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15 ottobre, 2017

Contro gli antropocentrismi



I vari orientamenti della New age, alla fine, sono viziati dal solito antropocentrismo e sono speculari a quelle dottrine che incolpano l’uomo di ogni nefandezza. Da un lato si nega Dio oppure si afferma con sicumera prossima alla tracotanza – quella che i Greci chiamavano hybris – che l’uomo è l’unico vero Dio.

Ora, riteniamo che negli uomini, forse non in tutti, si trovi un nucleo spirituale che possiamo definire “anima”, ma, se egli si crede Onnipotente, se si colloca al centro dell’universo, misconoscendo che esiste altro da sé, un orizzonte che non è contenuto nel cerchio dell’individuo, allora tale superbia dichiara la sua orgogliosa meschinità ed il suo fallimento.

Esiste poi un antropocentrismo di segno contrario, tutto sommato non così differente da quello egocentrico: si manifesta quando si considera responsabile l’uomo di ogni errore, di ogni male che affligge il mondo. Senza assolvere sempre e comunque il singolo che ha i suoi limiti, si dimentica l’influsso pernicioso degli Arconti e dei loro disgustosi collaboratori "umani".

Si passa da un eccesso all’altro, mentre, con la consapevolezza che l’uomo è un essere contraddittorio, ambivalente (e che cosa non lo è?), si impara che è necessario distinguere, soppesare ogni questione: è opportuno astenersi da giudizi inappellabili e da condotte arroganti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro


01 ottobre, 2017

Che cos'è la verità? (I)



Che cos’è la verità? “Quid est veritas?” Chiede Pilato al Messia, stando al racconto evangelico. La domanda del procuratore (?) romano contiene in sé la risposta che è una non risposta: infatti Pilato ritiene che la verità sia inattingibile.

Ci chiediamo anche noi che cosa sia la verità, indipendentemente dal fatto se la consideriamo conoscibile oppure no. Distinguiamo il vero empirico da quello metafisico. Chi, di fronte ad una controversia, non desidera ottenere sentenze inconfutabili, definitive? In questi ultimi tempi ferve la polemica circa la forma della Terra: è più o meno sferica o è discoidale? Ammettiamo che è una questione significativa sul piano antropologico, scientifico, filosofico, percettivo: è legittimo, anzi doveroso, dubitare delle interpretazioni altrui, siano ortodosse o eterodosse, per conseguire una propria verità che potrebbe anche essere la “media” di differenti modelli o discostarsi del tutto dai paradigmi, siano essi dominanti o recessivi. Ammettiamo che è una questione che ha importanti risvolti in rapporto alla concezione dell’universo e dell’uomo all’interno del cosmo.

Sono implicazioni importanti, non vitali, giacché la verità cui ambiamo, spinti da un’esigenza incoercibile, non appartiene all’ordine empirico, ma al dominio spirituale, quindi al nostro essere più profondo, più imperscrutabile, più vero. Se siamo esseri coscienti, abituati a definire le coordinate ontologiche, essenziali dell’esistenza, ci interroghiamo sul valore del nostro destino, di ciò che ci ha preceduto (se esiste) e di ciò che ci seguirà (se esiste), sul Principio e sulla Fine. Ci interroghiamo sul significato ed il ruolo del male, sulla possibilità di conciliare l’esistenza di Dio con il male: ecco sono queste le verità che ci riguardano e ci guardano, come altrettante sfingi. Le verità vere non sono risposte, ma, appunto sfingi che ci interrogano per mezzo di enigmi.

Sin qui, non abbiamo neppure tentato di definire la verità, perché l’esercizio delle definizioni è logorante e, alla fine, tautologico. La definizione corrente ci ricorda che “la verità (in latino veritas, in greco αλήϑεια, in inglese truth...) designa il senso di accordo o di coerenza con un dato o una realtà oggettiva o la proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso”. Se dovessimo anche solo sfiorare le possibili accezioni e sfumature di termini e sintagmi come “coerenza”, “realtà oggettiva” (sic), “falso” etc., ci perderemmo in un labirinto rispetto al quale il dedalo di Cnosso è un percorso agevole.

