24 giugno, 2015

September turn



Continuano a pullulare previsioni e voci a proposito del settembre 2015: dovrebbe essere un mese decisivo. Alcuni autori concentrano la loro attenzione ed apprensione sul giorno 23: il 23 è un numero legato al Discordianesimo, dal valore di solito funesto. [1]

Non sappiamo se siamo al cospetto dei soliti falsi allarmi o se, questa volta, accadrà qualcosa di cruciale anche in concomitanza con particolari fenomeni astronomici. Vero è che per settembre è programmato un viaggio del gesuita papa Francesco negli Stati Uniti; nello stesso mese saranno condotti nel C.E.R.N. di Ginevra rivoluzionari ed audaci esperimenti volti, stando alle fonti ufficiali, ad indagare la cosiddetta “materia oscura”. Si vocifera pure di un asteroide che potrebbe colpire la Terra. Altri paventano un episodio false flag nell’Impero di U.S.A.tana, di cui la sinistra operazione Jade helm (Timone di giada) dovrebbe gettare le premesse.

Trascuriamo pure le avvisaglie del tracollo economico e le tensioni internazionali, è possibile che settembre, se non sarà il tragico spartiacque tra due età, potrà comunque essere il teatro temporale di un accadimento progettato da poteri elitari, da inquadrare in un contesto di politica sociale e demografica volta a ridefinire gli attuali equilibri del pianeta. Potrebbe quindi occorrere un nuovo 9 11, l’inside job che impresse nel 2001 una formidabile accelerazione alle strategie mondialiste. Gli Stati Uniti dovrebbero essere il fulcro di drammatici cambiamenti destinati poi a ripercuotersi sul resto del mondo.

Da non sottovalutare il fatto che le anticipazioni a proposito di un settembre nero provengono da fonti disparate: rivelatori, economisti, politologi, astronomi, storici, militari, attivisti...

Elenchiamo in ordine alfabetico gli avvenimenti determinanti, sia quelli realistici sia quelli “metafisici”, preconizzati per il settembre prossimo.

• Apertura di portali
• Attacco E.M.P.
• Avvento dell’Anticristo
• Collasso economico
• Conflitto mondiale
• False flag
• Impatto di un asteroide
• Invasione allotria
• Pandemia artificiale
• Serie di calamità “naturali”
• ...

Vedremo: settembre è dietro l’angolo.

[1] Sui valori del numero 23 si legga questo approfondimento.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

19 giugno, 2015

Tesine



Tempo dei cosiddetti "esami di Stato", ex di maturità: da qualche anno in sede di colloquio i candidati, prima di indugiare sui contenuti delle varie discipline, presentano una tesina, talora multimediale. Purtroppo quasi sempre si è torturati da elaborati pretenziosi, scontati, apodittici, privi del tutto di taglio critico e di fonti a suffragio dell’idea sostenuta.

Il sistema “educativo” consegue così la sua precipua finalità, quella di sfornare coorti di polli che si credono aquile. Naturalmente esistono le eccezioni e le responsabilità maggiori del conformismo generale sono da attribuire all’establishment.

Pur dovendo constatare tale desolante situazione, ci sentiremmo di consigliare agli studenti, che dovranno scrivere le tesine, di rinunciare a disquisire circa temi originali, perché è arduo reperire un soggetto eccentrico né è richiesto. E’ auspicabile che, invece, sia l’approccio ad essere laterale, divergente, persino dissacrante, senza dimenticare che anche una tesina compilativa può essere pregevole, se ben costruita e sostanziata di documenti.

In caso contrario, si comporranno i soliti bolsi testi i cui difetti più evidenti risiedono nella banalità e nella pedanteria, le stesse tare che deturpano quasi tutte le tracce ideate dal Ministero della pubblica “istruzione”. E’ la convenzionalità intrisa di ipocrisia ideologica, peculiare di questi tempi tecnobeoti. E’ la piattezza sedativa che risalta nella “cultura” scientista.

Si sia allora non lineari, pindarici, al limite desultori. Si privilegino l’emisfero destro, l’intuizione, la fantasia, l’ingenium. La conclusione sia aperta, interlocutoria, problematica. Siamo uomini e non caporali. Gli allievi prendano a modello in questa occasione la vitale, leggera, per quanto tragica, danza di Zarathustra e non la collosa, prevedibile logica di Guglielmo da Baskerville; la genialità di Friedrich Nietzsche e non il nichilismo borghese e codino di Umberto Eco.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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16 giugno, 2015

La sorgente del linguaggio



L’evoluzionismo ha contaminato quasi tutti i campi del sapere: così anche in Storia si insegna che da culture antiche molto primitive si svilupparono nazioni sempre più progredite. E’ un dogma assai diffuso, ma che si scontra almeno con la questione inerente all’origine delle lingue.

Gli idiomi primigeni (sumero, sanscrito, le lingue precolombiane etc.) erano di una complessità incredibile a tal punto che dubitiamo si possano attribuire a rozze comunità di cacciatori-raccoglitori o alle prime civiltà urbane.

Se la genesi degli alfabeti (Giovanni Sermonti opina che essi richiamino i glifi delle costellazioni) è un grosso problema, la scaturigine dei sistemi linguistici ci pone di fronte ad un nodo di Gordio. Pensiamo al sumero, al suo impianto nominale e verbale, includente l’ergativo, ossia la funzione sintattica del complemento d’agente; pensiamo al greco antico la cui compagine verbale presenta innumerevoli articolazioni; pensiamo a molte parlate dei nativi americani, contraddistinte da particolarissimi, inusuali rapporti tra locutore ed azione… Gli esempi sono innumerevoli e ci consentono di comprendere che, con il passare del tempo, le lingue, quando non si estinguono, si impoveriscono sotto il profilo strutturale e semantico, smarrendo costruzioni, sfumature, rinvii al referente, significazioni metaforiche, simboli... [1]

Così il latino passò da otto casi a sei per perderli tutti, se si eccettua qualche “relitto”, quando si trasformò e si ramificò nelle lingue romanze. Oggi nell’inglese sopravvive il genitivo sassone, a fronte di un substrato molto più ricco, un substrato formato da varie declinazioni, tre generi e tre numeri.

Perché le lingue subiscono questo declino, una decadenza che corrode tutte le cose? In primis, esse assomigliano agli utensili: se li adoperi, si rovinano. Come gli utensili, è importante che facciano alla bisogna; pazienza se non sono belli. E’ indispensabile comunicare: se oggi molti riescono a comunicare attraverso un inglese corrotto ed ipersemplificato, l’obiettivo è conseguito. Il fine è quello di trasmettere e ricevere informazioni, dati. Al giorno d'oggi si inviano e captano messaggi, ma non ci si esprime, non si entra in contatto con l’interlocutore: i codici attuali ci confinano nel silenzio assordante dell’egomania, del non ascolto, dell’introflessione autistica.

