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02 dicembre, 2017

Che cos'è l'economia?



L’economia non è una scienza, ma una sesquipedale truffa ai danni di cittadini ridotti a consumatori, anzi a pecore scorticate vive da diaboliche multinazionali e da esose agenzie fiscali. Inoltre, anche se, per assurdo, negli atenei si insegnasse una materia imperniata sullo studio dei processi produttivi, gli attuali libri di economia, inondati da numeri, tabelle e grafici, nella loro astrusa gratuità, sono l’antitesi netta e recisa della sostanza del mondo: il mondo, è, infatti, viscere, organi, tendini ed ossa.

Quei volumi sono uno spaventevole intrico, un dedalo di formule, pur nella loro geometrica perfezione, un mostro more geometrico demonstrato, mentre il mondo è un carnaio, un banco di macelleria: non esiste alcuna parentela tra quelle algide ed aggrovigliate equazioni da un lato; la vita mercificata ed alienata in cui ogni istante è un martirio dall'altro.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

19 novembre, 2017

Alle porte della vita

Alle porte della vita” di Romano Battaglia, giornalista e scrittore versiliese, è la storia di un uomo di mezza età che, improvvisamente attanagliato dalla disperazione senza neppure una causa precisa, si reca in riva al mare in una notte di plenilunio per cercare le risposte alla sua irrequietudine.

Mentre cammina sulla battigia, d’un tratto, tra lo sciabordio delle onde ed il sibilo del vento, entra in un mondo incantato: vede i genitori, morti da alcuni lustri, e rivive con loro, in una lunga analessi, i momenti più belli dell’infanzia e dell’adolescenza trascorsi tra campi di grano, argentei pioppeti e sponde animate dalle voci dei pescatori, dai gridi dei gabbiani. Colloquiando con il padre e la madre, il protagonista un po’ alla volta ritrova la serenità e la fede che aveva smarrito nei meandri di un’esistenza inautentica e convulsa.

Alle porte della vita” è un romanzo semplice, delicato, forse più efficace nella rappresentazione dell’angoscia che ci prende alla gola che nella parte, un po’ oleografica e leziosa, dove il passato riemerge per stemperare il dolore e donare all’uomo l’entusiasmo per vivere.

In ogni caso è una lettura che rincuora per qualche istante, perché ci permette di intrecciare un dialogo con le ombre evanescenti di un passato che forse un giorno tornerà.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

11 giugno, 2017

Che vale?



Marino Moretti (Cesenatico, 1885-1979) è poeta e narratore. “Nelle sue prime raccolte “Fraternità” (1905) e soprattutto “Poesie scritte col lapis” (1910), è evidente l’impronta di Pascoli e di poeti come A. Samain e F. Jammes, per lo stabilirsi di un tono 'crepuscolare', secondo la definizione attribuitagli da G. A. Borgese”.

“Che vale?”, componimento tratto dalla silloge “Poesie scritte col lapis”, è formato da quartine di tre ottonari ed un novenario, tutti piani. Le rime sono incrociate secondo lo schema ABBA(solo tra i vv. 26-27 la rima è sostituita dall’assonanza “ombre-incombe”).

Il ritmo monotono, creato da frasi brevi, spezzate, dalla frequente coincidenza dei versi con gli enunciati, consuona con l’atonia dell’ispirazione. I giorni si allineano tutti uguali, vuoti, una patina uniforme vernicia cose ed eventi, il grigio spegne ogni colore. Domina incontrastata, invitta la noia. La stessa tragedia della vita e della morte (o della vita-morte?) è declassata a vicenda trascurabile.

Con i toni dimessi e sommessi che gli sono consueti, l’autore esprime un senso rassegnato dell’esistenza appiattita dalla ripetitività. Il passato ed il futuro, il cielo e la terra su cui fissiamo lo sguardo inerte, il dolore e la gioia, la luce e l’ombra sono altrettante suppellettili polverose di un alloggio in cui da troppo tempo nessuno entra più.

Le antitesi che intessono la lirica (odio, amore; avvenire, passato) stentano ad opporsi per allinearsi nello stanco profilo delle cose. Le anafore e le iterazioni rispecchiano il monocorde ritmo dei giorni, pallide fotocopie di un originale privo di qualsiasi originalità.

Lo scrittore è consapevole che nulla possono gli uomini, con i loro reiterati ma vani tentativi, al cospetto di una forza superiore (ciò che vorresti non vuole / quei ch’è più forte). Il destino è indifferente ed ineluttabile: incaponirsi per tentare di cambiarlo è come pensare che un alito di vento possa sradicare una quercia.