Dunque in questa breve esposizione, ci limitiamo a suggerire un’analogia, anzi un’identità tra Verità e Vita: la Vita è tale, solo se e quando, dissipatesi le nebbie del dubbio, lacerati i veli della menzogna, scopriamo – impresa improba - il senso ultimo di tutte le cose, il centro di noi stessi, là dove il finito e la caducità si incontrano, anzi si fondono con l’Infinito e con l’Eternità.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 marzo, 2017

Catene



Che cosa sono i ricordi? Sono catene sia perché ci incatenano al passato sia perché sono concatenati.

Le memorie s’incollano agli oggetti, ai visi, ad altre memorie a tal punto che, se esse non ci legassero, saremmo finalmente liberi, saremmo finalmente vivi, ma, come a ragione constata Fernando Pessoa, a proposito della felicità incastrata nell’attimo inafferrabile, lo stesso vale per la libertà e la vita: ambedue sono inglobate nell’istante sfuggente, ambedue sono oltre sé stesse. [1]

Così esistiamo, ma non possiamo vivere, a causa delle rimembranze, lunghe ombre proiettate sull’adesso. Senza i ricordi e le loro seducenti controfigure, le speranze, saremmo ancora noi stessi, avremmo un’identità? Forse no. Dunque è l’identità che ci imprigiona.

Intanto il passato tutto trascina via, tutto fagocita, simile al buio notturno che inghiotte colori, suoni, forme, pensieri. Il presente, non appena lo si sfiora, è già passato ed il futuro è solo un'immagine riflessa sullo specchio del tempo. Il tempo profana il tempio dell’essere, mentre cadiamo nell’ignoto, aggrappandoci alle fragili sporgenze dei ricordi.

Non si può vivere di ricordi: infatti ne moriamo.

[1] Scrive l’autore portoghese: “La felicità è fuori dalla felicità. Non esiste felicità, se non con consapevolezza, ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

14 marzo, 2017

Göbekli Tepe: inquietante ipotesi sulla sua funzione

E’ stata di recente rilanciata un’inquietante ipotesi circa la funzione dell’enigmatico complesso architettonico riscoperto per caso alcuni decenni fa a Göbekli Tepe, in Turchia. In particolare, l’archeologo tedesco Klaus Schmidt ritiene che il centro potrebbe essere stato un santuario in cui si compivano sacrifici umani. Schmidt ricorda che i “pilastri” a T del sito non sono pilastri, ossia non reggevano alcuna struttura, essendo, invece, dei monoliti in cui sono sbozzate delle sembianze umane. Sono dunque statue antropomorfe.



Su uno dei blocchi litici del sito monumentale sono effigiati un avvoltoio ed un cerchio: lo specialista reputa che il cerchio sia la figura stilizzata di una testa, ad evocare un macabro rituale. Il volatile sembra quasi giocare con la presunta testa. Altri megaliti mostrano rilievi non meno sinistri con animali legati sovente al motivo della morte. La supposizione è avvalorata anche dal ritrovamento di mucchi di ossa ammassate nelle adiacenze del complesso monumentale.

Com’è noto, il sito fu all’improvviso abbandonato, dopo essere stato sepolto sotto spessi strati di terra. Che cosa volevano occultare i costruttori di Göbekli Tepe? E’ plausibile che colà fossero compiute immolazioni umane (con decapitazione delle vittime) da una casta sacerdotale che era molto più “progredita” rispetto alle comunità di cacciatori e raccoglitori cui, a torto, è stata attribuita l’edificazione del manufatto architettonico. Nella protostoria e nell’antichità le élites sacerdotali erano tutt’uno con le classi dirigenti: esse controllavano con il loro prestigio, direttamente o per mezzo dell’aristocrazia, la politica, l’economia e la cultura.

Siamo chiari: le interpretazioni di Linda Moulton Howe et al. sono edulcorate ed ingenue. Göbekli Tepe fu probabilmente un centro cerimoniale (uno dei tanti) fondati da una genia incline a dominare intere popolazioni, pur rimanendo spesso nell’ombra, come un tetro regista della tragicommedia che chiamiamo Storia. Poiché l’Historia non è magistra di alcunché, solo pochi comprendono che quella stirpe nefanda è la stessa che, lungo i millenni, ha pilotato i principali eventi. Ancora oggi li pilota per condurre l’umanità verso l’Armaggeddon...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 febbraio, 2017

I versi sulla speranza del poeta persiano Gurgani

Il poeta persiano islamico Fakhr al-din As’sad Gurgani è un autore della cui vita si sa pochissimo: a lui si deve un poema-epico-cavalleresco composto intorno al 1054.

