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21 aprile, 2017

Al capolinea della Storia



Tutto è Storia, ma la Storia non è tutto.

Oltre la Storia

Quando hai eliminato il mistero dalla vita e dall’universo, hai eliminato tutto. Oggi molti pretendono di aver compresa l’essenza del cosmo, di aver rivelato lo scopo dell’esistenza grazie alla scienza o alla filosofia. Mai l’umanità fu tanto arrogante, superba. Dispiace constatare la deriva di certi ricercatori che, dopo un percorso di interessanti ricerche, sono approdati a conclusioni semplicistiche e rassicuranti. Tra una New age con sugo quantistico ed un Idealismo per i poveri, queste conclusioni si arrogano di essere esaurienti, definitive, escludendo orizzonti ulteriori.

Si è perso il valore della vera indagine che è sempre in divenire: gli stessi studi sul Cristianesimo, lungi dal riconoscere la complessità simbolica di remote esperienze culturali, le impoveriscono attraverso l’acribia di studi filologici e di esplorazioni archeologiche. E’ vero: la storiografia ci presenta scenari sovente prosaici, ma l’età antica e medievale custodiscono un tesoro di saggezza e di profondità che è difficile ascrivere solo a banali condizioni socio-economiche, la struttura di Karl Marx.

Bisogna riscoprire il mito, nel senso più alto della parola: il mito è il complesso degli archetipi che trascendono la “realtà” empirica. Certi avvenimenti evocano significati che superano il loro svolgimento letterale. La stessa vicenda del Redentore – di là dalla storicità degli eventi – alberga nel cuore di un’incoercibile esigenza a confidare in una liberazione dal male cui è crocifisso il mondo da quando avvenne la caduta.

In alcune pristine tradizioni, in primo luogo l’Orfismo, in parte confluite ed amalgamatesi nel Cristianesimo esoterico, scorrevano sorgenti che oggi sono quasi del tutto inaridite. Sono vene cui bisogna provare ad attingere, consapevoli che la materia, anche sotto la forma più rarefatta dell’energia, non esaurisce l’enigma della natura.

Vuoti vati

E’ necessario vedere nell’attuale nutrita schiera di “profeti quantistici” dei falsi profeti. Essi continuano a promettere fantastici cambiamenti, la rigenerazione della società, il Paradiso sulla Terra. Per loro è sufficiente che si consegua la massa critica, una massa che, per ragioni incomprensibili, non si raggiunge mai. Ripetono questa solfa da anni. Fandonie! Se veramente bastasse l’intenzione della coscienza per rinnovare e guarire il mondo, visto che la coscienza ignora lo spazio ed il tempo, quindi la quantità, una sola coscienza potrebbe compiere il miracolo: non ne servirebbero tante. Sarebbe come affermare che, per appiccare un incendio di grosse proporzioni, non basta un fiammifero, ma ce ne vogliono mille.

Dunque è evidente che ci mentono: è palese che non sarà l’uomo a risolvere i problemi degli uomini. Bisogna volgersi altrove: questo non significa aderire ad una religione positiva, tutt’altro, poiché le varie chiese (da quella cattolica sino alla Confraternita della Nuova era) sono contraffazioni della spiritualità. Dallo scientismo e dallo storicismo non si deve scivolare nell’idolatria. Bisogna, invece, aprirsi alla possibilità di una salvezza della storia e soprattutto dalla storia, una liberazione che non è di origine umana.

Per millenni abbiamo confidato nelle istituzioni, nei governi, nei “politici”. Con quali risultati? Non ci siamo ancora accorti che i poteri umani (tutti) sono squisitamente disumani. Eppure siamo avvelenati ogni giorno, in modo subdolo e proditorio, sia nel corpo sia nella mente, proprio da coloro che affermano di agire per il nostro bene. Dovremmo dar forse credito alle ultime leve della “politica”, spaventapasseri nuovi nuovi, atti a sostituire quelli a tal punto sdruciti che se ne vede la paglia all’interno?

Probabilmente epocali, apocalittici eventi si stanno preparando e non saranno né una setta né un partito ad affrontare le immani sfide che ci attendono.