Chinar la testa che vale,
che vale fissare il sole
e unir parole a parole,
se la vita è sempre uguale?

Si discorre d’avvenire?
Si rammemora il passato?
Chi è vivo deve morire,
chi è morto è bell’e spacciato!

Poeti, dolci fratelli,
perché far tanto sussurro
se un lembo di cielo è azzurro,
se son biondi dei capelli?

Un po’ d’azzurro (che vale?)
ed un po’ d’oro, un riflesso
d’oro… Ma il mondo è lo stesso,
ma la vita è sempre uguale!

Non c’è né duolo né gioia,
non c’è né odio né amore;
nulla! Non c’è che un colore:
il grigio; e un tarlo: la noia.

Chinar la testa che vale?
Che vale fissare il sole?
Ciò che vorresti non vuole
Quei ch’è più forte, o mortale!

Non c’è né duolo né gioia,
non ci son luci né ombre:
il grigio, il grigio che incombe
sui cuori e il tarlo: la noia!

Questa è la strada del bene,
questa è la strada del male:
star troppo a scegliere che vale?
Peuh! Quella che viene, viene!


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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 marzo, 2017

Catene



Che cosa sono i ricordi? Sono catene sia perché ci incatenano al passato sia perché sono concatenati.

Le memorie s’incollano agli oggetti, ai visi, ad altre memorie a tal punto che, se esse non ci legassero, saremmo finalmente liberi, saremmo finalmente vivi, ma, come a ragione constata Fernando Pessoa, a proposito della felicità incastrata nell’attimo inafferrabile, lo stesso vale per la libertà e la vita: ambedue sono inglobate nell’istante sfuggente, ambedue sono oltre sé stesse. [1]

Così esistiamo, ma non possiamo vivere, a causa delle rimembranze, lunghe ombre proiettate sull’adesso. Senza i ricordi e le loro seducenti controfigure, le speranze, saremmo ancora noi stessi, avremmo un’identità? Forse no. Dunque è l’identità che ci imprigiona.

Intanto il passato tutto trascina via, tutto fagocita, simile al buio notturno che inghiotte colori, suoni, forme, pensieri. Il presente, non appena lo si sfiora, è già passato ed il futuro è solo un'immagine riflessa sullo specchio del tempo. Il tempo profana il tempio dell’essere, mentre cadiamo nell’ignoto, aggrappandoci alle fragili sporgenze dei ricordi.

Non si può vivere di ricordi: infatti ne moriamo.

[1] Scrive l’autore portoghese: “La felicità è fuori dalla felicità. Non esiste felicità, se non con consapevolezza, ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

02 febbraio, 2017

Necrofilia



E’ sbalorditivo ed avvilente constatare che sono proprio i cultori del sapere umanistico i più entusiasti fautori della tecnologia. Intere schiere di letterati capitolano: è una resa incondizionata di fronte ad innovazioni che sono letali. Persino il linguaggio degli ex intellettuali dichiara che l’ultima roccaforte è stata ormai espugnata. Un umanista che usa, ad esempio, il verbo “messaggiare” dimostra di aver rinunciato ai valori che rendono nobile, elegante l’idioma italiano. E’ una totale disfatta, perché i difensori della Tradizione dovrebbero per lo meno mettere in guardia dai pericoli insiti nelle “magnifiche sorti e progressive”.

Le sirene della tecnologia seducono tutti, dai bimbi agli anziani: essi vivono in simbiosi con il cellulare o con qualche altra diavoleria. Ci si incammina a grandi falcate verso una società senza contante, digitalizzata, virtuale dove la più algida solitudine è contraffatta dietro le false relazioni sociali delle reti asociali. Ci si incammina a grandi falcate verso il trionfo del più cerebrale materialismo, un materialismo senza materia.

La tecnologia più invasiva e dannosa oggi si fregia dell’aggettivo “smart”, intelligente (sic): la più becera stupidità è, nella tipica inversione orwelliana, smart. Non appena si legge o ode tale epiteto, la schiena è percorsa da un brivido di orrore religioso: i dispositivi smart, sono, nel migliore dei casi - si pensi ai cosiddetti contatori intelligenti - solo apparati che irradiano, attraverso il Wi-Fi, mortali campi elettromagnetici. Con il pretesto della comodità, dell’efficienza, della velocità, le nostre abitazioni sono diventate il vestibolo degli ospedali, l’ingresso dei cimiteri.