I suoi magnifici versi sulla speranza meritano di essere riportati.

“Speranza, dolcissima speranza, desiderio dei giorni./ Solitudine, noia, eppure speranza,/ speranza, salda certezza,/ speranza, acqua di vita […] Oh, cuore giardiniere, magnifico rosaio! / Contadino devoto di un amore casto e insonne, / che poti, zappi e speri, / col palmo pieno di spine, / perché un giorno vedrai la gloria delle rose”.

“Desiderio e speranza: d’essi / solo sentiamo grande bisogno / noi qui di questo mondo. / Finché s’accende il sole, / finché la luna è bianca, / voglio amare e sperare in questo amore”.

“Sono un ramo ed ho sete, /cielo annuvolato. / Sono straniero e fitta / mi dimora nel cuore la nostalgia. / Chiedo di te sull’orlo / dei sentieri al passante; / quello mi risponde: ‘Rinuncia al tuo anelito vano. / Sarà disperato chi tanto spera”.

L’intuizione di Gurgani è scintillante: la speranza è non solo insopprimibile sogno del cuore, sempre vano, eppure sempre risorgente, ma pure sentimento contiguo alla disperazione.

William Shakespeare, anzi John Florio nel dramma “La tempesta” scolpisce l’identità tra speranza e disperazione: “La disperazione significa una speranza così alta / che neanche l’ambizione riesce a guardare più in alto / e anzi dubita di ciò che ha già scoperto”.

Che cos’è la speranza? Attesa senza aspettativa alcuna, futuro senza avvenire, seguitare ad affacciarsi sull’orizzonte del mattino, anche quando è sempre buio. La speranza tende l’anima in modo parossistico, stira i legamenti, strappa i tendini. Essa è un letto di Procuste, un tenebroso inferno appena rischiarato dal raggio di una stella cadente. La speranza è la dimora degli uomini che non si rassegnano all’ineluttabilità del male. E’ labirinto senza uscita, ma dove continuiamo ad aggirarci. La speranza è disperazione, sguardo lucido, disincantato sul mondo. La speranza è attraversare la notte infinita, invece che rinunciare ad inoltrarvisi.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

02 febbraio, 2017

Necrofilia



E’ sbalorditivo ed avvilente constatare che sono proprio i cultori del sapere umanistico i più entusiasti fautori della tecnologia. Intere schiere di letterati capitolano: è una resa incondizionata di fronte ad innovazioni che sono letali. Persino il linguaggio degli ex intellettuali dichiara che l’ultima roccaforte è stata ormai espugnata. Un umanista che usa, ad esempio, il verbo “messaggiare” dimostra di aver rinunciato ai valori che rendono nobile, elegante l’idioma italiano. E’ una totale disfatta, perché i difensori della Tradizione dovrebbero per lo meno mettere in guardia dai pericoli insiti nelle “magnifiche sorti e progressive”.

Le sirene della tecnologia seducono tutti, dai bimbi agli anziani: essi vivono in simbiosi con il cellulare o con qualche altra diavoleria. Ci si incammina a grandi falcate verso una società senza contante, digitalizzata, virtuale dove la più algida solitudine è contraffatta dietro le false relazioni sociali delle reti asociali. Ci si incammina a grandi falcate verso il trionfo del più cerebrale materialismo, un materialismo senza materia.

La tecnologia più invasiva e dannosa oggi si fregia dell’aggettivo “smart”, intelligente (sic): la più becera stupidità è, nella tipica inversione orwelliana, smart. Non appena si legge o ode tale epiteto, la schiena è percorsa da un brivido di orrore religioso: i dispositivi smart, sono, nel migliore dei casi - si pensi ai cosiddetti contatori intelligenti - solo apparati che irradiano, attraverso il Wi-Fi, mortali campi elettromagnetici. Con il pretesto della comodità, dell’efficienza, della velocità, le nostre abitazioni sono diventate il vestibolo degli ospedali, l’ingresso dei cimiteri.