Il processo di degenerazione glottologica trascina con sé la perdita di valori, sensi, rimandi, slanci creativi che paiono rivelare la vera matrice del linguaggio umano (?) non costruito per piatti fini di comunicazione denotativa, ma forse ereditato da “messaggeri”, da geniali creatori intenti ad auscultare soffi spirituali.

“In principio era il Logos” è scritto nell’incipit del Quarto Vangelo: il Logos pare qui l’essenza stessa del reale. L’essere si manifesta nel suono, nella parola che è al tempo stesso, in guisa del tutto misteriosa, vibrazione, idea, oggetto.

Dunque se riuscissimo ad udire il suono della vera sorgente del linguaggio, potremmo intravedere pure il principio del mondo, come chi, avvicinandosi ad una cascata, ne ode prima lo scroscio argentino. E’ un’opportunità che, però, oggi più che mai ci è del tutto preclusa.

[1] Non concordo con chi assimila l’inglese alla neo-lingua di Orwell: sebbene l’inglese odierno presenti un sistema morfo-sintattico per molti versi schematico, nel contempo ha mantenuto alcune “prelibatezze” grammaticali come l’aspetto del verbo e la duration form. Certo, l’establishment che si prefigge il livellamento in ogni settore umano, non risparmia l’attacco alle residue anomalie dell’idioma inglese.

Articolo correlato: Il mistero del linguaggio, 2015

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13 giugno, 2015

La Grecia sull'orlo dell'abisso



Forse entro breve tempo la Grecia deciderà di uscire dalla moneta unica europea: molti esultano di fronte ad una tale possibilità. Come abbiamo già osservato nell'articolo dalla "DEMOncrazia alla...", la rinuncia all’euro e l’adozione di una divisa nazionale non è ipso facto una panacea: infatti un’eventuale moneta ellenica sarebbe sottoposta ad una spaventosa spirale inflazionistica ed alle spregiudicate speculazioni degli investitori internazionali che traggono immensi profitti dalle bancarotte.

Solo se il governo di Atene optasse per un sistema monetario svincolato dal signoraggio, disconoscendo inoltre un’economia finanziaria incentrata sull’interesse-usura (si pensi alla lezione di Ezra Pound) per valorizzare le attività produttive reali, potrebbe avviare la Grecia verso una reale ripresa.

Se si mantiene, però, inalterato l’impianto economico, per giunta affossato da elevate spese militari, inclusa la geoingegneria clandestina, che cosa cambia, se non il nome della moneta? Tsipras e gli altri, però, ci sembrano più che altro dei demagoghi, affetti da statalismo, dei dilettanti che si barcamenano, cercando di blandire una popolazione sempre più scorticata dai poteri mondialisti, senza, però, scontentare i banchieri internazionali. Non riescono ad uscire (non vogliono) dall’ottica del debito: il denaro non si presta, si elargisce gratis et amore Dei; al limite se si presta, non bisogna pretendere la restituzione di alcun interesse. Di questo era convinto Dante.

In verità, la crisi ellenica più che la conseguenza di uno scellerato turbocapitalismo, pare l’obiettivo pazientemente perseguito dalla feccia globalizzatrice. Se l’euro dovesse fallire in e con la Grecia, per trascinare nell’abisso, con un effetto domino altri paesi, le sedicenti élites avrebbero il pretesto per dimostrare che i tracolli si risolvono e si evitano con un’unica divisa mondiale, magari elettronica. Si compierebbe un altro passo verso la centralizzazione delle strutture governative. Non è forse quanto gli apparati ambiscono? Anche l’immigrazione, che sta straziando specialmente Grecia ed Italia, non è orchestrata affinché il caos sociale porti ad un nuovo, feroce ordine? “Ab chaos ordo” è la loro parola d’ordine.

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09 giugno, 2015

Upset Boulevard



L’incantesimo si spezzò quando fu versata la prima goccia di sangue.

A volte si ha l’impressione che l’universo sia un inferno ben congegnato. E’ ozioso tentare di scoprire i responsabili delle circostanze e delle azioni, soprattutto di quelle più brutali e sanguinose. Ogni cosa sembra obbedire ad una sua illogica geometria. Non pare che si apra una breccia nel muro dell’assurdo: ormai non si può più confidare in un tempo nuovo, in un mondo rinnovato. L’unico scampo non è un tempo nuovo, ma un non-tempo, una dimensione altra che ci liberi definitivamente dalle catene.

La stessa oscurità che ci avviluppa, quest’atmosfera crepuscolare da Basso Impero non sono il preludio di un crollo dalle cui ceneri possa sorgere una civiltà rigenerata, ma l’ineluttabile e definitivo tramonto della Storia.

“Tutto è perfetto così com’è”, ripetono molti. Esatto! Tutto è perfetto, ossia compiuto, sin dalla fondazione del mondo. Di fronte al male, ci sono esibite la simmetria, l’armonia: “Guarda come gli avvolgimenti delle galassie rispecchiano la disposizione dei petali delle rose!”. “Osserva come le conchiglie contengono il numero aureo”. E’ vero... e allora? Sono fenomeni molto belli, ma dov’è il senso? Franz Kafka lo esprime a chiare lettere: “Lontano da qui”. L’aspetto peggiore del male non è il male in sé, ma la retorica dolciastra con cui si cerca di negarlo o di giustificarlo.

Dove ci stiamo dirigendo? Le esperienze più lancinanti e le domande più acuminate ci conducono verso i territori inesplorati oltre la realtà materiale. Avvertiamo un‘impressione di frenesia, di incertezza: siamo semi di soffioni mulinati dal vento. Viviamo un’epoca disperata, ma le età precedenti hanno preparato questa costernazione che è nel cuore stesso dell’essere.

La vera sfida non è trovare le parole adatte per definire la condizione umana e neppure le risoluzioni per tentare di renderla davvero umana, ma riuscire ad immaginare la vita nel modo più straordinario possibile, oltre ogni limite, oltre ogni miseria. La risposta non è nelle parole, ma nelle pieghe del silenzio. Avremo il coraggio di concepire l’inverosimile, di addentrarci negli abissi più profondi per scoprirne le sconvolgenti meraviglie?

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06 giugno, 2015

Sinister barrier



Sinister barrier è un romanzo fantascientifico di Eric Frank Russell. L’opera apparve originariamente sulla rivista “Unknown” nel 1939.