Siamo di fronte ad un bivio: o ci lasciamo abbindolare dai vuoti vati del XXI secolo per avviarci sulla strada larga che porta al baratro o, pur con tutte le incognite del caso, ci incamminiamo verso la stretta via della perseveranza nell’attesa.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 settembre, 2015

Una ragione irrazionale



U.A.A.R. è la sigla di Unione degli atei, agnostici, razionalisti. E’ una setta famigerata ed invadente che pontifica su tutto e sul contrario di tutto, atteggiandosi ad avanguardia illuminata contro la superstizione, l’oscurantismo e le “pseudo-scienze”. Evidente la parentela con la genia negazionista che ruota attorno al C.I.C.A.P.

Quello che in special modo non mi convince di questa chiesa è l’accostamento tra ateismo e razionalismo.[1] Come può un ateo, con tutto il rispetto per i suoi convincimenti, essere un propugnatore del razionalismo? Vedere nella ragione il fondamento della conoscenza e della condotta mi pare non sia del tutto conciliabile con la miscredenza. Se, infatti, l’universo è irrazionale, poiché non esiste un Logos trascendente che lo giustifica e lo organizza, da dove emerge la quadrata ragione utile ad analizzare il mondo? Bisognerebbe postulare che in un cosmo del tutto illogico ad un certo punto, in modo del tutto inatteso, nasce e si sviluppa una specie, Homo sapiens sapiens, che, a differenza di tutte le altre, è dotata del raziocinio. Tuttavia il raziocinio è adoperato paradossalmente per constatare l’irrazionalità del Tutto e per individuare delle leggi fisiche, traducibili in equazioni matematiche che, con il loro rigore e la loro costanza, paiono contraddire l’insensatezza universale.

Un ateo coerente dovrebbe essere un fervente irrazionalista come il marchese De Sade: il filosofo francese, infatti, negando Dio, asserisce che il fulcro della natura e degli esseri viventi è il perseguimento egoistico della propria perpetuazione, l’incessante ricerca del piacere ad ogni costo. De Sade disegna una realtà dominata da istinti incontrollabili, da ciechi processi biologici avulsi da qualsiasi fine etico. E’ una visione che si può condividere o rigettare in tutto o in parte, ma è congruente al suo interno, solidissima sotto il profilo concettuale. Il pensatore d’oltralpe rinuncia ad educare l’umanità, non si impegna nelle battaglie in nome della “scienza” e dei “lumi” contro i retaggi religiosi e sociali dell’ancien régime, ma si prefigge solo di trarre il maggior godimento e successo personale possibili dalla sua condotta amorale. Prima ancora che con Karl Marx, la sua filosofia è prassi.

I pontefici atei e razionalisti, invece, si impantanano in incongruenze insanabili, cercando di salvare capra e cavoli. Sono gli stessi che esigono le “prove concrete” di quanto supera l’angusto spazio dei loro pregiudizi. Con quali criteri, però, possono stabilire il confine tra empirico e teorico, naturale e soprannaturale, razionale ed irrazionale, dal momento che, secondo la loro Weltanschauung, tutto è gratuito, assurdo, immotivato, caotico? Che cosa significa “prova concreta”, quando la stessa materia ed il corso degli eventi sono, nella loro essenza, non solo inconoscibili, ma pure casuali?

Infine l’atteggiamento di codesti credenti al contrario prescinde del tutto dai progressi della scienza attuale, in primis la fisica quantistica che ha svelato scenari non sempre inquadrabili in schemi ottocenteschi. Sono proprio questi gli schemi che i sacerdoti dello scientismo (lo scientismo non è scienza, ma una sua caricatura) continuano ad imporre: oltre che obsoleti, sono riduttivi. I nostri atei fanatici pretendono di togliere una spina da un dito con le pinze da meccanico.

[1] Circa l’agnosticismo si veda “Scettici e dogmatici”, 2011

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APOCALISSI ALIENE: il libro

28 agosto, 2015

Oltre il turbocapitalismo



Diego Fusaro è filosofo ed intellettuale degno di questo nome: intellettuale è, infatti, colui che per mezzo della cultura interpreta la realtà e prova ad educare l’opinione pubblica. E’ quindi un’eccezione in un panorama desolante invaso da negazionisti e pennivendoli.

