravvivenza come un parassita, attraverso la procreazione biologica. … Secondo Cayce, il Regno di Dio è l’originario stato di coscienza di Adamo, prima che cadesse. L’Albero della vita è il complesso dei centri di potere. L’Angelo preposto ad ogni Chiesa è la Forza intelligente che governa un dato centro. Satana è l’ego… Il Libro della Vita è la memoria sepolta nell’anima. La Nuova Gerusalemme è la supercoscienza ridestata. La donna coronata di stelle è l’anima redenta e pronta alle nozze mistiche… Il Dragone costituisce le Potenze che sempre tentano di impedire questo risveglio e di schiavizzare le anime. .. Il Marchio della Bestia è il segno zodiacale. L’Ira di Dio è la legge del Karma, l’essere sottoposti alla legge degli Arconti. (M. Plato, Edgar Cayce e la Bibbia, 2009)

Interpretazione sciamanica

"Bruce Malina in "On the Genre and Message of Revelation', opera pubblicata nel 1995, afferma che il testo descrive il viaggio celeste, sciamanico del veggente di Patmos.

Ad esempio, nella figura astrale. definita nel latino della Vulgata come 'mulier amicta sole', gli apologisti hanno voluto ravvisare a tutti costi la Vergine Maria e magari...la 'Madonna' di Fatima, mentre il sacro autore intendeva semplicemente la costellazione astrale della Vergine circondata dalle fiamme del Sole alla fine della costellazione del Leone"
(Paolo).

Malina ricorda che per Giovanni "non intercorre separazione tra cosmo e società, tra eventi celesti e storia umana, non esiste distinzione tra soprannaturale e naturale". Nel mondo palestinese alcuni scritti spiegano come eventi (eclissi, comete) del firmamento avessero dirette conseguenze sulla vita quotidiana [...] Le visioni di Giovanni sono viaggi nel cielo: egli interpreta il suo viaggio nei termini della storia di Israele dal Genesi sino agli inizi di una nuova umanità con il Messia Gesù. Il suo scopo non è preannunziare il futuro distante, ma rispondere a domande fondamentali: Dov'è Gesù e che cosa sta facendo ora?

Malina identifica parecchi particolari del testo: per esempio, i quattro esseri viventi sono le quattro costellazioni stagionali ed i capitoli 12-16 ritraggono le condizioni antecedenti il diluvio.[...] Alcune volte pare che il saggio sia concepito per rafforzare la tesi in modo forzato: Malina non fornisce una chiara risposta se Giovanni credesse nell'astrologia o se semplicemente usasse simboli astrologici per trasmettere il suo messaggio."

Il veggente di Patmos dichiara che Gesù è il Cristo cosmico, "l'unico veramente potente e fonte di ogni potere nell'universo".
(M. M. Munger)


Leggi qui la prima parte.



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30 marzo, 2009

Echi dell'Altrove

Creature sospese tra due misteri: quello del relativo e quello dell'Assoluto (F. Lamendola).

A volte ci pare di aver compreso, dopo un lungo e faticoso itinerario di ricerca, ma le nuove acquisizioni non si incastrano con le ipotesi precedenti. Inoltre pongono più interrogativi di quanti non ne risolvano. I nuovi paradigmi non sono quasi mai uno sviluppo di quelli anteriori sicché occorre rivoluzionare ogni volta la prospettiva con la necessità di un adattamento copernicano. Così ci si ritrova più o meno al punto di partenza.

A volte ci chiediamo, come Sigismondo, se l’esistenza non sia un'esperienza onirica che ci sembra reale, un deragliamento, un vagabondaggio tra visioni ed allucinazioni. Qual è dunque la vera realtà, se questa è un inganno dei sensi, un ologramma in cui sono proiettati altri ologrammi? Forse se riuscissimo a restare in bilico tra due dimensioni, riusciremmo ad intravedere, su uno schermo ipnagogico, il volto del mondo che una perenne eclissi occulta.