La trama. Maggio 2015. Il professore svedese Peter Bjornsen, appena prima di morire a causa di un attacco cardiaco, verga su un biglietto una frase sibillina che allude alla mungitura. Il protagonista della storia, Bill Graham, indagando sul decesso di numerosi ricercatori, conclude che sono tutti morti o per infarto o suicidio. Dopo varie peripezie, Graham riesce ad appurare che il professor Bjornsen aveva scoperto un mezzo per estendere la visione umana nel lontano infrarosso dove aveva localizzato delle sfere azzurre. I globi, che lo scienziato aveva battezzato Vitons, sono esseri senzienti e telepatici. I Vitons si alimentano dell’'energia elettrochimica prodotta dalle emozioni umane. Quando un Viton sugge con voracità le energie dal sistema nervoso può procurare un attacco di cuore fatale: le sfere stanno eliminando tutti gli scienziati che hanno creato o stanno creando dei sistemi per renderle visibili. I Vitons tentano in ogni modo di mantenere il controllo sul loro bestiame umano che non deve diventare consapevole di essere sfruttato. In seguito Graham scopre che le sfere possono essere neutralizzate da un dispositivo che emette onde radio. Sono allestite armi ad hoc e divampa un sanguinoso conflitto tra gli esseri umani ed i “vampiri energetici”.

Il testo di Russell è l’archetipo di molte opere successive che culminano nella celeberrima saga di “Matrix”: sono novelle e pellicole incentrate su una minaccia invisibile da cui dipende lo sfruttamento dell’umanità per opera di creature predatrici. Tuttavia non bisogna incorrere in quello che riteniamo un errore, ossia pensare che la fantascienza abbia ispirato e séguiti ad ispirare le testimonianze relative al controllo ed alla spoliazione occulta del genere umano. Allo stesso modo non sono in genere racconti fantascientifici, il cui Leitmotiv coincide con i rapimenti alieni, a suggerire le esperienze di abduction, ma è probabilmente vero il contrario. Non è un caso se il libro di Russell trova il suo retroterra ideativo nelle investigazioni convulse e febbrili ma rivelatrici di Charles Fort, il Peter Pan della scienza.

Anche Carlos Castaneda con i suoi voladores ha qualcosa da insegnare…

Davvero sconcertante e profetico nella narrazione di Russell il riferimento a sfere senzienti: è una circostanza che preannuncia ipotesi e ricerche attuali in relazione a globi (di plasma?) di solito pericolosi nonché collegati a fenomeni e sorgenti di natura elettromagnetica.

Fonte: Grande enciclopedia della Fantascienza, a cura di Francesco Paolo Conte, 1980, s.v. inerente

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02 giugno, 2015

Cibo e Coscienza



Viviamo tempi di laceranti contraddizioni, di inconciliabili divergenze: così, mentre si afferma una mentalità incentrata sul materialismo e sul consumismo, taluni avvertono l’esigenza di una vita semplice, sana, in armonia con la natura. Dov’è oggi, però, la natura? Quanto sono naturali i prodotti decantati come tali? Al lurido mercato delle corporations, si sta affiancando il settore del biologico che, in una certa misura, è pur sempre mercato.

Se è ancora possibile impostare la propria vita secondo ritmi equilibrati, lontano dalla frenesia tecnologica, risulta pressoché utopico alimentarsi in modo da evitare i veleni che ormai permeano l’intera biosfera. L’aria, l’acqua, il suolo sono contaminati: anche coltivare sul proprio terrazzo gli ortaggi non è la panacea, poiché l’ambiente è pur sempre inquinato, inoltre le piante stentano a crescere e a dar frutti a causa della cronica carenza di luce solare.



Incommensurabile è la distanza tra il mondo com’è ed il mondo come potrebbe essere: avremmo a disposizione le idee, le risorse e le tecniche per rendere i centri urbani e le zone rurali dei paradisi in cui praticare un’agricoltura ed altre attività sostenibili. Autoveicoli alimentati con carburanti puliti percorrerebbero città-giardino; ogni famiglia vivrebbe in abitazioni confortevoli con la possibilità di ricavare energia e tutto il necessario per il sostentamento per mezzo di impianti e metodi ad impatto zero. Così gli "orti urbani" rischiano di diventare dei "morti urbani".

Purtroppo l’establishment boicotta tutte le iniziative volte a favorire un rapporto armonico tra uomo ed ambiente sicché le aree urbane sono delle selve di antenne e di ciminiere, mentre nelle campagne terreni sempre più poveri di nutrienti sono sfruttati ed inquinati attraverso pratiche agricole e zootecniche intensive.

Le etichette sono splendide, ma che cosa si nasconde dietro queste allettanti parvenze?

Ecco che ci è offerta la risoluzione per una vita lunga ed in salute: dieta mediterranea, frutta e verdura e quotidiano esercizio fisico. Peccato che la dieta mediterranea comprenda spesso pasta e pane (è soltanto un esempio) prodotti con cereali radioattivi o transgenici, pieni di pesticidi e di additivi tossici; peccato che oggi giorno l’abitudine a correre all’aria aperta rischi di essere letale... Se veramente bastasse seguire questi consigli, perché le malattie neurodegenerative, i tumori etc. mietono sempre più vittime?

Ci imbattiamo nella solita ipocrisia del sistema, la stessa ipocrisia che osa propagandare l’EXPO, la fiera del cibo-spazzatura, come il forum per nutrire il pianeta in modo salubre. Si affamano le popolazioni, si distruggono i raccolti, si provocano siccità o disastrose alluvioni, si devastano i biomi, ma ci si riempie la laida bocca di “green economy” e di altre scempiaggini pseudo-ambientaliste.

Quando a colpire non è la volgare falsità dei governi e delle istituzioni, ci si deve confrontare con l’ingenuità di chi crede di difendere Gaia, donando il 5 per mille ad un’associazione di truffatori, di chi si illude che sul suo hortus conclusus, sul suo buen retiro non si riversino le pozioni mortifere della geoingegneria clandestina e di analoghe scelleratezze.

Per fortuna l’uomo non è (non solo) quel che mangia: questo ci insegna il filosofo Feuerbach, il cui celebre aforisma, “L’uomo è quel che è”, è stato mal tradotto. Ciò significa che la vera essenza ontologica dell’uomo, quando e se essa si manifesta, lo preserva dalla putrefazione della materia per collocarlo nella dimensione inespugnabile della Coscienza.

Per tale ragione nel Vangelo di Matteo (15, 14) è scritto: “Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo”.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

31 maggio, 2015

Dove stiamo andando?