In un suo intervento del 2014 Fusaro si soffermò sul cosiddetto Nuovo ordine mondiale: l’analisi è senza dubbio di notevole spessore, perché lo studioso, avvalendosi per lo più di categorie interpretative marxiane, traccia un quadro della globalizzazione inteso come culmine di un forsennato processo di accumulazione capitalista, l’altrimenti definito “imperialismo”. Il New world order è dunque la concentrazione del potere politico-economico in una classe di plutocrati che, mentre affermano il loro controllo finanziario e produttivo su quasi tutto il pianeta, impongono un pensiero unico in cui i rapporti umani sono reificati. Così alla struttura (il modo di produzione capitalista) si sovrappone la sovrastruttura (l’ideologia che mercifica l’uomo e lo aliena da sé stesso e dalla natura). E’ un’ideologia che consacra il migliore dei mondi possibili (in realtà il peggiore) per demonizzare qualsiasi espressione di pensiero non allineato.

Le argomentazioni svolte da Fusaro sono, nel complesso, convincenti e soprattutto esposte con quell’empito morale oggi rarissimo. Nondimeno la sua disamina, pur valida sotto molti rispetti, lascia qualche zona d’ombra. Ci chiediamo: nel momento in cui il turbocapitalismo avrà completato la sua conquista della Terra, una volta saturato ogni mercato, come e dove saranno creati nuovi sbocchi per le merci? Dopo che saranno sconfitti i pochi paesi che si oppongono alla globalizzazione, quali obiettivi si prefiggeranno gli usurai internazionali? Molti ritengono che il capitalismo imploderà, a causa delle sue numerose contraddizioni tra cui la caduta tendenziale del saggio di profitto, il graduale impoverimento dei consumatori ed il progressivo esaurimento delle risorse.

Ci sembra un quadro plausibile, ma incompleto, perché la Tirannide planetaria, definita in modo eufemistico "Nuovo ordine mondiale", è un ibrido tra un capitalismo predatorio ed un socialismo statalista (non comunismo che, almeno in teoria, è libertario ed antistatalista) Si dovrebbe anche considerare l’Ideenkleid prevalente rispetto alla struttura economica, poiché la cupola mondialista è animata da intenti spirituali (di una spiritualità invertita e degenere), ossia mira all’instaurazione di un dominio apolide sotto il segno di credenze perverse.

Ciò non significa che gli strumenti interpretativi marxiani non siano idonei ad evidenziare i mali della nostra società, afflitta dalla distruzione del ceto medio, dal cronico sottosviluppo di intere aree e paesi, da flussi migratori volutamente incontrollati, dallo snaturamento e marginalizzazione delle culture nazionali, da un mercato del lavoro sempre più selvaggio e degradato, dallo smantellamento delle provvidenze sociali etc. Sono, però, chiavi di lettura in parte obsolete e che vanno integrate con metodi più scaltriti, benché eterodossi. Almeno oggi paiono metodi eterodossi, ma in futuro saranno normale prassi ermeneutica, perché, come ci insegna anche Marx, la storia, anche la storia del pensiero, è sempre in divenire, è un continuo processo dialettico.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

04 agosto, 2015

Legge e violenza



In questi ultimi lustri la violenza ha acquisito una nuova qualità, inusuali tratti. E’ indubbio: la sopraffazione esiste da tempo immemorabile, ma oggi non è quasi mai motivata (se il sopruso si può motivare e giustificare) da leggi di sopravvivenza o da pulsioni, poiché è una barbarie sovente gratuita, del tutto incomprensibile e sproporzionata rispetto alle cause che la accendono.

Uxoricidi, infanticidi, assassini per rubare somme esigue, sevizie nei confronti dei deboli e degli animali...: è un carnaio che suscita orrore e costernazione. Anzi, dovrebbe suscitarli, giacché sembra che gran parte dell’umanità sia oggidì non solo assuefatta agli atti più abominevoli, ma pure avida di sangue, di storie truculente. I media di regime soddisfano e blandiscono questa depravazione, moltiplicando il raccapriccio.

Sorprende la reazione, anzi diremmo la mancanza di reazione, di fronte alla violenza sia quella privata sia quella pubblica. Gli uomini, degradati ad inetti e pusillanimi servitori, non sanno più né indignarsi né ribellarsi. Sulle origini di questa condotta passiva e rinunciataria potremmo pure interrogarci e trovare qualche risposta, ma alla fine dovremo solo constatare la nequizia e la stolidità del gregge “umano”.