Purtroppo sono pochissimi oggigiorno gli uomini a non essere attratti, anzi catturati dalla tecnologia: è un’attrazione per ciò che è incolore, inerte, morto, purché smart. E’ una forma di necrofilia: ecco perché la natura langue e muore nell’indifferenza della massa acefala. Le nostre metropoli sono ormai necropoli, popolate da moltitudini di morti ancora prima che siano morti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

30 gennaio, 2017

Fail and fall



A nostro avviso, erra chi pensa che il ritorno ad una concezione geocentrica potrebbe restituire dignità all’uomo di oggi smarrito in un cosmo senza un fulcro. Il ruolo dell’essere umano dipende forse dall’ubicazione del pianeta su cui vive? Che importa! Blaise Pascal ci ricorda che la nostra grandezza è nella coscienza della nostra fragilità. Che la Terra sia il perno dell’universo o uno dei miliardi fra i pianeti dispersi negli spazi siderali, qual è la differenza? La solitudine ed il disorientamento sono consustanziali alla coscienza. Anzi, la magnanimità si manifesta quanto più si è consapevoli della propria piccolezza, una piccolezza che è sprone a superare i confini ed a volgere lo sguardo verso le stelle.

La Terra è solo un granello di sabbia delle sconfinate galassie lambite dall’oceano celeste? Che importa! Non sono né il tempo né lo spazio a definire la sublimità, bensì il pensiero, la capacità creativa, l’anima… se ne sono rimasti anche solo dei pallidi simulacri.

Purtroppo le concezioni materialiste sono difficili da sradicare al punto che esse tendono ad allignare pure in quei terreni che dovrebbero essere fecondati da ben altri umori. Si scivola dal geocentrismo nell’antropocentrismo, inteso come superba egomania, come ipertrofia di un ego piccolo, piccolo.

Ben diversa è la lezione dei filosofi del Rinascimento: l’uomo può abbrutirsi, assecondando le pulsioni e l’hybris, o può rendersi simile agli angeli, qualora tenti di innalzare il suo spirito. Gli angeli, a differenza di quanto volgarizzato da certo cinema e certa letteratura, non sono inferiori all’uomo, perché incorporei: la corporeità è un limite posto affinché sia trasceso.

Le ragioni per cui oggi l’essere umano pare perduto, precipitato in un abisso nerissimo non dipendono da visioni cosmologiche o da teorie scientifiche: sono ben più profonde, di ordine storico e metafisico. Che quasi nessuno sia consapevole della spaventosa caduta è la prova provata della caduta.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

26 gennaio, 2017

Significati esoterici della Crocifissione dipinta da Jean Cocteau



La chiesa di Notre Dame de France si trova a Londra in Leicester Square. L'edificio era un tempo un teatro, il che spiega la sua pianta inusuale. Fu trasformato in chiesa nel 1855.

Negli anni '60 del XX secolo il tempio fu affrescato da Jean Cocteau, poeta, drammaturgo, scrittore, regista e pittore. L’eclettico artista francese raffigura la Crocifissione. Del Cristo si vedono solo le gambe ed i piedi, mentre la scena si focalizza sui personaggi attorno al patibolo: Giovanni (o Lazzaro?) con i capelli prolissi e la barba rada; Maria, madre di Gesù; Maria Maddalena; alcuni soldati romani che brandiscono le lance... Tra le figure delineate, lo stesso Cocteau.

Il murale, realizzato attraverso uno stile grafico e quasi araldico, esibisce un’iconografia inusuale e sconcertante: la rosa sul braccio verticale della croce, l’occhio a forma di pesce di Giovanni (o Lazzaro) e della Maddalena, il rapace effigiato sullo scudo del legionario, il sole nero.

Ciascuno di questi particolari è denso di significati esoterici: la rosa allude probabilmente ai Rosacroce, il pesce occultato negli occhi pare un riferimento ad Ichtys, l’acrostico greco che significa Gesù Cristo, figlio di Dio, Salvatore. Il falco ed il sole potrebbero adombrare il dio egizio Horus, in qualche misura ipostasi del Redentore. La lettera V tracciata attraverso il velo delle pie donne a destra (per chi osserva) della croce è un’allusione al Vas electionis o al Graal?

E’ possibile che, con la sua opera, Cocteau cripti valori “eterodossi”, riconducibili ad una tradizione collaterale che sottolinea, all’interno del Cristianesimo delle origini, il ruolo della Maddalena e di Lazzaro (Eleazar). I risvolti di questo retaggio sembrano oltrepassare i confini di una corrente iniziatica...

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APOCALISSI ALIENE: il libro

23 gennaio, 2017

Frodi ed odî



Governo rima con inferno.

Senza dubbio ha ragione Gramsci quando asserisce che “ogni Stato (maiuscola ironica ed ortografica) è una dittatura”, ma gli Stati attuali amano camuffare la tirannide dietro parvenze oltre che democratiche, paternalistiche. E’ un po’ come un orrido scheletro vestito con abiti signorili e sapientemente panneggiati.