Come reagiremmo di fronte alla rivelazione? Sovente è meglio ignorare, poiché, quantunque avvertiamo che uno scopo soggiace al tutto, sentiamo pure oscuramente che qualcosa si è rotto. Che cos'è stato? Nessuna certezza ci guida: il prezzo di chi non accetta verità preconfezionate, fossero pure cristalline e credibili, è altissimo. Questo prezzo è il dubbio, simile ad una lama rigirata in una ferita.

Conoscere le verità empiriche è un buon risultato, ma è come se di un libro potessimo leggere solo quanto è scritto sulla copertina. Le verità ontologiche, spesso incluse in aporie, sono sottratte alla lettura e possiamo soltanto almanaccare sui contenuti del testo, leggendo il titolo, il nome dell'autore, la nota sulla quarta. Perché l’essere, invece del nulla? Da dove proviene il Male? Perché siamo qui e che cosa ci attende dopo? Sono i quesiti che si uncinano al nostro essere.

Per tentare di rispondere a queste domande, affastelliamo le diverse congetture, non di rado in contraddizione tra loro, cercando invano di saldarle in una visione unitaria, per quanto parziale. Molteplici strade si diramano da qui verso destinazioni ignote.

Intuiamo che siamo vicini ad una svolta, ma questa attesa dell’éschaton potrebbe essere delusa. Eppure mai come oggi ci accorgiamo che l'umanità è svuotata, inutile, contraffatta come una moneta suberata. Questo è un segno, non l'unico, ma uno dei salienti. Questa infernale desolazione, questa ansia rovente alimentano l'anelito verso la liberazione. E' necessaria, però, una palingenesi che solo un battesimo del fuoco potrà favorire.

Forse i tempi non sono ancora maturi e future generazioni vedranno l'alba, mentre noi dovremo aggirarci ancora fra le tenebre dell'esitazione e della menzogna, tra i fragili veli delle parvenze. La comprensione è riservata ad altri; noi possiamo solo continuare a cercare. Esploratori dell'ignoto, siamo in cammino: la meta esiste, anche se ignoriamo dove sia e quali porte occorra varcare per raggiungerla.



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28 marzo, 2009

Guerre nei cieli

Ciò che accadde sopra i cieli della città di Norimberga fu una battaglia tra squadriglie di due civiltà extraterrestri?

All'alba del 4 aprile 1561, molti abitanti della città furono testimoni di un avvenimento sbalorditivo: decine di oggetti volanti erano impegnati in uno scontro nel cielo sopra Norimberga. Le cronache del tempo descrissero l'evento nei minimi particolari e, affinché della vicenda rimanesse perpetua memoria, furono eseguite diverse incisioni su legno e stampe su carta.

Una raffigurazione dell'epoca (incisione su legno dovuta a Hans Glaser e conservata a Zurigo, presso la Collezione vichiana) è icastica: vi si discernono sfere di varie grandezze e di differenti colori, isolate o allineate o in formazione, strani velivoli crociati e singolari croci con sfere, cilindri di varie fogge e dimensioni, assai simili a cannoni e colubrine, oggetti tubolari, gigantesche mezzelune dietro al sole ed un enorme ordigno volante, di colore nero somigliante alla punta di una lancia.

"La popolazione della città rimase atterrita alla vista di quei velivoli neri, rossi ed azzurri: cannoni e spingarde tuonarono, puntati verso l'alto, con la presunzione di incutere rispetto nella formidabile flotta volante (R. Malini)".

Lo scontro si protrasse per più di un'ora ed ebbe termine, allorquando diverse sfere furono abbattute e si schiantarono al suolo, in fiamme, alla periferia della città, causando un enorme incendio.

La battaglia nei cieli di Norimberga non è un unicum nella storia della Clipeologia, poiché ricorda, ad esempio, le guerre fra gli "dei" descritte dagli antichi testi indiani e dalle saghe sumeriche. Fu forse una pugna visibile di un conflitto invisibile e che data da tempi remoti?