Rispetto al passato, nel nostro miserabile mondo al contrario, l’autore principale della violenza è lo Stato con le sue leggi funeste, quanto più esse sono decantate come democratiche e persino libertarie. Scrive Thomas De Quincey: “Appena la legge fa capolino per immischiarsi ai moti dei più nobili affetti morali, cessano ogni libertà d’azione, ogni purezza dei moventi, ogni dignità di relazione personale”. E’ così: le norme coercitive che lo Stato non smette di promulgare sono l’affossamento dell’etica, la cancellazione di ogni più alto ideale. Oggi la brutalità delle istituzioni soverchia i delitti degli individui a tal punto che lo Stato è diventato indistinguibile non da un “comitato d’affari”, come pur non malamente scrive Karl Marx, ma da un gruppo di malfattori.

Sono malfattori cui si contrappongono, per meschini ed ignobili interessi solo altri malfattori, dacché i “giusti” di dantesca memoria paiono essersi estinti.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

04 novembre, 2014

Politica e religione


La quintessenza della “politica” è squisitamente religiosa. I fantocci (sedicenti politici e sindacalisti) promettono una società migliore, giusta, in cui tutti avranno eguali diritti ed opportunità. Essi assicurano i cittadini, ripetendo che la ripresa (o ripresina) è dietro l’angolo. L’anno venturo sarà l’anno della risalita: cominciano già a vedersi le avvisaglie di un cambiamento, grazie a taluni indici statistici incoraggianti. Ad esempio, la disoccupazione sta diminuendo, anche se in percentuale è salita (sic), la produzione segna un incremento dello O,... Da quanti anni, anzi decenni, i presidenti del consiglio, i ministri ed il codazzo degli economisti a cottimo giurano e spergiurano che presto la situazione economica migliorerà? Quanti si sono accorti che l’anno della “rinascita” è sempre rinviato di un anno?

La proiezione nel futuro, il vagheggiamento di un’età rinnovellata accomunano la “politica” a molte fedi: il presente è sempre incompiuto, delusorio, persino detestabile; il Paradiso appartiene ad un tempo che non sopraggiunge mai.

Parole-chiave sono Avvento, Ritorno, Parousia, Mahdi, Buddha del futuro… Gli uomini sono così tirati e stirati verso un avvenire che sembra non venire mai, blanditi con parole rassicuranti. Dinanzi ai loro occhi imbambolati balena lo spettacolo di un mondo edenico. Bisogna solo aspettare o di morire o di attraversare un periodo di tribolazioni o di compiere il proprio ciclo di metempsicosi (attesa questa lunghissima, ma tant’è, il karma è karma...) o, più prosaicamente, di votare alle prossime elezioni.

L’omelia del sacerdote ed il discorso del “politico” sono sovrapponibili: ambedue oscillano tra lenocini ed intimidazioni, ambedue, nel labirinto dei luoghi comuni, evitano con cura di sfiorare la verità.

Così non solo si aliena il genere umano da sé, lo si defrauda della possibilità di vivere e costruire l’adesso in modo significativo e profondo (e riconosciamo che il presente, oltre ad essere effimero, è spesso misero, se non tormentoso), ma lo si inganna pure con lusinghe, dipingendo l’inferno del domani come “il migliore dei mondi possibili”.

Sarà la tecnologia a risolvere tutti i problemi, la stessa tecnologia che, a tradimento, invece, ci sta uccidendo e strappando la coscienza.

Karl Marx prospetta un consorzio sociale di tipo comunitario in cui alla fine trionferanno l’equità, il sostegno reciproco e la gratificazione personale. Tuttavia bisogna prima passare attraverso la fase dolorosa ma necessaria del Socialismo e della dittatura del proletariato. Purtroppo ci siamo impantanati nello stadio eterno della dittatura. La transizione verso la palingenesi è tutto, fuorché transitoria.

Se esiste un’età dell’oro, essa non risiede nel futuro, ma nel passato, anzi in una realtà emancipata dal tempo e dalle sue tragiche lacerazioni.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

09 maggio, 2014

Antropologia e politica


Non sarà l’uomo a risolvere i problemi dell’umanità.