Purtroppo sono pochissimi oggigiorno gli uomini a non essere attratti, anzi catturati dalla tecnologia: è un’attrazione per ciò che è incolore, inerte, morto, purché smart. E’ una forma di necrofilia: ecco perché la natura langue e muore nell’indifferenza della massa acefala. Le nostre metropoli sono ormai necropoli, popolate da moltitudini di morti ancora prima che siano morti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

30 gennaio, 2017

Fail and fall



A nostro avviso, erra chi pensa che il ritorno ad una concezione geocentrica potrebbe restituire dignità all’uomo di oggi smarrito in un cosmo senza un fulcro. Il ruolo dell’essere umano dipende forse dall’ubicazione del pianeta su cui vive? Che importa! Blaise Pascal ci ricorda che la nostra grandezza è nella coscienza della nostra fragilità. Che la Terra sia il perno dell’universo o uno dei miliardi fra i pianeti dispersi negli spazi siderali, qual è la differenza? La solitudine ed il disorientamento sono consustanziali alla coscienza. Anzi, la magnanimità si manifesta quanto più si è consapevoli della propria piccolezza, una piccolezza che è sprone a superare i confini ed a volgere lo sguardo verso le stelle.

La Terra è solo un granello di sabbia delle sconfinate galassie lambite dall’oceano celeste? Che importa! Non sono né il tempo né lo spazio a definire la sublimità, bensì il pensiero, la capacità creativa, l’anima… se ne sono rimasti anche solo dei pallidi simulacri.

Purtroppo le concezioni materialiste sono difficili da sradicare al punto che esse tendono ad allignare pure in quei terreni che dovrebbero essere fecondati da ben altri umori. Si scivola dal geocentrismo nell’antropocentrismo, inteso come superba egomania, come ipertrofia di un ego piccolo, piccolo.

Ben diversa è la lezione dei filosofi del Rinascimento: l’uomo può abbrutirsi, assecondando le pulsioni e l’hybris, o può rendersi simile agli angeli, qualora tenti di innalzare il suo spirito. Gli angeli, a differenza di quanto volgarizzato da certo cinema e certa letteratura, non sono inferiori all’uomo, perché incorporei: la corporeità è un limite posto affinché sia trasceso.

Le ragioni per cui oggi l’essere umano pare perduto, precipitato in un abisso nerissimo non dipendono da visioni cosmologiche o da teorie scientifiche: sono ben più profonde, di ordine storico e metafisico. Che quasi nessuno sia consapevole della spaventosa caduta è la prova provata della caduta.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

26 gennaio, 2017

Significati esoterici della Crocifissione dipinta da Jean Cocteau



La chiesa di Notre Dame de France si trova a Londra in Leicester Square. L'edificio era un tempo un teatro, il che spiega la sua pianta inusuale. Fu trasformato in chiesa nel 1855.

Negli anni '60 del XX secolo il tempio fu affrescato da Jean Cocteau, poeta, drammaturgo, scrittore, regista e pittore. L’eclettico artista francese raffigura la Crocifissione. Del Cristo si vedono solo le gambe ed i piedi, mentre la scena si focalizza sui personaggi attorno al patibolo: Giovanni (o Lazzaro?) con i capelli prolissi e la barba rada; Maria, madre di Gesù; Maria Maddalena; alcuni soldati romani che brandiscono le lance... Tra le figure delineate, lo stesso Cocteau.

Il murale, realizzato attraverso uno stile grafico e quasi araldico, esibisce un’iconografia inusuale e sconcertante: la rosa sul braccio verticale della croce, l’occhio a forma di pesce di Giovanni (o Lazzaro) e della Maddalena, il rapace effigiato sullo scudo del legionario, il sole nero.

Ciascuno di questi particolari è denso di significati esoterici: la rosa allude probabilmente ai Rosacroce, il pesce occultato negli occhi pare un riferimento ad Ichtys, l’acrostico greco che significa Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore. Il falco ed il sole potrebbero adombrare il dio egizio Horus, in qualche misura ipostasi del Redentore. La lettera V tracciata attraverso il velo delle pie donne a destra (per chi osserva) della croce è un’allusione al Vas electionis o al Graal?

E’ possibile che, con la sua opera, Cocteau cripti valori “eterodossi”, riconducibili ad una tradizione collaterale che sottolinea, all’interno del Cristianesimo delle origini, il ruolo della Maddalena e di Lazzaro (Eleazar). I risvolti di questo retaggio sembrano oltrepassare i confini di una corrente iniziatica...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

23 gennaio, 2017

Frodi ed odî



Governo rima con inferno.