Ci chiediamo: anche al giorno d'oggi si sfidano, senza esclusione di colpi, popoli esterni? Secondo Ed Grimsley, esperto skywatcher, la risposta è affermativa. Grimsley usa dispositivi ottici avanzati, di visione notturna, per le sue riprese che ha raccolto in un DVD. Le immagini mostrano oggetti di forme diverse, a delta e discoidali, intenti in quelli che appaiono duelli spaziali con armi laser.

In tale contesto, si potrebbe, però, anche pensare ad uno strappo temporale che, nel 1561, lasciò intravedere una futura contesa tra terrestri e cosmonauti di altri pianeti o dimensioni. E' ipotesi peregrina e, come tale, la propongo.

Riflettendo, si è comunque propensi a congetturare che i combattimenti filmati di Grimsley si riferiscano ad una contrapposizione tra alieni e terrestri: infatti i velivoli triangolari appartengono, come è stato appurato da alcuni ricercatori e dichiarato da esponenti dell'esercito, all'aeronautica militare statunitense. E' pressoché certo che gli U.F.O., appunto triangolari, avvistati in Belgio nel 1989, furono aerei dell'U.S.A.F., i Loflyte, costruiti nell'ambito di un progetto segreto ed impegnati in voli sperimentali.

Non si deve credere che la tecnologia terrestre non possa fronteggiare quella di eventuali nazioni aliene: la tecnologia militare è almeno cinquant’anni avanti rispetto a quella civile.

Dietro lo spettro del visibile, un popolo dello spazio si oppone all'infame Cabal?

Fonti:

E. Grimsley, Night vision U.F.O. wars, 2008
R. Malini, U.F.O., il dizionario enciclopedico, Firenze, Milano, 2003, sotto le voci "Belgio"e "Norimberga"
L. Pallotta, I guerrieri Jedi di Fort Bragg, 2009, articolo sui mirabolanti e spaventosi ritrovati tecnologici terrestri



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27 marzo, 2009

Che cosa si può intendere per Conoscenza?

Che cosa si può intendere per Gnosi? E' una domanda ambiziosa, poiché come potrei io presumere di rispondere anche in modo frammentario ad un interrogativo che ha tormentato studiosi dall'erudizione abissale come Culianu? E', però, un quesito cui vorrei in qualche modo rispondere, ancorandolo al mio punto di vista, un'angolazione parziale e personale, ma sentita intimamente.

In primo luogo quindi riformulo la domanda nel modo seguente: che cosa intendo per Gnosi? Non mi riferisco a tutto quel bric a brac di cui rigurgitano gli "insegnamenti" di pericolose sette luciferine e di movimenti New age, ma ad un pensiero che trovò, nel primo secolo dopo Cristo, la sua voce. Quindi non interpreto lo Gnosticismo come un sistema che, pieno di fiducia nelle capacità umane, crede di risolvere i vari problemi dell'essere, prescindendo da ogni ausilio "esterno". Vi vedo, invece, (se è un'interpretazione limitata poco importa), il disvelamento di una profonda verità.

Non individuo neppure un'antitesi tra Gnosticismo e Cristianesimo, se è vero, come è vero, che fu Shaul-Paolo il capostipite o uno dei capostipiti degli Gnostici. Sua o comunque di un autore riconducibile al suo entourage, è la Lettera agli Efesini 6. 12 in cui leggiamo il postulato della dottrina evocante gli Arconti: "La nostra lotta non è contro la carne ed il sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori (Arconti) di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell’aria".

E' possibile che la lettera da cui abbiamo estratto il decisivo passaggio non fu vergata né da Shaul né da altri a lui vicino, ma da uno scrittore a noi ignoto. Sul piano storico e teologico, il discorso, però, non cambia radicalmente poiché l'Epistola agli Efesini è nel corpus del Cristianesimo già in origine gnostico. Il nucleo centrale di questa speculazione è il problema del dolore e, in ambito sociale, delle iniquità e delle abiezioni che deturpano la Terra. Gli gnostici, Shaul in primis, rispondono chiamando in causa potenze invisibili: nella loro invisibilità risiede gran parte del loro inavvertito ma potente influsso. Addebitare tutto il Male che attanaglia la vita, tutta la putrefazione del reale all'umanità è più che legittimo ed anche plausibile, ma non appartiene alle mie corde.