L’essenza dei governi è la coercizione accanto alla frode. I governi imbrogliano, mentono, abbindolano il volgo con ogni mezzo. Sono innumerevoli le frodi architettate dal sistema per controllare i peones e per giunta ottenere il loro consenso, mentre sono intossicati, affamati, spellati. Che cos’è la struttura economica, se non una titanica truffa per spillare denaro ad inconsapevoli cittadini?

Che cos’è la recente campagna di “vaccinazione contro la meningite”, se non un colossale inganno? Dopo che l’antidoto contro l’influenza stagionale ha causato alcuni decessi, i furbacchioni hanno subito ingigantito a dismisura il problema della meningite (il numero dei casi rilevati è nella media) per spacciare dosi industriali di vaccini ad una popolazione spaventata da un possibile contagio. Come sempre, gli organi di regime hanno funto da cassa di risonanza per diffondere ed amplificare un allarme ingiustificato o, per lo meno, ingrandito. Lo Stato non ha (o finge di non avere) il becco di un quattrino per i malati di sindrome laterale amiotrofica e per mille altre emergenze reali, ma, se si tratta di sbolognare partite di portentosi “antidoti contro la meningite”, all’improvviso, come per miracolo, l’esecutivo reperisce immense risorse. Strano… Lo stesso Stato che ignora richieste pressanti di disoccupati, imprenditori sul lastrico, categorie svantaggiate, all’improvviso diventa così sollecito e generoso. Strano… La verità è evidente: la crociata serve ad arricchire le industrie farmaceutiche, inoltre si accoppano un po’ di persone il che, in linea con l’obiettivo di sfoltimento demografico perseguito dalla feccia, non guasta.

Che cos’è l’incessante (e molesto) battage di organizzazioni non governative e di associazioni “benefiche” (da Telethont in giù) per ottenere donazioni dai gonzi con il pretesto di aiutare bambini indigenti, malati affetti da patologie rare, diseredati di ogni natura e provenienza, con il pretesto di promuovere la ricerca in ambito medico-scientifico per debellare le più disparate sindromi? E’ una FRODE.

Che cos’è l’incessante (e molesto) battage di media ufficiali per ottenere donazioni dai gonzi con il pretesto di aiutare i terremotati o gli alluvionati di turno? E’ una FRODE.

Qual è la percentuale di denaro che veramente è destinata ai bisognosi? L’uno per cento è già una quota alta: il resto è arraffato da banche, Vaticano, società telefoniche, profittatori in veste di benefattori…

Nonostante ciò, i grulli continuano a donare, non contenti di essere già scorticati da un fisco esoso il cui gettito serve a mantenere una masnada di parassiti, ad avvelenare l’ambiente con la geoingegneria clandestina ed a pagare gli interessi sul debito pubblico, cappio che stritola le attività produttive.

Nonostante ciò, se provi ad avvisare la massa di questi colossali raggiri, gli uomini medio-bassi reagiscono non solo con incredulità, ma pure con odio, con risentimento, come se tu avessi rotto loro il giocattolo con cui amano trastullarsi.

Si attribuisce all’imperatore Caligola una frase tranchant che la dice lunga sull’imbecillità del popolino: “Vulgus vult decipi et decipiatur!”, Il volgo vuole essere ingannato e sia ingannato! E’ una constatazione amaramente vera, sebbene una minoranza di cittadini (in senso aristotelico) accorti e consapevoli provi a destare dal letargo la moltitudine dei deficienti da cui, bene o male, dipende in buona misura la sorte di tutti. Ci sembra, però, di parlare ai muri, con la differenza che un muro si può demolire, si può distruggere, mentre la stupidità della plebaglia è indistruttibile.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 gennaio, 2017

Inautenticità



La vita della nostra epoca sembra condannata all’inautenticità.

Le relazioni umane all’interno dei nuclei familiari e specialmente negli ambienti di lavoro sono improntate a convenzionalità: la cortesia sovente, quando non cela invidie e competizione, si congela in uno scambio formale di frasi fatte.

Il tempo è fagocitato da incombenze tanto onerose quanti inutili a tal punto che non ce ne resta per vivere e per essere. Nel passato brevi esistenze erano bruciate dal fuoco della creazione: poeti, artisti, filosofi infiammavano di ispirazione gli orizzonti, oggi inceneriti da una nebbia grigia ed uniforme. Essi sapevano trasformare la cronaca della vita in épos: in un dipinto di Caravaggio un banale brano di realtà assurge ad emblema, con l’istante che si traspone nell’atemporalità.

