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26 gennaio, 2017

Significati esoterici della Crocifissione dipinta da Jean Cocteau



La chiesa di Notre Dame de France si trova a Londra in Leicester Square. L'edificio era un tempo un teatro, il che spiega la sua pianta inusuale. Fu trasformato in chiesa nel 1855.

Negli anni '60 del XX secolo il tempio fu affrescato da Jean Cocteau, poeta, drammaturgo, scrittore, regista e pittore. L’eclettico artista francese raffigura la Crocifissione. Del Cristo si vedono solo le gambe ed i piedi, mentre la scena si focalizza sui personaggi attorno al patibolo: Giovanni (o Lazzaro?) con i capelli prolissi e la barba rada; Maria, madre di Gesù; Maria Maddalena; alcuni soldati romani che brandiscono le lance... Tra le figure delineate, lo stesso Cocteau.

Il murale, realizzato attraverso uno stile grafico e quasi araldico, esibisce un’iconografia inusuale e sconcertante: la rosa sul braccio verticale della croce, l’occhio a forma di pesce di Giovanni (o Lazzaro) e della Maddalena, il rapace effigiato sullo scudo del legionario, il sole nero.

Ciascuno di questi particolari è denso di significati esoterici: la rosa allude probabilmente ai Rosacroce, il pesce occultato negli occhi pare un riferimento ad Ichtys, l’acrostico greco che significa Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore. Il falco ed il sole potrebbero adombrare il dio egizio Horus, in qualche misura ipostasi del Redentore. La lettera V tracciata attraverso il velo delle pie donne a destra (per chi osserva) della croce è un’allusione al Vas electionis o al Graal?

E’ possibile che, con la sua opera, Cocteau cripti valori “eterodossi”, riconducibili ad una tradizione collaterale che sottolinea, all’interno del Cristianesimo delle origini, il ruolo della Maddalena e di Lazzaro (Eleazar). I risvolti di questo retaggio sembrano oltrepassare i confini di una corrente iniziatica...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

21 maggio, 2015

Bloom and doom



La “candida rosa” descritta da Dante nel Paradiso è immagine che si comprende ricordando la letteratura occitanica in cui la rosa è simbolo dell’eros, ma di un eros per lo più sublimato, quasi incorporeo che in talune esperienze assurge a slancio contemplativo. In francese ed in inglese “rose” è anagramma di eros. I rosoni delle cattedrali paiono evocare significati astronomici oltre che mistico-esoterici.

Imprescindibile riferimento culturale nella Weltanschuauung del Basso Medioevo è il Roman de la rose, il rapsodico poema narrativo-allegorico in lingua francese (XIII secolo) di Guillame de Loris e Jean de Meung in cui la donna amata è rappresentata da una rosa. Il Roman de la Rose fu adattato da Ser Durante nel poemetto didascalico-allegorico intitolato Il fiore: con persuasivi argomenti stilistici il critico Gianfranco Contini ha ravvisato in Dante l’autore della volgarizzazione. Così l’anello si chiude a circoscrivere le più insigni manifestazioni della cultura romanza, una in lingua d’oil, un’altra in lingua d’oc, l’ultima nel volgare italiano.

Qualcuno sostiene che la “candida rosa” sia un’icona dipinta dal “ghibellin fuggiasco” per la sua armonia formale in cui è contenuta la corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo. E’ ipotesi che non convince del tutto, poiché il poeta fiorentino intende esaltare valenze spirituali che trovano la loro linfa nella rosa concepita come simbolo dell’amore perfetto, in un processo di progressiva idealizzazione.

Dopo Dante la rosa è sempre più spesso associata a concetti elevati: nel Rinascimento sorse la confraternita iniziatica dei Rosacroce, di impronta cristiano-evangelica il cui simbolo è una rosa a cinque petali posta al centro di una croce latina. L’arma di Johann Valentin Andreae (1586-1654), i cui scritti rivelarono le concezioni dei Rosacroce, era una croce di Sant’Andrea con quattro rose collocate alle estremità dei bracci.