Sento (non ne ho le prove, ma numerosi e significativi indizi sono stati raccolti in millenni di storia) che da tempo immemorabile i Dominatori congiurano contro gli uomini, gettando sementi da cui crescono spini e piante sterili. Come osserva Mike Plato nell'articolo La cospirazione celeste, 2009, "La più grande rivelazione sulla cospirazione cosmica ci è data dal 13 versetto del Vangelo di Filippo:'Gli Arconti vollero ingannare l'Uomo, perché essi videro che egli aveva la stessa origine di quelli che sono veramente buoni... Essi hanno deliberato di prendere l'Uomo libero e fare di lui uno schiavo per sempre".

Occultati in dimensioni impercettibili e forti della connivenza dei loro laidi servitori terrestri, queste Potenze malefiche incatenano gli esseri umani e controllano la politica, l'economia, la scienza, le religioni... simili ad Aracnidi che, con la straordinaria sensibilità dei loro organi, possono capire subito che una preda ha sfiorato un filo anche lontano della vischiosa ragnatela.

E' dunque questa la Conoscenza: comprendere che Presenze ostili, incarnazione del Male, dominano la Terra. E' anche essere consci che nell'uomo (non in tutti, però) balugina una scintilla spirituale che gli Arconti vogliono spegnere, ricorrendo alle lusinghe dell'intemperanza e mantenendo l'essere umano ignaro della sua vera natura e dei suoi fini superiori.

Qual è la Verità sconvolgente cui allude un loghion del Vangelo attribuito a Giuda Tommaso? Il versetto 13 recita: Gesù lo (Tommaso, n.d.a.) prese, si appartò e gli disse tre parole. Quando Tommaso ritornò dai suoi compagni, essi gli chiesero: Che cosa ti ha detto Gesù? Tommaso disse loro: "Se vi rivelo una sola delle tre parole che mi ha detto, prenderete delle pietre e le scaglierete contro di me." La Verità verteva sull'esistenza di questa congiura cosmica? Quale uomo può accettarla, senza un moto di rifiuto? Chi non la scambierà per una menzogna o per un'eresia che rende meritevole colui che la divulga di immediata lapidazione? I banditori delle verità spinose, sgradite sono reputati dei folli, dei provocatori.

Esiste il Male, con la M maiuscola. Questo non significa credere che l'intero universo sia ahrimanico e neppure l'intera storia. Infatti chi scrive pensa esista un Collegio nascosto di saggi devoti al Bene e ritiene sia blasfemo affermare che tutte le creature dell'universo sono malvagie. Anche calunniare Templari, Catari, Rosacroce... trasformandoli in autori di ignobili delitti è un modo per estinguere la Speranza oltre che una falsità. Elemire Zolla, a tale proposito, nota nella sua prefazione al romanzo di Tolkien, Il Signore degli anelli: “Un'umanità dagli occhi quasi spenti non regge a luci troppo gagliarde: non tollera l'idea che esistano santi, carismatici che perseguono il Bene fine a sé stesso, perciò nemmeno può ammettere l'esistenza di un satanico, consapevole esecutore di un Male senza secondi fini. Che qualcuno ami la degradazione, si voti ad essa inflessibilmente, ne ordisca la trama con dissimulazione, sofferenza e prudenza, questo è troppo per l'umanità che assiste affascinata alla demolizione sistematica dell'arte, della grazia contemplativa, della vegetazione stessa, di tutto ciò che è elfico al mondo. L'intelligenza maligna che conduce quest'opera di rovina è non meno sovrumana di quella divina che si infuse nel genio degli edificatori. Ma per conoscere sperimentalmente la presenza del Male, è necessario aver compiuto almeno qualche passo sulla strada della purificazione".

Aggiungo: è opportuno conoscere che il Male esiste, non essendo il risultato di una visione soggettiva. Al centro, però, risplende la Luce che si irradia, sebbene più fioca, fin verso i confini del cosmo. Il trionfo della Luce sulle Tenebre è scritto ab aeterno.