Ha ragione Heidegger quando suggerisce che il significato più profondo del mondo non si annida nella scienza, ma nella genesi poetica, nella potenza del linguaggio simbolico. Attualmente, però, la pletora di parole (sempre il filosofo tedesco le bolla come “chiacchiere”) è sinonimo di incomunicabilità il cui cristallo freddo e perentorio non sappiamo neppure incrinare.

Il nostro percorso è un’odissea senza grandezza: come Ulisse siamo lontani dalla patria, ma non siamo consci di essere separati da Itaca. I viaggi attraverso mari burrascosi e terre incognite sono movimenti senza meta e senza senso. Nessuno ci attende nella “petrosa isola”; noi stessi non attendiamo più alcuno né alcunché.

I pochi che ancora cercano l’autenticità non riescono ad identificarla con qualcosa di definito. E’ comunque un privilegio non conoscere che cosa manchi, ma avvertire la necessità di riempire il vuoto, l’esigenza di tradurre l’assenza in presenza.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

08 gennaio, 2017

“Hunger games” tra denuncia ed acquiescenza al sistema



E’ famosa, soprattutto fra le nuove generazioni, la pellicola “Hunger games” per la regia di Gary Ross (2012), trasposizione dell’omonima saga scaturita dalla penna di Suzanne Collins.

“Hunger games” descrive una società distopica in cui un’élite di ricchi smidollati soggioga dodici distretti dove vive una popolazione ridotta in miseria. La classe dirigente, che vive in una città supertecnologica e corrusca, ogni anno organizza, a commemorazione di un tumulto sedato nel sangue, una lotteria culminante in una lotta mortale tra ventiquattro giovani, uno per ciascun distretto. [1]

La produzione ha quasi sempre incontrato il consenso sia del pubblico sia della critica, nonostante lo schematismo di certi espedienti narrativi, già visti (e letti) in altre opere del sottogenere fantascientifico-distopico. Ci pare che, da un punto di vista artistico, i pregi maggiori del film risiedano nella fotografia rutilante e nella recitazione, in grado di bilanciare una regia ed una sceneggiatura di taglio talora piattamente televisivo.

Sotto il profilo ideologico, “Hunger games” spicca per l’icastica rappresentazione del ceto al potere: è formato da individui fatui, sciocchi, dall’identità sessuale ambigua. E’ il ritratto perfetto della società prossima ventura con una classe di potenti impotenti, di oziosi alla frenetica ricerca di piaceri: la loro stessa crudeltà è scintillante di lustrini e di frivolezze.

Fondamentale è il ruolo che assume la tecnologia nel mondo di “Hunger games”: impianti sottocutanei per la localizzazione, ologrammi, droni, videosorveglianza globale… il film squaderna una serie di ritrovati, molti dei quali appartengono già ai nostri tempi tecnocratici. Con questo scenario futuribile stride, in un’efficace dissonanza, l’atmosfera decadente da Basso Impero: ormai l’”umanità” che tiene le leve del comando è ebbra di sangue, sfatta, satura di noiosi divertimenti.

La pellicola è stata letta ora come denuncia dei piani orchestrati dai fautori del Nuovo ordine mondiale ora come esempio di programmazione predittiva. Ci pare che "Hunger games" si situi in una zona di penombra tra critica ed acquiescenza: purtroppo adolescenti e giovani si sono appassionati alle peripezie, soprattutto sentimentali, degli eroi, Katniss e Peeta, più che riconoscere i cenni alle insidie di una propaganda deviante. Esiste il rischio di staccare dalla produzione il romanzo d’avventura, isolandolo dalle valenze critiche che, pur blande, non sono irrilevanti. Il rischio maggiore, però, è un altro: che la realtà prospettata in “Hunger games”, a base di emozioni effimere ma intense, di una tecnologia seducente, anche se coercitiva, sia considerata desiderabile.

L’opposizione al sistema pare ormai utopica, non per la debolezza di chi lo avversa, ma per la forza ed il convincimento con cui molti lo accolgono.

[1] In questa breve recensione ci riferiamo solo al primo episodio del ciclo narrativo.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

01 gennaio, 2017

Prolissità

Fra i tratti che rivelano la decadenza dei nostri tempi annovereremmo la prolissità. Gli scrittori non sanno più esprimersi in modo conciso ed efficace: le recensioni di libri e pellicole cinematografiche sono ampollose ed inconcludenti, mero sfoggio di patinata erudizione; i locutori sproloquiano, ripetendo luoghi comuni con insopportabile monotonia.