I media di regime con il loro assordante e futile frastuono attutiscono fin quasi ad annullarlo il rumore della notizia davvero importante di questo periodo: la travolgente ed irresistibile avanzata dell’I.S.I.S., il sedicente califfato fortemente voluto da alcuni apparati sovranazionali (loggia Hathor Pentalpha e C.I.A. in primis) che mirano a destabilizzare lo scacchiere internazionale.

L’I.S.I.S. è senza dubbio una creatura partorita da cricche ultrareazionarie: Stati Uniti e molti paesi (arabi e no) fingono di combatterlo, mentre, sotto banco, lo finanziano e lo armano. L’obiettivo è quello di incolpare lo stato “islamico” di un attentato sul suolo statunitense? E’ in programma un gigantesco false flag che scateni un’ondata di xenofobia anti-musulmana, utile all’elezione di Jeb Bush alla presidenza di U.S.A.tana? Jeb Bush è il candidato “ideale” per la Casa bianca, poiché può contare sul segreto appoggio del Vaticano, in quanto, requisito ben raro, affiliato al cattolicissimo ed influente Ordine dei cavalieri di Colombo. [1]

E’ la solita parabola dialettica: genero il problema, ossia l’I.S.I.S. con le sue atrocità innominabili; attendo l’inconsulta reazione dell’opinione pubblica, cioè il terrore e l’odio verso il nemico “esterno”; propongo la risoluzione, vale a dire l’elezione di un feroce fantoccio guerrafondaio.

All’interno di tale disegno si potrebbe comprendere meglio il ruolo di Papa Francesco (o comunque della Compagnia di Gesù) che, fingendo con scaltrezza mefistofelica di promuovere i valori del Cristianesimo, sta spianando la strada all’instaurazione di un Nuovo ordine planetario, con il preludio di un sanguinoso conflitto su scala mondiale.

E’ certamente un canovaccio poco desiderabile e che potrà essere considerato inverosimile. Senza dubbio bisogna valutare molte altre variabili nei giochi di potere e non è mai detta l’ultima parola. Abbiamo solo prospettato uno tra gli scenari possibili. Si verificherà o no? Come sempre spetta “Ai posteri l’ardua sentenza”… anzi ai post-atomici.



[1] “Per essere un’istituzione cattolica ‘benefica’ (virgolette nostre), l'Ordine dei cavalieri di Colombo ha un potere politico e finanziario senza pari. […] Tra i suoi membri vi furono il primo candidato cattolico alla presidenza degli Stati uniti, il democratico Al Smith.[…] Oggi vi militano leader della destra americana come Jeb Bush, ex governatore della Florida, figlio di George Bush senior e fratello di George Bush junior, come lo speaker della Camera John Boehner, l'ex senatore integralista Rick Santorum, sconfitto di recente alle primarie repubblicane da Mitt Romney. L'Ordine, che ama definirsi ‘il braccio destro forte della Chiesa’, è un impero finanziario che conta nelle sue file banchieri e industriali: le sue polizze assicurative, le sue fondamenta, sono valutate 85 miliardi di dollari ed il suo patrimonio è stimato 15 miliardi e mezzo”. (E. Caretto)

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28 maggio, 2015

Da Sallustio a Sallusti

Nello storico latino Sallustio (Amiterno, 86 a.C.- Roma 35 a.C.) è incommensurabile la distanza tra la reale condotta politica ed i proclamati princìpi etici. Dopo aver ricoperto la questura ed il tribunato della plebe, Sallustio fu espulso dal Senato per indegnità, anche se vi fu reintegrato mercé l’intervento di Cesare di cui fu fedele seguace. Nel 45 a. C. lo scrittore fu accusato di concussione per gli atti compiuti come governatore dell’Africa nova e, solo grazie all’intervento di Cesare, poté evitare il processo.

La figura di Sallustio ed il suo contegno come funzionario sono esemplari: ci spronano a rifuggire da una facile ed ingenua idealizzazione del passato. Nell’antica Roma delitti quali la concussione, il peculato, i brogli elettorali... erano sintomi di una corruzione dilagante tra le classi dirigenti, la medesima disonestà che è connaturata al sistema attuale.

Nel De coniuratione Catilinae Sallustio offre un’interpretazione moralistica della storia romana: la crisi politica e sociale, di cui la congiura di Catilina (63 a.C.) è un esempio emblematico, è il prodotto della decadenza etica dovuta alla ricchezza ed alla potenza stessa di Roma. Nel Bellum Iughurtinum, la causa del declino della res publica è individuata con maggior precisione nella fine della concordia tra popolo e Senato, accordo che in passato era stato garantito dalla paura dei nemici (il metus hostilis), paura dissipatasi con la distruzione di Cartagine nel 146 a.C.

Con le tirate moralistiche di Sallustio stride il suo contegno spregiudicato (egli fu un proconsole disonesto e rapace): è il divario che separa quasi tutti gli odierni amministratori della cosa pubblica, a parole fautori della rettitudine e della giustizia, nei fatti rotti alle più abominevoli turpitudini e proclivi ai più nefandi crimini.

Di recente un piccolo ma significativo saggio di codesta incongruenza ci è stato fornito da Roberto Formigoni, il catto-ipocrita affiliato a “Comunione e Liberazione”, ex presidente della Regione Lombardia, protagonista di una volgare ed imbarazzante performance nell’aeroporto di Fiumicino. Le pubbliche virtù, magari ammantate di etica “cristiana”, si sbriciolano alla prima occasione, mettendo a nudo vizi laidissimi, sostanziati di protervia e di trivialità. Così non devono sorprendere né la tracotanza del senatore fuor di senno né il suo eloquio da taverna: sono entrambi le inguaribili tare di una declassata classe “politica” di cui Formigoni è icastica, perfetta sineddoche.

Tuttavia un abisso divide il passato dal presente: se Sallustio fu uomo non propriamente specchiato, al tempo stesso, fu scrittore sapiente e vigoroso. Il suo stile, improntato a brachilogia ed inconcinnitas, è testimonianza imperitura di indiscusso talento letterario.

Si snidi oggi un “politico” che, pur immerso nel brago della degradazione, sappia pensare, esprimersi e scrivere in modo lineare e perspicuo, senza incorrere nelle atroci deturpazioni linguistiche in cui eccelle la genia dei “giornalisti” italo-beoti. Paradossalmente troveremo oggi qualche politico integerrimo e sollecito del bene collettivo, ma invano cercheremo tra i cosiddetti potenti (ministri, magistrati, burocrati, dirigenti...) un uomo che padroneggi i rudimenti dell’”idioma gentile”. Anche questo è un segno dei tempi sudici in cui siamo costretti a vivere.

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25 maggio, 2015

Dead or alive?