Conoscere significa essere consapevoli di questa tremenda, straziante lotta (dentro e fuori) e della vittoria finale della Luce.



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26 marzo, 2009

Sirio a Ceriana

Ceriana è un borgo di 1.280 abitanti della provincia di Imperia in Liguria. Il comune è situato al centro della Valle Armea, nell'immediato entroterra di Sanremo, sulla sponda destra del torrente che prende il nome della valle. Secondo alcune tradizioni locali, la fondazione di Ceriana risalirebbe all'epoca dell'Impero romano e, in particolare, alla famiglia dei Celii che denominarono il paese "Coeliana". Grazie alla posizione strategica a dominare la valle ed alla morfologia del territorio, qui i Romani costruirono case ed insediamenti militari, tra cui la torre di avvistamento nonché un tempio dedicato ad Apollo.Tra il IX e il X secolo fu attaccata più volte dai pirati saraceni, ma fu strenuamente difesa dai propri abitanti che - sicuri all'interno della cinta muraria - fecero dell'olio bollente un'arma micidiale, riversandolo direttamente addosso ai nemici dalle numerose botole aperte nelle mura.

Le prime notizie ufficiali e documentate sulla vita del borgo risalgono attorno all'anno 1000 e si desumono dagli atti storici conservati nell'archivio comunale di Sanremo. Sempre dalle testimonianze storiche si apprende che l'intera valle del torrente Armea e quindi Ceriana, furono poste sotto il controllo dei conti di Ventimiglia con la sola esclusione di Bussana. Verso il 1038, la giurisdizione passò sotto il controllo di Corrado, vescovo di Genova, che nel borgo istituì una contea rurale, di cui divenne signore feudale.

Proprio grazie alla signoria dello stesso Corrado, il paese rimase legato storicamente per qualche secolo alle vicende dell' Arcidiocesi di Genova fino al 1297, quando il territorio fu venduto a Oberto D'Oria ed a Giorgio De Mari, ricchi e potenti signori genovesi. Nel 1359 fu definitivamente ceduta alla Repubblica di Genova, tramite la nuora di Oberto D'Oria.

L'emblema araldico del piccolo comune ligure risale al tardo Medioevo e si blasona nel modo seguente: "D'azzurro del cielo, ai cinque monti da cui esce una mano di carnagione naturale, il cui dito indica una stella argentea a sei punte, posta in alto nell'angolo".

Se consideriamo che i più antichi documenti su Ceriana risalgono all'XI secolo, si deve guardare con una certa prudenza alle tradizioni circa l'etimologia del toponimo, con lo strano passaggio della consonante "l" in "r". Piuttosto, esaminando l'arma, notiamo che vi è raffigurato un astro argenteo a sei punte su cui la mano indicante attira l'attenzione. Si potrebbe trattare della stella Sirio, fulcro di numerosi miti e retaggi, visto che il toponimo Ceriana pare conservare al suo interno la radice "svar" (poi "sar", "ser", "sel", con il significato di "luce", "splendore"), morfema incluso nel termine Sirio e che denota la stella più luminosa del firmamento?

E' solo un'ipotesi che abbisognerebbe di ulteriori indizi per essere corroborata, ma sappiamo che lo studio del passato è una sfida continua. Siamo anche consci che tra le pieghe della storia ufficiale si nascondono frammenti di verità. Cercare di stabilire la vera origine del toponimo "Ceriana" non è mero esercizio erudito, non è una ricerca consona solo a studiosi di tradizioni locali la cui acribia è spesso tutt'uno con una visione angusta e cartacea del sapere. Infatti, ricordando quanto siano censurate e distorte versioni eterodosse e quanto sia filtrata la trasmissione di conoscenze per così dire sotterranee, non parrà incomprensibile il motivo per cui sia stato occultato il collegamento tra il nome del borgo ligure e Sirio, la stella al centro di culti venerandi che rimontano a tempi remoti, ma anche "protagonista" di saghe recenti.


Un sentito ringraziamento ad A.L.

Su Ceriana, si legga AA. VV., Ceriana, un borgo di mille anni, Imperia, 2004


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