Per prolissità non intendiamo solo la lunghezza spropositata di testi che potrebbero essere più incisivi, se fossero più stringati, ma ci riferiamo pure al modo ridondante e fangoso con cui si esprimono oggi quasi tutti. Si pensi a quegli spazi di reti “sociali” dove si possono scrivere solo scarni messaggi: si potrebbe fare di necessità virtù, ossia si potrebbe concentrare in un enunciato aforistico la densità del pensiero, invece notiamo che quasi tutti gli utenti si affannano ad eliminare articoli e preposizioni articolate per accorciare il testo; ne risultano enunciati monchi e balbettanti.

La brevitas può essere una sfida: è un limite che, come tutti i limiti, è suscettibile di diventare un’opportunità. Essa costringe a snellire il discorso, ad imperniare l’idea, a reperire il vocabolo acconcio per rendere il concetto. L’essenzialità sprona anche a valorizzare il testo attraverso un fulmen in clausula, un suggello inatteso e folgorante.

Il modo peggiore per trasmettere delle conoscenze è diluirle in lezioni pedanti e specialistiche: si mette a dura prova la pazienza dei destinatari, spinti nel labirinto di una terminologia per pochi iniziati, nel dedalo di rimandi che rinviano ad altri rimandi.

Rem tene, verba sequentur” ci ammonisce Catone il Censore, cioè “Conosci l’argomento, le parole verranno spontanee”. Purtroppo oggi pochissimi conoscono l’argomento ed un numero ancora inferiore conosce i vocaboli per lumeggiare il tema. Alla “comunicazione” attuale mancano il pensiero, l’elocuzione appropriata ed i riferimenti veritieri. Così una frasetta pur nella sua piccolezza risulta verbosa, perché incatramata di poche parole, tutte vuote e logore.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

29 dicembre, 2016

Visioni del Paradiso e dell'Inferno




Più vivo intensamente la vita e più mi interrogo sull’enigma della morte. (J.K.)

Sono sempre più nutrite le testimonianze circa le cosiddette esperienze di pre-morte: in quasi tutti i resoconti i “redivivi” riferiscono di essersi inoltrati nel Paradiso e, non di rado, nell’Inferno. Sulle near death experiences, sulla loro natura e circa i loro addentellati con vissuti esplorati all’interno della Letteratura e persino dell’Ufologia, abbiamo disquisito in diverse occasioni (si veda infra); qui vorremmo, però, porre un quesito cruciale: è possibile che tali percezioni, pur nel notevole grado di realtà esperito, siano raffinati inganni alieno-arcontici? In altre parole, ha ragione chi opina che, dopo la morte, ci attenda il nulla o un sonno profondissimo in attesa della risurrezione? Lo spettacolo dell’Empireo e, di converso, dello spaventevole Tartaro potrebbero inculcare un senso di soggezione nei confronti del destino ultraterreno, rincalzando un’etica fondata non su un reale spirito di abnegazione, ma sul timore del giudizio: ne consegue una morale eterodiretta nonché una forma di controllo.

I cristiani dovrebbero sapere che la dottrina dell’immortalità dell’anima è estranea al Cristianesimo delle origini: oggi, tale concezione, mutuata da credenze e filosofie elleniche ed orientali, coesiste - in modo contraddittorio e senza che i fedeli se ne accorgano - con la fede nella rinascita nel giorno del Giudizio universale. Si ricordi, ad esempio, che la preghiera “L’eterno riposo” descrive proprio uno stato post mortem di insensibilità, escludendo una continuazione dell’esistenza in un ipotetico aldilà.

Purtroppo di fronte ad una questione fondamentale, una questione che riguarda tutti, abbiamo solo indizi frammentari ed ipotesi non verificabili. La sincerità di coloro che hanno varcato la soglia è indiscutibile; il radicale cambiamento di prospettiva, palingenesi che connota il loro percorso terreno pure. Tuttavia, un po’ come Cartesio, restiamo sempre con il dubbio che un demone possa aver architettato la frode.

Sfortunatamente né i numerosi libri né i documentari sul tema fugano le perplessità, anzi – e ciò vale per tutti gli interrogativi abissali – quanto più si approfondisce il soggetto, tanto più aumentano le domande che sorgono dalle antinomie in cui ci si imbatte.

Nel caso di un problema tanto vitale (e mortale), seguitiamo a reperire solo risposte parziali, ambigue ed insufficienti, quando avremmo bisogno della RISPOSTA.