Senza dubbio ha ragione Gramsci quando asserisce che “ogni Stato (maiuscola ironica ed ortografica) è una dittatura”, ma gli Stati attuali amano camuffare la tirannide dietro parvenze oltre che democratiche, paternalistiche. E’ un po’ come un orrido scheletro vestito con abiti signorili e sapientemente panneggiati.

L’essenza dei governi è la coercizione accanto alla frode. I governi imbrogliano, mentono, abbindolano il volgo con ogni mezzo. Sono innumerevoli le frodi architettate dal sistema per controllare i peones e per giunta ottenere il loro consenso, mentre sono intossicati, affamati, spellati. Che cos’è la struttura economica, se non una titanica truffa per spillare denaro ad inconsapevoli cittadini?

Che cos’è la recente campagna di “vaccinazione contro la meningite”, se non un colossale inganno? Dopo che l’antidoto contro l’influenza stagionale ha causato alcuni decessi, i furbacchioni hanno subito ingigantito a dismisura il problema della meningite (il numero dei casi rilevati è nella media) per spacciare dosi industriali di vaccini ad una popolazione spaventata da un possibile contagio. Come sempre, gli organi di regime hanno funto da cassa di risonanza per diffondere ed amplificare un allarme ingiustificato o, per lo meno, ingrandito. Lo Stato non ha (o finge di non avere) il becco di un quattrino per i malati di sindrome laterale amiotrofica e per mille altre emergenze reali, ma, se si tratta di sbolognare partite di portentosi “antidoti contro la meningite”, all’improvviso, come per miracolo, l’esecutivo reperisce immense risorse. Strano… Lo stesso Stato che ignora richieste pressanti di disoccupati, imprenditori sul lastrico, categorie svantaggiate, all’improvviso diventa così sollecito e generoso. Strano… La verità è evidente: la crociata serve ad arricchire le industrie farmaceutiche, inoltre si accoppano un po’ di persone il che, in linea con l’obiettivo di sfoltimento demografico perseguito dalla feccia, non guasta.

Che cos’è l’incessante (e molesto) battage di organizzazioni non governative e di associazioni “benefiche” (da Telethont in giù) per ottenere donazioni dai gonzi con il pretesto di aiutare bambini indigenti, malati affetti da patologie rare, diseredati di ogni natura e provenienza, con il pretesto di promuovere la ricerca in ambito medico-scientifico per debellare le più disparate sindromi? E’ una FRODE.

Che cos’è l’incessante (e molesto) battage di media ufficiali per ottenere donazioni dai gonzi con il pretesto di aiutare i terremotati o gli alluvionati di turno? E’ una FRODE.

Qual è la percentuale di denaro che veramente è destinata ai bisognosi? L’uno per cento è già una quota alta: il resto è arraffato da banche, Vaticano, società telefoniche, profittatori in veste di benefattori…

Nonostante ciò, i grulli continuano a donare, non contenti di essere già scorticati da un fisco esoso il cui gettito serve a mantenere una masnada di parassiti, ad avvelenare l’ambiente con la geoingegneria clandestina ed a pagare gli interessi sul debito pubblico, cappio che stritola le attività produttive.

Nonostante ciò, se provi ad avvisare la massa di questi colossali raggiri, gli uomini medio-bassi reagiscono non solo con incredulità, ma pure con odio, con risentimento, come se tu avessi rotto loro il giocattolo con cui amano trastullarsi.

Si attribuisce all’imperatore Caligola una frase tranchant che la dice lunga sull’imbecillità del popolino: “Vulgus vult decipi et decipiatur!”, Il volgo vuole essere ingannato e sia ingannato! E’ una constatazione amaramente vera, sebbene una minoranza di cittadini (in senso aristotelico) accorti e consapevoli provi a destare dal letargo la moltitudine dei deficienti da cui, bene o male, dipende in buona misura la sorte di tutti. Ci sembra, però, di parlare ai muri, con la differenza che un muro si può demolire, si può distruggere, mentre la stupidità della plebaglia è indistruttibile.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 gennaio, 2017

Inautenticità



La vita della nostra epoca sembra condannata all’inautenticità.