Il 28 gennaio 1986 la navetta spaziale “Challenger” esplose in volo, settantatré secondi dopo essere decollata dalla rampa di lancio di Cape Canaveral (Florida). Nell’incidente morirono i sette componenti dell'equipaggio che comprendeva cinque astronauti della N.A.S.A. e due specialisti del carico utile. La causa del tragico evento fu individuata in un guasto ad una guarnizione, denominata "O-ring", nel segmento inferiore del razzo a propellente solido.

La rottura della guarnizione provocò una fuoriuscita di fiamme che determinarono un cedimento strutturale del serbatoio esterno (booster), contenente idrogeno ed ossigeno liquidi.

Il lancio fu trasmesso in diretta televisiva, anche se molti telespettatori lo seguirono in differita nel corso della giornata.

Nel disastro persero la vita Francesco R. Scobee, comandante; Michael J. Smith, pilota; Ronald McNair, specialista di missione; Ellison Onizuka, specialista di missione; Judith Resnik, specialista di missione; Greg Jarvis, specialista del carico utile; Christa McAuliffe, specialista del carico utile.

Questa è la versione ufficiale di quanto accaduto... ma è una versione corrispondente al vero?

Scrive l’autore Daniel Foss:

“Credo di aver appurato che cinque fra i sette componenti dell’equipaggio sono ancora vivi. Alcuni di loro per giunta usano ancora i loro vecchi nomi! Il governo degli Stati Uniti è tristemente noto per le sue censure e le sue sfacciate frodi, dall’episodio di Roswell sino all’inside job del 9 11. E’ interessante notare che Judith Resnik e Michael Smith sono entrambi docenti: Judith Resnik insegna alla Yale School of Law e Michael Smith alla Wisconsin State School of Engineering”.

Daniel Foss ha compiuto accurate ricerche da cui risulterebbe proprio che almeno alcuni scienziati imbarcati sullo space shutlle "Challenger" sono oggi vivi e vegeti, addirittura senza aver cambiato identità. Fotografie ed altri documenti lo proverebbero. Il condizionale, in questi casi, è d’obbligo. Tuttavia l’incidente del "Challenger" pare avere le tipiche coordinate dei sinistri contraffatti o comunque di quegli accadimenti in cui la narrazione canonica dell’avvenimento è piena di falle, resoconto dove un frammento di verità è incastonato in un’evidente montatura: si pensi al recente schianto del velivolo civil-chimico appartenente alla compagnia tedesca “Germanwings”.

Dunque... dead or alive?

Fonte: opobnews


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21 maggio, 2015

Bloom and doom



La “candida rosa” descritta da Dante nel Paradiso è immagine che si comprende ricordando la letteratura occitanica in cui la rosa è simbolo dell’eros, ma di un eros per lo più sublimato, quasi incorporeo che in talune esperienze assurge a slancio contemplativo. In francese ed in inglese “rose” è anagramma di eros. I rosoni delle cattedrali paiono evocare significati astronomici oltre che mistico-esoterici.

Imprescindibile riferimento culturale nella Weltanschuauung del Basso Medioevo è il Roman de la rose, il rapsodico poema narrativo-allegorico in lingua francese (XIII secolo) di Guillame de Loris e Jean de Meung in cui la donna amata è rappresentata da una rosa. Il Roman de la Rose fu adattato da Ser Durante nel poemetto didascalico-allegorico intitolato Il fiore: con persuasivi argomenti stilistici il critico Gianfranco Contini ha ravvisato in Dante l’autore della volgarizzazione. Così l’anello si chiude a circoscrivere le più insigni manifestazioni della cultura romanza, una in lingua d’oil, un’altra in lingua d’oc, l’ultima nel volgare italiano.

Qualcuno sostiene che la “candida rosa” sia un’icona dipinta dal “ghibellin fuggiasco” per la sua armonia formale in cui è contenuta la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo. E’ ipotesi che non convince del tutto, poiché il poeta fiorentino intende esaltare valenze spirituali che trovano la loro linfa nella rosa concepita come simbolo dell’amore perfetto, in un processo di progressiva idealizzazione.

Dopo Dante la rosa è sempre più spesso associata a concetti elevati: nel Rinascimento sorse la confraternita iniziatica dei Rosacroce, di impronta cristiano-evangelica il cui simbolo è una rosa a cinque petali posta al centro di una croce latina. L’arma di Johann Valentin Andreae (1586-1654), i cui scritti rivelarono le concezioni dei Rosacroce, era una croce di Sant’Andrea con quattro rose collocate alle estremità dei bracci.

Che cosa è accaduto in età contemporanea? Nello stravolgimento e nella depravazione generale che trascina con sé tutto, la simbologia della rosa è stata snaturata ad adombrare liturgie contro-iniziatiche e delitti rituali: il significante (la forma del fiore) è rimasto il medesimo, ma il significato (l’idea sottesa alla figura) è degenerato a tal punto da suggerire intenti abominevoli, antitetici ai nobili fini perseguiti dalle congregazioni medioevali e moderne. Si è scelto come unico colore della rosa il rosso che allude all’effusione di sangue. Ecco perché servizi televisivi e fotografie di testate giornalistiche indugiano sovente, nel caso di omicidi, su una rosa rossa da cui a volte stilla una goccia: è una sorta di firma apposta dagli Oscurati, un funesto sigillo, l’impronta di un destino mortale.

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La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

17 maggio, 2015

Se settembre...



Harmful harvest

Si rincorrono allarmanti notizie a proposito di un evento epocale che dovrebbe accadere a settembre di quest’anno. Di preciso non si sa che cosa bolla nel pentolone: qualcuno paventa un collasso socio-economico, qualcun altro evoca il passaggio del Pianeta X, altri pensa ad una svolta politica in senso totalitario, altri ad un’invasione o al solito conflitto mondiale...

Sono scenari spesso vaticinati negli ultimi lustri: sono “profezie” che si sono adempiute, quando si sono adempiute, solo in parte. Si sa: si grida al lupo al lupo! Così si sta sempre allerta, ma non accade alcunché. Quando il lupo arriva veramente, è ormai stata abbassata la guardia.

L’aspetto serio della questione è il seguente: fonti tra loro indipendenti ed eterogenee preannunciano per il settembre venturo un evento di portata decisiva. Sarà dunque il tempo della grande mietitura? Nessuno può saperlo con certezza. Si può almanaccare e semmai distinguere tra due probabili orizzonti: da un lato un accadimento repentino destinato a porre la popolazione di fronte ad una situazione inedita e rovinosa (ad esempio, un black out prolungato con tutte le deleterie conseguenze del caso) oppure il deterioramento sarà caratterizzato da una parabola snervante, da quella lentezza con cui si sta sfilacciando il tessuto economico e sociale, insieme con la progressiva spoliazione dell’ambiente. E’ chiaro che in tale processo agonico gioca un ruolo cruciale la geoingegneria clandestina: le scie chimiche, ad esempio, hanno trasformato la florida California in una landa desertica. Il triste declino di Gaia, infatti, è connesso soprattutto ad una scellerata e deliberata politica, ad una smania di distruzione cui si aggiungono in una letale sinergia fenomeni naturali o presunti tali, come eruzioni vulcaniche, sismi, maremoti.