Che cosa è accaduto in età contemporanea? Nello stravolgimento e nella depravazione generale che trascina con sé tutto, la simbologia della rosa è stata snaturata ad adombrare liturgie contro-iniziatiche e delitti rituali: il significante (la forma del fiore) è rimasto il medesimo, ma il significato (l’idea sottesa alla figura) è degenerato a tal punto da suggerire intenti abominevoli, antitetici ai nobili fini perseguiti dalle congregazioni medioevali e moderne. Si è scelto come unico colore della rosa il rosso che allude all’effusione di sangue. Ecco perché servizi televisivi e fotografie di testate giornalistiche indugiano sovente, nel caso di omicidi, su una rosa rossa da cui a volte stilla una goccia: è una sorta di firma apposta dagli Oscurati, un funesto sigillo, l’impronta di un destino mortale.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 giugno, 2013

Zanoni: ideali ed idoli

Non vi è mistero in ogni dove? Può il tuo occhio scoprire il maturare del seme sotto la terra? Nel mondo morale come in quello fisico, giacciono portenti. (E. Bulwer-Lytton)

“Zanoni” è un romanzo di Edward Bulwer-Lytton. [1] Pubblicato nel 1842, il libro si colloca lungo la direttrice del romanzo gotico, quando il sottogenere è ormai declinante e contaminato. L’autore, però, travalica i confini del gothic novel per comporre un’opera filosofica ed iniziatica: i concetti tuttavia si diluiscono nell’intreccio e vivono nei personaggi, tra cui spicca il protagonista, Zanoni, “oscuro uomo di luce”, quasi terribile nella sua sovrumana abnegazione.

Zanoni è un immortale che si muove al confine tra due dimensioni, l’eterno ed il mondo della caducità. Come potente magnete, l’amore per Viola, donna sensibile e soave, lo attrae nel vortice dell’esistenza, nel tumulto di eventi che un po’ alla volta lo sradicano dai princìpi esoterici e mistici della sua natura eccezionale.

Non sappiamo se Bulwer-Lytton fosse un Rosacroce e se veramente custodisse segreti iniziatici: è indubbio che lo scrittore britannico, noto soprattutto per l’epico “Gli ultimi giorni di Pompei”, seppe trasfondere in quest’opera enigmatica e suggestiva un profondo sentimento della vita, dilaniata dalle grinfie del tempo, eppure proiettata verso l’intangibile serenità dell’infinito.

Con la sua prosa elegante e frondosa, il N. crea una galleria di tipi umani indimenticabili: Meynour, ascetico ed umbratile, Glyndon, artista talentuoso, eppure velleitario, Nicot, spregiudicato e meschino, la sensuale Fillide… Il romanzo si apprezza quanto più si allontana dalle elucubrazioni, invero un po’ astratte (e sinistre), sui misteri del Sacro (Il Guardiano della Soglia, Adonay, l’Oltremondo ), per addentrarsi nei meandri della Storia. Per questa ragione l’episodio più emozionante è l’ultimo. Nell’epilogo, intitolato “Il regno del Terrore”, si è catapultati nella Parigi rivoluzionaria, dominata dal despota democratico, Robespierre.

I protagonisti della Rivoluzione sono dipinti a tinte fosche: l’atmosfera soffocante di sospetto e delazione è resa in modo magistrale. La Francia non è la patria della libertà, della fraternità e dell’eguaglianza, ma il proscenio crudele dove gli ideali più alti si sono impietriti in idoli assetati di sangue. La fredda luce della luna scintilla sulla mannaia della ghigliottina. E’ lontana la Napoli dei primi capitoli, solare e mediterranea. Alle amene e festevoli contrade campane è subentrato il ferreo squallore dei tribunali e delle carceri.

A Parigi si consuma la tragedia: Zanoni, in un supremo sacrificio di sé, dimostra che di fronte all’Amore, la stessa Sapienza è labile ombra.

[1] Bulwer-Lytton è figura molto controversa: fu un genuino rappresentante della saggezza rosacraciana o uno spregiudicato occultista? Certi aspetti della sua biografia depongono a favore della seconda ipotesi: egli, oltre ad essere nelle grazie dei reali britannici, nel 1861 ospitò nel maniero di Knebworth i fratelli polacchi Alexandre e Constatine Branicki. I due gli rivelarono le pratiche magico-sessuali che Eliphas Levi aveva appreso da Pierre Vintras, il mago francese che fu maestro di Boullan. Boullan, in seguito, nella "Clefs des grand mysthères", tacciò quelle pratiche come rituali di derivazione satanica.