Le relazioni umane all’interno dei nuclei familiari e specialmente negli ambienti di lavoro sono improntate a convenzionalità: la cortesia sovente, quando non cela invidie e competizione, si congela in uno scambio formale di frasi fatte.

Il tempo è fagocitato da incombenze tanto onerose quanti inutili a tal punto che non ce ne resta per vivere e per essere. Nel passato brevi esistenze erano bruciate dal fuoco della creazione: poeti, artisti, filosofi infiammavano di ispirazione gli orizzonti, oggi inceneriti da una nebbia grigia ed uniforme. Essi sapevano trasformare la cronaca della vita in épos: in un dipinto di Caravaggio un banale brano di realtà assurge ad emblema, con l’istante che si traspone nell’atemporalità.

Ha ragione Heidegger quando suggerisce che il significato più profondo del mondo non si annida nella scienza, ma nella genesi poetica, nella potenza del linguaggio simbolico. Attualmente, però, la pletora di parole (sempre il filosofo tedesco le bolla come “chiacchiere”) è sinonimo di incomunicabilità il cui cristallo freddo e perentorio non sappiamo neppure incrinare.

Il nostro percorso è un’odissea senza grandezza: come Ulisse siamo lontani dalla patria, ma non siamo consci di essere separati da Itaca. I viaggi attraverso mari burrascosi e terre incognite sono movimenti senza meta e senza senso. Nessuno ci attende nella “petrosa isola”; noi stessi non attendiamo più alcuno né alcunché.

I pochi che ancora cercano l’autenticità non riescono ad identificarla con qualcosa di definito. E’ comunque un privilegio non conoscere che cosa manchi, ma avvertire la necessità di riempire il vuoto, l’esigenza di tradurre l’assenza in presenza.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 gennaio, 2017

“Hunger games” tra denuncia ed acquiescenza al sistema



E’ famosa, soprattutto fra le nuove generazioni, la pellicola “Hunger games” per la regia di Gary Ross (2012), trasposizione dell’omonima saga scaturita dalla penna di Suzanne Collins.

“Hunger games” descrive una società distopica in cui un’élite di ricchi smidollati soggioga dodici distretti dove vive una popolazione ridotta in miseria. La classe dirigente, che vive in una città supertecnologica e corrusca, ogni anno organizza, a commemorazione di un tumulto sedato nel sangue, una lotteria culminante in una lotta mortale tra ventiquattro giovani, uno per ciascun distretto. [1]

La produzione ha quasi sempre incontrato il consenso sia del pubblico sia della critica, nonostante lo schematismo di certi espedienti narrativi, già visti (e letti) in altre opere del sottogenere fantascientifico-distopico. Ci pare che, da un punto di vista artistico, i pregi maggiori del film risiedano nella fotografia rutilante e nella recitazione, in grado di bilanciare una regia ed una sceneggiatura di taglio talora piattamente televisivo.

Sotto il profilo ideologico, “Hunger games” spicca per l’icastica rappresentazione del ceto al potere: è formato da individui fatui, sciocchi, dall’identità sessuale ambigua. E’ il ritratto perfetto della società prossima ventura con una classe di potenti impotenti, di oziosi alla frenetica ricerca di piaceri: la loro stessa crudeltà è scintillante di lustrini e di frivolezze.

Fondamentale è il ruolo che assume la tecnologia nel mondo di “Hunger games”: impianti sottocutanei per la localizzazione, ologrammi, droni, videosorveglianza globale… il film squaderna una serie di ritrovati, molti dei quali appartengono già ai nostri tempi tecnocratici. Con questo scenario futuribile stride, in un’efficace dissonanza, l’atmosfera decadente da Basso Impero: ormai l’”umanità” che tiene le leve del comando è ebbra di sangue, sfatta, satura di noiosi divertimenti.

La pellicola è stata letta ora come denuncia dei piani orchestrati dai fautori del Nuovo ordine mondiale ora come esempio di programmazione predittiva. Ci pare che "Hunger games" si situi in una zona di penombra tra critica ed acquiescenza: purtroppo adolescenti e giovani si sono appassionati alle peripezie, soprattutto sentimentali, degli eroi, Katniss e Peeta, più che riconoscere i cenni alle insidie di una propaganda deviante. Esiste il rischio di staccare dalla produzione il romanzo d’avventura, isolandolo dalle valenze critiche che, pur blande, non sono irrilevanti. Il rischio maggiore, però, è un altro: che la realtà prospettata in “Hunger games”, a base di emozioni effimere ma intense, di una tecnologia seducente, anche se coercitiva, sia considerata desiderabile.