Approfondimenti:

- Truman Cash ed il destino dell'anima, 2014
- Che cosa succede dopo la morte?, 2011
- Le esperienze di pre-morte nell'ambito dell'Ufologia, 2009

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APOCALISSI ALIENE: il libro

26 dicembre, 2016

Oltre il codice



Numerosi scienziati hanno osservato che in Natura tutto è numero: dalle galassie alle conchiglie, dai ritmi delle specie viventi alle armonie della musica, tutto si inscrive in precise sequenze aritmetiche (il pi greco, la serie di Fibonacci, la sezione aurea...), in corrispondenze razionali e predicibili. [1] Questa struttura perfetta, che soggiace ai più disparati fenomeni, è stata definita “codice”. Molti concludono che il codice è il segno di un’impronta sovrumana: è difficile dissentire. Si resta incantati nel contemplare la mirabile perfezione dell’universo, simile ad un gigantesco orologio (così lo interpretarono alcuni illuministi) o ad un immenso arazzo in cui la trama e l’ordito istoriano soggetti meravigliosi. Eppure, quanti eppure…

Eppure ci chiediamo: in un cosmo così esattamente congegnato, come si può infiltrare il male? Una creazione matematica non esclude in toto il totem del libero arbitrio? La scienza dei numeri non ammette anomalie: nel linguaggio comune si ripete che “la matematica non è un’opinione”. Il logico, matematico e filosofo austriaco, Kurt Gödel, asserisce in modo più serio che provocatorio: “La matematica è una religione ed è l’unica che può dimostrare di esserlo”. Gödel non è lontano dal vero: i postulati della geometria e dell’aritmetica assomigliano ai dogmi di un credo poiché, in entrambi i casi, siamo al cospetto di qualcosa di ineludibile, di assoluto.

Ci domandiamo anche se il codice non lasci affiorare più che un’orma divina, una matrice (termine non casuale) per così dire arcontica o, come ipotizzano alcuni astrofisici, gli indizi di un megaprogramma informatico generato da una civiltà tanto evoluta quanto dissimulata. Sono scenari che escludono la libera volizione. All’interno dell’universo-software il male è un virus con la funzione di introdurre il cambiamento in un sistema che, altrimenti, sarebbe statico. D’altronde questo potrebbe essere la finalità del polo negativo pure in un cosmo diversamente concepito: il problema non è il male in sé, che gioca il suo ruolo, bensì una sua superfetazione, la sua preponderanza. A corollario di questa riflessione, si può accennare ad una serie underground, “Black mirror”, incentrata sulla devastazione dell’umanità causata da una tecnologia fuori controllo. In un episodio, il protagonista è incalzato da un persecutore che, dopo avergli distrutto la vita, gli invia un’icona sul cellulare: è l’immagine di un troll che, in àmbito informatico, denota anche il malware.

Insomma, è tutto molto bello: sono fantastici i disegni della natura e le melodie che si possono comporre, rispettando dei rapporti numerici, ma dov’è lo scopo di ciò? Siamo condotti a visitare gli ambienti di una villa principesca, camere adornate con dipinti di maestri rinascimentali, busti magnifici, stucchi preziosi, ma nessuno ci mostra gli squallidi locali della servitù che vive in condizioni disumane per garantire i privilegi di un’aristocrazia oziosa e fatua.

Siamo affascinati dalla bellezza, ma vorremmo capire per quale ragione l’universo e la storia sono schiacciati dalla sopraffazione, dall’ingiustizia, sommersi da fiumi di sangue. Quanti non sanno ogni giorno, come scrive Giovanni Verga, in quale maniera “buscarsi il pane”! Quanti vivono esistenze infelici, straziate nel corpo e nell’anima! Che importanza può avere per loro il codice? Sì, senza dubbio intravediamo una filigrana stupenda oltre le cose, ma…

Riflettiamo: il codice è numero ed il numero è tempo, successione: in quanto tale, è una perfezione imperfetta, (ossimoro necessario). Il tempo è entropia, disordine, declino. Giustamente Nietzsche tuona contro chi vede nelle relazioni numeriche l’essenza della musica: che cosa si può apprezzare di una sinfonia, delle emozioni che essa suscita, dell’incanto cui dà origine, una volta che si sono anatomizzati i valori aritmetici di una composizione? Inoltre giustamente Bergson distingue il tempo della coscienza che è un flusso, un’onda avvolgente, dal tempo della scienza, inteso come algida segmentazione, arida misura.

La vera perfezione è dunque oltre i numeri, oltre i codici? E’ “lì” che è situata la realtà reale, nel nulla che contiene in potenza il tutto? Forse è per questo che Schopenauer ritiene che l’autentico uomo di genio non abbia attitudine per la matematica: egli la trascende, attingendo all’Idea che è di là dalle manifestazioni collocate nello spazio e nel tempo.