Preppers

Negli Stati Uniti d’America li chiamano "preppers": sono cittadini che, temendo qualche calamità, da tempo hanno già provveduto ad approntare scorte di viveri, armi, acqua nonché a premunirsi di tutto il necessario per sopravvivere in un paese dove è stata dichiarata la legge marziale ed in cui imperversano flagelli biblici.

Dobbiamo riconoscere che i "preppers" sono previdenti, sebbene le molteplici variabili ed incognite di un pianeta “post-atomico” rendano ardua una sopravvivenza anche per chi ha predisposto le idonee riserve alimentari e le necessarie risorse strategiche.

Escludiamo che il cittadino comune nell’opulento e fatuo mondo occidentale abbia anche una sola chance di adattarsi e di resistere in una realtà completamente stravolta, senza tutti gli agi che consideriamo – a torto - scontati. Gli uomini più o meno sono sempre gli stessi: se una volta le coppie scoppiavano, perché lui o lei schiacciava nella parte sbagliata il tubetto del dentifricio, oggi ci si dispera per una mancata connessione alla Rete. Ci si adira e si litiga per quisquilie, incapaci di apprezzare quello di cui, bene o male, usufruiamo, prigionieri di un egoismo cieco ed edonista. Perfetto: se non dovessimo più avere a disposizione l’acqua, deliberemo deliziosi long drink.

Essere organizzati da un punto di vista pratico significa essere pure pronti sotto il profilo psicologico e, in parte, viceversa, ma la vediamo molto molto grama: è plausibile che l’ingranaggio strazierà tutti, degni ed indegni, con un’assurda preferenza per i primi.

Montale nel componimento “Il sogno del prigioniero” si domanda: “Ancora ignoro se sarò al festino/farcitore o farcito. L'attesa é lunga,/il mio sogno di te non è finito”. Parole profetiche: non sappiamo se saremo farcitori o farciti. Beato comunque chi, come il poeta genovese, sa ancora sognare...

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14 maggio, 2015

Origini e fine del contratto sociale



Non si può individuare alcuna genesi del contratto sociale: non è mai accaduto che una comunità primordiale si sia riunita per concordare i criteri sui quali fondare lo Stato. Esso è simile alle sabbie mobili: subito non ti accorgi nemmeno della loro esistenza; quando te ne avvedi, è troppo tardi: ormai sei intrappolato. Assomiglia pure ad un ficus strangolatore che con mortale lentezza avvolge le sue spire attorno ad altre piante.

Lo Stato sorge a danno degli uomini, sebbene ami ammantarsi di paludamenti etici, giuridici e persino religiosi. Sorge a seguito di una volontà e coercizione unilaterale: si pensi alle élites antiche, un ceto di re-sacerdoti, di governatori e di condottieri che un po’ alla volta, sulla base di una concezione sacra del potere, gettano le fondamenta della comunità statuale. [1]

Così probabilmente nascono le città-stato dei Sumeri, così si afferma la dinastia egizia del primo faraone, Menes-Narmer. Se anche le pòleis primigenie sono talvolta amministrate in modo saggio, secondo princìpi nobili, la divisione del lavoro e la conseguente stratificazione sociale ratificano le diseguaglianze su cui lo Stato si fonda, sperequazioni che anzi sono l’architrave dell’edificio eretto dalle classi dirigenti.

La legge, l’esercito e la fiscalità sono i tre pilastri degli apparati. Nelle civiltà antiche la giustificazione del potere è radicata nella religione: ad esempio, YHWH è il Signore di un popolo il cui sovrano è consacrato dallo ierofante, mediatore tra il popolo e la divinità.

Oggi lo Stato dissacrato e dissacrante accampa la sua legittimità (del tutto usurpata), incarnando il ruolo di unico garante della “democrazia”. Alla finzione giuridica si associa l’immensa insincerità di uno Stato-genitore (in realtà patrigno) che, fingendo di occuparsi dei cittadini, allevandoli e proteggendoli, li stritola ope legis.

E’ palese che, stando così le cose, l’unico obiettivo desiderabile non è riformare una compagine in sé irriformabile, ma por fine allo Stato. L’unico fine che deve perseguire l’uomo degno di questo nome è la fine dello Stato.

[1] Sembra che alcune tribù di Nativi americani possano costituire un’eccezione.

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10 maggio, 2015

L'ossessione per l'alta velocità



L’ossessione per l’alta velocità è una delle tare mentali dei nostri tempi disperati: così le valli e le montagne sono deturpate da linee ferroviarie che sono decantate come il non plus ultra del progresso. Immondi interessi economici e la fanatica fissazione per la rapidità concorrono a distruggere quel poco di bello scampato all’impulso di morte.

Viaggiando sui lussuosi ed avveniristici convogli dell’alta velocità si arriva prima! L’imperativo è il seguente: recuperare l’eventuale ritardo ad ogni costo, mentre operai, impiegati e studenti aspettano Godot, pardon le coincidenze in tetre stazioni. La gente comune è pigiata in sordide carrozze di ferrovie che, non a caso, sono definite rami secchi: si possono dunque potare.

Manager, alti funzionari, rampanti uomini d’affari, intanto, raggiungono l'agognata meta in un amen. Tutto è celere, serrato, incalzante, quasi istantaneo: si bruciano le tappe, si arriva in orario per la decisiva colazione di “lavoro”, per una triste happy hour.

Era così piacevole viaggiare in treno una volta: era piacevole e persino istruttivo. Si ammirava il paesaggio di là dal finestrino. Si slargavano scenari sempre mutevoli, sempre suggestivi: campi coltivati, boschi verdeggianti, pittoreschi villaggi, azzurri litorali, distese marine… Oggi, ovunque ci troviamo, gli occhi sono fissi sullo schermo dell’iPad.

Si conversava con gli altri passeggeri, si leggeva qualche pagina di un libro. Il viaggio in treno era a volte stancante, ma pur sempre una piccola avventura, un modo per staccare dalla routine. Tutto acquisiva un altro ritmo, un’altra dimensione. Il viaggio era un percorso, non una folle corsa. Oggi le protesi tecnologiche ci accompagnano dappertutto ed il treno superveloce è solo uno dei tanti luoghi in cui frenetici si affannano uomini allo sbando. E’ tutta una maratona spasmodica verso il nulla, un affrettarsi sempre e comunque, pure quando non si avrebbe alcuna premura.