L’opposizione al sistema pare ormai utopica, non per la debolezza di chi lo avversa, ma per la forza ed il convincimento con cui molti lo accolgono.

[1] In questa breve recensione ci riferiamo solo al primo episodio del ciclo narrativo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

06 gennaio, 2017

Qual è il significato del termine "elohim"?



Un’analisi etimologica comparata ci permette di accostarci al significato del controverso termine biblico “elohim” (singolare “eloha”). Il vocabolo è reso con "dei" (o "Dio"), ma qual è la sua possibile matrice?

Siamo ormai prossimi a smentire il valore propugnato da sedicenti eruditi che, dall’alto della loro pedante saccenteria, attribuiscono al lessema il peregrino significato di “legislatori”, mentre ci sembra più probabile quello di “splendenti”, “luminosi” con uno slittamento semantico identico a quello, ad esempio, che occorre nel latino dove "deus", “dio” viene dalla radice “deiwo” che rappresenta la nozione di “luce”.

Sempre a proposito di luce, vediamo che cosa scrive il glottologo G. Devoto: “Sole, lat. sol, parola antichissima, di ricca ancorché disturbata tradizione. La forma originaria sembra si debba restituire in SAWEL che appare nello stato più o meno primitivo anche nelle aree celtica e germanica, con diversa alternanza in quella indo-iranica, con ampliamento in –yo nella regione indiana, greca ('helios' da 'sawelios'), in altre forme ancora, più o meno semplici, nelle zone baltica e slava”.

Il prestigioso dizionario Etymoonline riferisce, sempre a proposito della genesi del vocabolo designante l’astro del nostro sistema: “'Sun', dall’antico inglese, 'Sunne' 'sole', dal proto-germanico *sunnon (fonte anche del norreno, antico-sassone, antico alto tedesco e del medio olandese 'sonne', dell’olandese 'Zon', del tedesco 'Sonne', (dal gotico SUNNO 'il sole'), tutti dalla base proto-indoeuropea 'S(u)wen' (fonte anche dell’ avestico 'xueng' 'sole', dell’antico irlandese 'fur-sunnud''che illumina'); un’altra base è *saewel- ‘brillare, sole’”.

Nell’antico inglese "Sunne" era femminile (come generalmente negli idiomi germanici) e fu usato con il pronome femminile fino al secolo XVI; da allora prevalse il genere maschile forse per influsso del francese.

Se oltrepassiamo il confine delle lingue indo-germaniche, alla ricerca di un ceppo comune da cui si diramano voci primigenie e significative sotto il profilo semantico, potremo vedere nell’ebraico “elohim” il permanere di un morfema ("el", con caduta della sibilante iniziale) indicante la luce, lo splendore?

A questo punto la domanda è quasi retorica.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

03 gennaio, 2017

Direzione sbagliata



E’ stata imboccata la direzione sbagliata: soprattutto le nuove generazioni hanno preso la strada che conduce al baratro. Sono schiere che potremmo definire di “vittime felici”: esse, lungi dal dominare la tecnologia, il tetro totem di questi tempi, aspirano ad essere dominate. Il controllo è diventato autocontrollo, anzi spontanea evirazione.

Un paio di esempi. Dilaga la demenziale moda del piercing. Non si accorgono adolescenti e giovani che tutti questi brillantini ed anelli impiantati in ogni dove sono altrettanti corpi estranei? Tatuaggi giganteschi e pacchiani, dilatatori dei lobi ed orrori simili dimostrano non solo una totale ignoranza dei danni alla salute che queste manie comportano, ma pure culto dell’apparenza: è un esibizionismo con cui si tenta di colmare il vuoto interiore, la penosa mancanza di interessi e di talenti.