I numeri, intesi come quantità, peggio come strumento per quantificare e reificare gli esseri viventi, persino per monetizzarli, sono algidi, vuoti, morti. Ben diversa è la vibrante euritmia, la dissonante consonanza, la dolente felicità di un’opera d’arte. Ben diverso è il mondo della vita, dimentica del tempo, dei suoi perfetti ma freddi meccanismi. [2]

[1] E’ notorio che già gli antichi, ad esempio i Greci, avevano osservato il mirabile equilibrio del cosmo: infatti “kòsmos” significa “ordine”.

[2] Nel mondo quantistico la rigidità delle cifre si allenta e non sempre uno più uno dà due.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

23 dicembre, 2016

Favoletta di Natale



- Venite costì, nipotini, ché la nonna vi racconta una favoletta.
- Sì, nonnina, racconta!
- Bene, c’era una volta un Tunisino a Berlino. Era un ragazzo brutto, brutto, cattivo, cattivo: era soprattutto invidioso, perché era ormai prossimo il Natale e, come tutti, aveva scritto a Babbo Natale per avere un dono, ma Babbo Natale gli aveva già mandato un sms per dirgli che a lui no, non avrebbe portato alcun regalo, perché brutto, brutto, cattivo, cattivo.

Il Tunisimo per Natale avrebbe voluto un camioncino: così lo rubò ad un bimbo polacco che era andato a Berlino per acquistare lo zucchero filato. Che bella atmosfera, nipotini! L’albero di Natale nel mercatino vicino alla chiesa, con tante luci colorate, i festoni d’argento, le bancarelle con il torrone, le ciambelle fritte e tutti gli altri dolciumi! Peccato… però… Il Tunisino, sempre più indispettito con il mondo intero, salì su un camioncino posteggiato lì vicino e, messosi alla guida, pigiò sull’acceleratore e si lanciò sulle bancarelle. Che strage di ciambelle, cari bambini! Potete immaginare! Tutto a soqquadro: pezzi di torrone sparsi in ogni dove, zucchero filato attorcigliato agli abeti, balocchi smontati, barbe di Babbo Natale appiccicate sui visini dei pargoletti...

Non contento del dispetto, il Tunisino rubò una slitta e si dileguò veloce come il vento, mentre i bimbi di Berlino piangevano con in bocca le pigne degli abeti, invece delle ciambelle fragranti. Il Tunisino con la slitta arrivò fino in Italia dove voleva gettare nello scompiglio altri mercatini. In Italia, però, due guardie coraggiose videro il monello e capirono dal cipiglio che era stato lui a fare tutte quelle bricconerie. Così lo riempirono di botte e lo mandarono al Creatore.

Tutti ad applaudire fino a spellarsi le mani: il re, i ministri, i sudditi. Il primo ministro disse: - Che bello, che bello! Il Tunisino cattivo è stato punito! Tunisino, hai rotto l’alberello e sei stato ridotto a mal partito! Che gran successone, che barbatrucco! Che bel copione per quel... di Massimo Mazzucco! -


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APOCALISSI ALIENE: il libro

18 dicembre, 2016

Semplice



Quando io crederò imparare a vivere e io imparerò a morire. (Leonardo da Vinci)

Quante volte cerchiamo le risposte nei libri, negli altri, nella natura, in noi stessi! Cerchiamo risposte che non troviamo. E’ poi così importante sapere? Non è preferibile essere felici, visto che non potremo mai snidare le cause delle cause, portare alla luce le vere radici del male?

Che cosa ci spinge a cercare di conoscere, a tentare di essere felici, quando la conoscenza, per un attimo acquisita, si rivela solo come un altro grado di ignoranza, quando la felicità, per un attimo sfiorata, si rivela solo come un altro grado di dolore?

Vorremmo, ma che cosa può anche la più tetragona volontà contro i fendenti del destino?

Invece di aspirare alla conoscenza dovremmo ambire alla saggezza. Come scrive T. S. Eliot: “Dov'è la saggezza che abbiamo perso con la conoscenza? Dov'è la conoscenza che abbiamo perso con l'informazione?” Aggiungiamo: dov’è l’informazione che abbiamo perso con la disinformazione? Siamo precipitati dalla saggezza alla disinformazione, dal cielo nell’abisso, dal silenzio iniziatico al frastuono dell’incomunicabilità.

Siamo tragicamente soli nei momenti decisivi dell’esistenza, cioè quando dobbiamo vivere e quando dobbiamo morire, vale a dire che siamo soli sempre sicché potremo condividere il dolore e le rarissime gioie solo con noi stessi.

E’ molto semplice: cerchiamo un modo idoneo per vivere ed un modo idoneo per morire, ma non li abbiamo ancora trovati.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

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