In questo modo non è più il tempo a divorare la vita e gli uomini, ma sono gli uomini che divorano il tempo, come fosse un cheeseburger da consumare in fretta e furia, durante la brevissima pausa pranzo. Siamo diventati divoratori di noi stessi: fagocitando i giorni, le ore, i minuti, ci illudiamo che arrivare un quarto d’ora prima significhi conseguire chissà quale obiettivo.

Allora pigiamo il pedale dell'acceleratore, stringiamo i tempi, studiamo il passo, dimenticando che ci affrettiamo verso l’unico traguardo, verso l’ultima destinazione: la morte.

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07 maggio, 2015

Cartografia



Molti si chiedono se le varie tecniche per influire sul corso degli eventi e per migliorare la propria vita siano efficaci. Non è facile rispondere, perché bisognerebbe risolvere una serie di sesquipedali problemi teorici riguardanti il libero arbitrio, l’universo, il caso, il fato etc. Sono questioni che fino ad oggi nessuno è riuscito a dirimere, nonostante le pazienti, plurisecolari indagini. Si potrà quindi fornire qualche abbozzo di risposta, qualche cenno del tutto empirico ed approssimativo.

Sia chiaro che non si intende qui negare, secondo un angusto e polveroso criterio scientista, il complesso di fenomeni che eludono le relazioni di causa-effetto e le cosiddette “leggi di natura”. Esistono manifestazioni che violano la logica aristotelica nonché i parametri fissati da certa “scienza”: solo che questi fenomeni non sono ancora stati inquadrati in una teoria chiara ed esaustiva, malgrado l’impegno di certi meritevoli pionieri, né possiamo affermare che talune capacità preternaturali sono alla portata di tutti ed all’ordine del giorno. Se così fosse, grazie alla cosiddetta “legge dell’attrazione”, il pensiero positivo etc., il mondo in cui viviamo sarebbe diverso da com’è. Se inoltre la legge dell’attrazione et similia fossero davvero così immediate e facili da applicare, non sarebbe necessario sfornare sempre nuovi volumi sul tema ed organizzare dispendiosi corsi o estenuanti tirocini. Una volta che una persona padroneggia il metodo in esame, si dovrebbe creare una reazione a catena, come quando sulla Rete è pubblicato un video che, per un suo tratto di originalità o provocazione, diventa, come si suol dire oggi, “virale”.

Bisogna qui confutare un’obiezione diffusa: le tecniche in oggetto non funzionerebbero, perché è necessario raggiungere una massa critica per conseguire dei cambiamenti tangibili. Orbene, questa eccezione è priva di fondamento: infatti una presa di coscienza prescinde dal numero, visto che la Coscienza in sé è estranea a valori quantitativi. Se le tecniche non funzionano, significa che sono truffe, ben diverse da un impegnativo percorso iniziatico che può condurre a risultati solo con mille sacrifici e grazie a conoscenze esoteriche trasmesse da un vero Iniziato.

Invero, gli innumerevoli libri sulla forza del pensiero, della parola, della vibrazione, della preghiera all’angelo custode, del pensiero “quantico”, della concentrazione etc. quasi sempre rinviano ad altri testi, che sono definiti basilari, oppure tali saggi rimandano a seminari da frequentare, ad altre tecniche via via più complesse da apprendere.

Oltre all’avidità di coloro che con le loro pubblicazioni sulla legge dell’attrazione attraggono i gonzi i cui portafogli si svuotano a mano a mano che le giornate si riempiono di inutili mantra, bisogna deplorare le concezioni che sottendono tale accozzaglia di scemenze New age. Quasi sempre, infatti, questi manuali si fondano su un ingenuo, puerile nesso causale e su un'epidermica visione della vita dominata da regole elementari, da schematismi di sconvolgente piattezza. Disdicevoli sono anche l’utilitarismo, il materialismo e l’egomania su cui sono costruite molte teorie e pratiche inerenti al miglioramento individuale.

Si dimentica che la realtà, dal momento che esiste, è irrazionale e tentare di costringerla in formulette vincenti, in un vademecum per il successo, è un po’ come tracciare un disegno (bidimensionale) del globo terracqueo (tridimensionale), mantenendo invariati gli angoli, le distanze, le dimensioni dei continenti, senza incorrere dunque in deformazioni o in cambiamenti di taluni valori.

Insomma queste pseudo-filosofie non centrano il bersaglio, laddove gli orientamenti irrazionalisti paiono aderire alla realtà come una seconda pelle.

La fede - errata o giusta che sia - nella libera volizione, oggi scaduta nel fai da te, nella presunzione che non esistano limiti di alcun tipo, dovrebbe confrontarsi con l’idea che anche la più ferrea, ferma volontà potrebbe essere inscritta nel più inflessibile e tetragono dei destini.

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04 maggio, 2015

Violazione del contratto sociale: quali conseguenze?



L’articolo intitolato “L’apologo di Menenio Agrippa: esortazione alla concordia sociale o apologia dello Stato-Leviatano?” potrebbe sembrare infirmato da una contraddizione: come può un uomo disconoscere uno Stato dei cui servizi, per quanto scadenti, usufruisce? Come può un cittadino essere un impiegato statale e, nel contempo, sconfessare l’Istituzione per eccellenza?

Orbene, vedremo con logica stringente che le argomentazioni non sono inficiate da alcuna incongruenza. Infatti dal momento in cui lo Stato viola il tacito patto sociale, esso è in difetto nei confronti del singolo: è come se avesse contratto un debito di cui deve versare gli interessi al cittadino.

Proponiamo l’esempio del fisco: visto che lo Stato contemporaneo destina una quota abnorme del gettito erariale alle spese militari (biogeoingegneria inclusa), al mantenimento di una cricca parassitaria di “politici”, burocrati e funzionari, alla costruzione di opere “pubbliche” che devastano l’ambiente, al pagamento dell’usura sul signoraggio bancario etc., è palese la violazione del dettato costituzionale.[1] La Costituzione, infatti, prevede un sistema tributario informato a criteri di progressività e concepito affinché ciascuno concorra con le imposte alle “spese pubbliche”. Per “spese pubbliche” non si possono certo intendere esborsi con cui è arricchita una masnada di profittatori né investimenti addirittura impiegati per danneggiare la collettività.[2]

Già la sola introduzione delle imposte indirette infrange la lettera e lo spirito dell’articolo 53: dunque il cittadino che decide di non alimentare un sistema iniquo ed illegittimo per mezzo di uno sciopero fiscale, agisce in modo lodevole e giuridicamente ineccepibile. Non solo, egli vanta sempre un credito nei confronti dello Stato, giacché, con i gravami indiretti su beni e servizi, obtorto collo sovvenziona gli apparati.