E’ lodevole che ci si impegni a cercare adozioni per cani che languiscono in celle fredde ed anguste, ma, ogni volta in cui si cerca una famiglia per queste sventurate bestie, si decanta il fatto che sono vaccinati e microchippati. Allucinante! Il microprocessore sottocutaneo, che non ha impedito e non impedisce di continuare ad abbandonare cani e gatti, è causa di tumori oltre ad essere il prodromo di innesti destinati agli uomini. Non ci si accorge che la tecnologia odierna è spesso un cavallo di Troia per espugnare le ultime roccaforti di un’agonizzante umanità? [1]

E’ errato l’approccio nei confronti dei media: non affermiamo che si devono del tutto ignorare, ma che bisogna aggredirli in modo implacabile, esibendo tutte le menzogne che diffondono gli organi ufficiali. I giovani dovrebbero usare i mezzi di comunicazione, di cui oggi è possibile disporre, non per cianciare, ma per sovvertire le bugie del regime. La loro indubbia padronanza degli strumenti tecnologici dovrebbe diventare un boomerang contro il sistema per creare un’informazione parallela in grado di sostituire la propaganda imperante.

L’umanità attuale pare essere diretta verso la meta della più algida cerebralità. Si è perduto il valore delle attività manuali, dalla scrittura con la penna alle più disparate forme artigianali ed artistiche che implicano un contatto con la materia. Si è perduta la relazione con la natura, non intesa in senso estetizzante, ma come ricettacolo delle energie vitali, come ricchezza materiale e spirituale. Tutto è elettronico, virtuale, smaterializzato: non trovare un modo per impedire i piani criminali sottesi alla digitalizzazione del mondo è inquietante; trovare chi è entusiasta di codesta decadenza è avvilente.

E’ giusto ed opportuno che le nuove leve della società mirino al benessere, ma dovrebbero ricordare che la tecnologia non è sinonimo di felicità. Guardino al presente ed al futuro dietro l’angolo, ma non dimentichino qual è la vera meta dell’esistenza: il rischio è che la coscienza sprofondi per sempre nel sonno della noncuranza, della sottomissione al sistema e dell’ignavia.

Se oggi fosse vivo Dante, descriverebbe un solo cerchio nell’oltretomba, un girone in cui collocare tutti i “passivi digitali”, quello degli ignavi.

[1] Vedi T. Lewan, Chip implants linked to animal tumors, The Washington post, 8 settembre 2007

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 gennaio, 2017

Prolissità

Fra i tratti che rivelano la decadenza dei nostri tempi annovereremmo la prolissità. Gli scrittori non sanno più esprimersi in modo conciso ed efficace: le recensioni di libri e pellicole cinematografiche sono ampollose ed inconcludenti, mero sfoggio di patinata erudizione; i locutori sproloquiano, ripetendo luoghi comuni con insopportabile monotonia.

Per prolissità non intendiamo solo la lunghezza spropositata di testi che potrebbero essere più incisivi, se fossero più stringati, ma ci riferiamo pure al modo ridondante e fangoso con cui si esprimono oggi quasi tutti. Si pensi a quegli spazi di reti “sociali” dove si possono scrivere solo scarni messaggi: si potrebbe fare di necessità virtù, ossia si potrebbe concentrare in un enunciato aforistico la densità del pensiero, invece notiamo che quasi tutti gli utenti si affannano ad eliminare articoli e preposizioni articolate per accorciare il testo; ne risultano enunciati monchi e balbettanti.

La brevitas può essere una sfida: è un limite che, come tutti i limiti, è suscettibile di diventare un’opportunità. Essa costringe a snellire il discorso, ad imperniare l’idea, a reperire il vocabolo acconcio per rendere il concetto. L’essenzialità sprona anche a valorizzare il testo attraverso un fulmen in clausula, un suggello inatteso e folgorante.

Il modo peggiore per trasmettere delle conoscenze è diluirle in lezioni pedanti e specialistiche: si mette a dura prova la pazienza dei destinatari, spinti nel labirinto di una terminologia per pochi iniziati, nel dedalo di rimandi che rinviano ad altri rimandi.

Rem tene, verba sequentur” ci ammonisce Catone il Censore, cioè “Conosci l’argomento, le parole verranno spontanee”. Purtroppo oggi pochissimi conoscono l’argomento ed un numero ancora inferiore conosce i vocaboli per lumeggiare il tema. Alla “comunicazione” attuale mancano il pensiero, l’elocuzione appropriata ed i riferimenti veritieri. Così una frasetta pur nella sua piccolezza risulta verbosa, perché incatramata di poche parole, tutte vuote e logore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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