Leggi qui un'altra recensione.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

10 agosto, 2011

La misteriosa morte di Dante

Dante Alighieri (1265-1321) morì di malaria o fu ucciso? Il sospetto che Dante fu eliminato serpeggia da un po’ di tempo e, per quanto mi consta, è stata la narratrice spagnola Matilde Asensi ad insinuare che la scomparsa del sommo poeta fu la conseguenza di una trama. L’autrice nel romanzo intitolato “L’ultimo Catone”, affida ad un Guardiano della Vera Croce il compito di inoculare il dubbio nella protagonista, Suor Ottavia Salina, convocata dalle alte gerarchie del Vaticano per decifrare un tatuaggio inciso sul cadavere di un Etiope ritrovato in Grecia.

Lo Staurophylakos (Custode della Croce) sottolinea che Dante si era inimicato papa Bonifacio VIII (al secolo Benedetto Caetani), per aver tuonato contro la sua scandalosa condotta simoniaca. Ricorda poi che passò a miglior vita la notte tra il 13 e 14 settembre del 1321. Era stato inviato come messo a Venezia dal mecenate Guido Novello da Polenta: di ritorno dall’ambasceria, attraversando le lagune della costa adriatica, il “Ghibellin fuggiasco” contrasse le febbri malariche e morì. Il 14 settembre è il giorno della Vera Croce.

Addirittura Francesco Fioretti ha costruito un’intera storia, “Il libro segreto di Dante”, 2011, sul presunto assassinio dell’Alighieri. E’ tuttavia un libro ingarbugliato e pretenzioso, scritto in modo incolore (alla Dan Brown): così, invece di gettare un barlume sulla questione, la banalizza per fini di commerciale intrattenimento. Quindi non ci è di nessun aiuto per provare a sciogliere l’enigma, mentre è più utile il cenno nel titolo dell’Asensi, la cui indagine esoterica è imperniata sul significato simbolico della Croce.

La traccia che si può seguire si riferisce al giorno in cui Dante morì, il 14 settembre, dì dell'Esaltazione della Santa Croce, festività della Chiesa cattolica, della Chiesa ortodossa e di altre confessioni cristiane. In essa si commemora la croce sulla quale fu inchiodato il Messia. La ricorrenza è generalmente collocata il 14 settembre, giorno in cui celebra la consacrazione della Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

Come è noto, la Croce è pure simbolo templare: che Dante fosse un cripto-templare è probabile. La Croce è il più universale dei simboli primari: rappresentando il punto di intersezione tra su e giù, destra e sinistra, implica l’unificazione del dualismo nella totalità. Può assumere valenza sia spaziale sia temporale. Si riferisce a situazioni cronologiche nella cultura dei Sumeri.

Dante era un pitagorico, forse un appartenente alla Confraternita dei Fedeli d’Amore: il suo sapere, in cui erano amalgamate la tradizione esoterica cristiana, quella islamica ed ebraica, trasmesse da una catena di precedenti maestri, si coagula nell’insegnamento anagogico ed ermetico della Commedia, capolavoro cifrato che lascia trasparire simboli poi confluiti, tra gli altri, soprattutto nei Rosacroce, esponenti cinquecenteschi di un antichissimo cenacolo di iniziati.

La Rosa è emblema che nella "Commedia" assurge a notevole rilievo, il cui valore, insieme con quello di altre immagini e dei numeri, fu studiato da René Guénon nel saggio “L’esoterismo di Dante”. Di solito la “candida rosa” descritta nel Paradiso è interpretata come emblema dell’Amore celeste. La Rosa simboleggia il Centro, la Verità, il Cuore, l'Eros mistico ("Eros" è anagramma dei termini francesi ed inglesi "rose"). Nel rosone delle chiese romaniche e gotiche si fondono adombramenti cosmico-cronologici e spirituali.

Che il Nostro fu vittima di una congiura, forse nell'ambito della persecuzione contro i Templari, è ipotesi percorribile, benché gli indizi (la morte tra il 13 ed il 14 settembre, il nascondimento degli ultimi tredici canti del “Poema sacro”, l’appartenenza di Dante ad una cerchia di adepti…) siano , ad oggi, molto labili per tentare di stabilire la verità.