Quando il singolo riceve uno stipendio dallo Stato o qualsiasi altro emolumento (assegno previdenziale, di disoccupazione...), senza dimenticare che molti Italiani, pur disoccupati, sono scorticati da un fisco esoso, egli ottiene sempre una quota irrisoria di quanto meriterebbe. Nel caso dei disoccupati si crea una situazione di inammissibile squilibrio, poiché chi non ha un impiego sostiene con i balzelli uno Stato che non gli elargisce alcunché. Comunque ciò che è introitato è un’esigua frazione di un indennizzo che lo Stato deve versare per non aver ottemperato alle regole del contratto generale. Questo vale soprattutto per quegli uomini che con la loro cultura ed il loro ingegno dànno lustro e prosperità al paese cui appartengono. Aveva ragione Socrate: il filosofo non solo chiese ai giudici ateniesi di assolverlo senza esitazioni, ma di essere mantenuto a spese della pòlis.

E’ naturale quindi che, mentre l’azione penale esercitata ai danni di un cittadino rinviato a giudizio o processato o condannato in modo arbitrario, è nulla, perché priva di qualsiasi valore giuridico ed etico, la denuncia che il cittadino libero sporge nei rispetti di coloro che trasgrediscono le leggi ed i princìpi morali alla base dell’accordo sociale, è l’unica ad essere legittima e valida.

E’ sufficiente che anche una sola norma sia conculcata per invalidare l’intero impianto su cui si fonda il patto tra i componenti della compagine pubblica.[3] In tal caso, il cittadino di cui sono stati lesi i diritti, è abilitato e tenuto a disconoscere lo Stato (inteso sia come organismo sia come insieme dei rappresentanti infedeli) che, nelle more di una ridefinizione del concordato, dovrà conformarsi alla volontà del singolo, una volontà ispirata a valori imperituri e non, a differenza di quanto avviene all’interno della controparte, a cavilli vessatori, ad imbrogli pseudo-legali. Il cittadino libero si trova a vivere in una situazione de facto, ma scevra di qualsiasi fondamento giuridico: ne deriva una sproporzione che esige un ristabilimento dell’equità minata dall’usurpazione di poteri non delegati.

Giustamente Thomas Jefferson e James Madison nelle "Kentucky e Virginia resolutions" (1798 e 1799) affermano: “Ogni qualvolta il Governo generale assuma poteri non delegati, i suoi atti non sono autorevoli, sono vuoti e senza alcuna autorità”. Si può soltanto essere d’accordo.


[1] L’art. 32 risulta senza alcun dubbio violato dalle attività di geoingegneria clandestina: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Stesso discorso per il secondo comma dell’art. 9 “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”.

[2] Art. 53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

[3] Ad esempio, gli artt. 2 e 3. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

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01 maggio, 2015

Gli Insettoidi di zia Eve



Nel saggio intitolato “Il ritorno dei popoli delle stelle”, Ardy Sixkiller Clarke riporta un’ampia ed eterogenea casistica xenologica fra i Nativi americani. Tra gli episodi più sinistri, figura il resoconto di zia Eve, una Nativa che vive in una piccola abitazione rurale della Virginia.

Interpellata dall’autrice del libro, zia Eve, per metà Cherokee e per Choctaw, ha riferito delle disavventure che cominciarono con la ripetuta sparizione di alcune galline. Questo il prologo del suo racconto: “Controllavo il pollaio, il recinto, ma niente: il cancelletto era chiuso e non si notavano segni di effrazione. Così una notte decisi di restare sveglia a vigilare, pensando di cogliere il ladro in flagrante. Presi anche il fucile che, da quando vivo da sola, tengo sempre carico in casa, e mi sedetti nel portico. Poi verso le 23:00 li vidi”.

Zia Eve prima scorse una luce arancio che rischiarava il cortile, poi una figura che avanzava verso di lei. Spaventata la donna, imbracciò il fucile e provò a sparare, ma il grilletto scattava a vuoto. Ella pensò di non aver tolto la sicura, ma non era così. A quel punto la creatura strappò l’arma di mano alla malcapitata, gettò a terra il fucile ed ordinò telepaticamente alla donna di seguirla. Zia Eve giunse così sul pendio di una collina dove era adagiata un’enorme astronave di forma oblunga, color grigio scuro. La nativa americana fu condotta in una camera dove fu lasciata sola.

Zia Eve descrive i visitatori nel modo seguente: “Somigliavano più che altro ad insetti… grossi insetti con arti lunghi e sottili. Anche il collo era lungo ed esile e reggeva teste grosse come cocomeri. Gli occhi erano tondi e sporgenti; gli esseri, al posto del naso, avevano una specie di protuberanza con due piccoli fori ai lati. La bocca, infine, era priva di labbra: quando la tenevano chiusa, sembrava un taglio dovuto ad un rasoio. Nel complesso parevano per metà insetti e per metà umani e credo che fossero sia di sesso maschile sia femminile. Le femmine erano più alte e robuste dei maschi”.

Comunicando con il pensiero, gli alieni rivelarono alla sequestrata che essi, provenienti da un lontano pianeta, erano approdati sulla Terra per tracciare una “mappa” delle forme di vita esistenti nell’universo. Sbalorditivo ed inquietante fu quanto notò la donna all’interno del vascello spaziale: uomini sdraiati su tavole, altri seduti, tutti come ipnotizzati e con lo sguardo perso nel vuoto; zia Eve tentò invano di destarli.

La rapita, destinata ad incontrare gli ufonauti sei volte, ebbe l’impressione che i locali in cui dormivano gli uomini fossero delle dispense. Si convinse pure che gli intrusi erano in grado di leggere nel pensiero, di mesmerizzare e paralizzare le loro vittime nonché di cancellarne i ricordi.

Le esperienze riferite sono notevoli per l’attendibilità della testimone e per le convergenze con parecchie altre relazioni inerenti a contatti con Insettoidi, nella fattispecie dalle sembianze di Mantidi cui rinvia pure il dimorfismo sessuale ben individuato dalla repeater.

La protagonista di questa sbalorditiva storia si imbatté in predatori allotri camuffati da scienziati o le sue vicende furono il risultato di una fervida immaginazione?

Fonte:

A. Sixkiller Clarke, Il ritorno dei popoli delle stelle, Roma, 2014, pp. 201-206

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