Fonti:

M. Asensi, L’ultimo Catone, 2001, p. 447
Enciclopedia dei simboli, a cura di H. Biedermann, Milano, 1991, s.v. croce e rosa.
R. Guénon , L’esoterismo di Dante, passim, 1925
F. Lamendola, L'esoterismo di Dante, 2010

L. Pirrotta, Dante ed i Fedeli d'amore

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

16 marzo, 2009

Il Collegio invisibile

Esiste un Collegio invisibile che, attraverso i millenni, ha custodito segreti iniziatici? E' plausibile che sia intervenuto non solo per trasmettere conoscenze da maestro in discepolo o per il tramite dell'arte o dell'oralità, ma pure per intervenire in quei casi in cui si correva il rischio che certe conoscenze causassero danni irreparabili all'umanità? E' un'ipotesi accarezzata da Louis Pauwels e Jacques Bergier, autori di un celebre e rapsodico saggio Il mattino dei maghi. In questo libro "avvincente ed inaccettabile", gli autori suppongono che furono i Rosacroce ad adempire tale ruolo, essendo eredi gli adepti di questa confraternita di antichissimi circoli di saggi risalenti forse ad un'era antidiluviana. Altri evocano il Priorato di Sion e tracciano una linea di iniziati che da Dante Alighieri passerebbe per Sandro Botticelli, Leonardo da Vinci, Poussin... fino a Victor Hugo ed oltre.

Ora, poco interessa sapere quale confraternita operò in tal modo, ma se veramente esistette. Un'interpretazione oculata ed "eretica" di molte opere letterarie e di quadri (ad esempio, La tempesta di Giorgione o Et in Arcadia ego di Poussin) induce ad intuire sensi reconditi, valori esoterici che potrebbero collegarsi alla missione cui si accennava sopra.

Questo Collegio nascosto agirebbe usando le strategie cui ricorrono le varie logge che decidono i destini del mondo, ma, invece di cospirare con lo scopo ultimo di creare il Nuovo ordine mondiale, basato sulla definitiva schiavizzazione degli uomini, opererebbe per tentare di sventare i piani più orribili della sinarchia.

Se consideriamo le condizioni degradate del pianeta e dell'umanità sotto ogni profilo, si sarebbe tentati di concludere che questa comunità, indebolitasi per dissidi interni o per altre ragioni, si è poi disgregata sino a perdere qualsiasi capacità di influire sugli eventi.

Un tragico spartiacque (dimostrazione che gli Invisibili non poterono o non vollero opporsi) nella storia della "civiltà" è la tecnologia che consente di scindere l'atomo da cui si sprigionano energie immani. Riconosciamolo: il controllo dell'energia nucleare è l'innovazione più perniciosa che mente umana abbia potuto concepire. Con l'energia atomica furono e sono uccise o menomate migliaia di uomini, donne e bambini, la biosfera è stata avvelenata, sono state persino danneggiate le fasce di Van Allen. Purtroppo nessuno riuscì ad osteggiare le ricerche che portarono all'olocausto di Hiroshima e Nagasaki. Vari scienziati, che avevano contribuito alla diabolica invenzione, si stracciarono ipocritamente le vesti. Era ormai tardi: the damage is done. Commendevole fu, invece, Ettore Majorana che preferì dileguarsi piuttosto che divenire complice di una scienza votata allo sterminio ed alla distruzione.

Eppure forse l'orrore atomico non passò inosservato, se è vero che alcuni cominciarono ad intervenire proprio quando i funghi delle esplosioni si levarono minacciosi ed esiziali contro il cielo. Si favoleggia di una loro presenza sulla Terra da tempo immemorabile: "Sono tra noi", sussurra qualcuno. Vigilano, poiché non possono permettere che il pianeta sia distrutto con gravi conseguenze per gli equilibri del sistema solare e non solo, visto che tutto è intrecciato nel cosmo. Hanno, però, sottovalutato i progressi tecnologici dei terrestri dominati da una casta di militari psicopatici che soggiogano ricercatori spesso non meno pazzi dei generali?

Mimetizzati tra noi e forse infiltrati nei vertici delle istituzioni e dell'esercito, è opportuno che gli Invisibili si adoperino con prudenza e sagacia, ma anche con tempestività, poiché la miccia è quasi del tutto bruciata.

Forse, però, è necessario che questo mondo collassi, visto l'errore.



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