Ancora qualcuno crede alle ricette ed alle promesse dei patetici “politici”? Spero proprio di no. Ammesso e non concesso che davvero qualcuno intenda agire per il bene della collettività, non si scontrerà con ostacoli insormontabili?

Almeno dai tempi di Platone si teorizza lo stato ideale: si sono solo costruiti organismi pessimi. Perché lambiccarsi per delineare un modello di governo perfetto, un paradigma di democrazia, quando ci ritroviamo con il peggiore degli stati possibili pressoché in ogni dove?

Si sono soltanto vagheggiate utopie, spesso pericolose come ci avverte Emil Cioran. Basti pensare al Cristianesimo, la “religione dell’amore” secondo la vulgata (in realtà la comunità dei Nazirei era tutt’altro che pacifica) capace solo di generare il monstrum della Chiesa. Se certi valori furono proclamati, essi non fecondarono per nulla la società e, a distanza di duemila anni, possiamo constatare il totale fallimento delle “magnifiche sorti e progressive” proclamate dai primi “cristiani”, Paolo in primis.

Il discorso vale anche per tutti quegli autori che si illusero di poter definire un modello statuale organico. Gli specula principis medievali sono opere i cui intenti sono tanto nobili, quanto irrealizzabili. E’ un disegno che palesa dabbenaggine nel momento in cui si crede di poter concretare certe idee. Non sfugge a questa imbarazzante sublimazione Dante con il trattato in tre libri, De monarchia. La verità è sconvolgente: tra ideale e reale il divario non è ampio ma infinito.

Pochi pensatori compresero la vera natura del potere: tra questi Machiavelli e soprattutto Guicciardini. Il “segretario fiorentino” con amarezza constata come sia impossibile coniugare etica e politica; il secondo, inariditasi anche l’ultima vena di idealizzazione con cui Machiavelli descrive uno stato forte, ma, nel complesso eretto nell’interesse della comunità, registra l’assoluta spregiudicatezza degli apparati che schiacciano l’individuo privo di “discrezione”.

Lo Stato è visto ora come necessità ineludibile (Hobbes) ora come male assoluto (Marx e Nietzsche); di converso è glorificato da chi, si pensi a Hegel, tratteggia un consorzio sociale e politico che non è mai esistito e mai esisterà. Si è che le teorie devono fare i conti con la “verità effettuale”, con la natura umana. Sono conti molto salati.

Non so se l’uomo sia naturalmente incline al bene o al male: so, però, che nel corso della storia l’unica compagine in cui di solito regna l’armonia è quella formata da un solo individuo. Già, quando si è in due, cominciano i problemi: non oso pensare quali dissidi si generano in comunità ampie, formate da milioni di persone. Certo, poi interviene un diabolico (in senso letterale) esecutivo di turno a sistemare le cose. Povera umanità, incapace di governarsi e che delega ogni autorità a chi la governa con la coercizione e la frode! Si rinuncia alla libertà con il sogno di ottenere un po’ di sicurezza: ci si accorge dopo poco tempo, di aver perso entrambe. Per sempre.

Esistono forse le eccezioni: le società gilaniche, alcune tribù di nativi americani in cui ognuno ricopriva il suo ruolo, senza prevaricazioni ed in sintonia con il prossimo; la Comune del 1871, i consigli di Liebknecht e Luxembourg... ma sono esempi sporadici, effimeri, non scevri da una certa dose di trasfigurazione, di nostalgico ripiegamento.

E’ possibile dunque ipotizzare un’amministrazione volta a garantire i diritti dei cittadini, sancendo solo i doveri davvero ineludibili? Horkheimer auspica che lo Stato sia diluito in una forma di conduzione il più possibile leggera, quasi impalpabile. Purtroppo non solo il suo auspicio è rimasto lettera morta, ma addirittura siamo costretti a rilevare che, con il passare del tempo, le strutture di potere diventano sempre più tiranniche, pur dietro le pallide parvenze della democrazia (in realtà demoncrazia). Non solo, ci dobbiamo sorbire i peana in onore delle “democrazie occidentali” per opera di servi del sistema, come Karl Popper.

Di fronte ad una situazione siffatta si può solo sperare in un sovvertimento radicale e definitivo di ogni Stato, nel crollo di tutte le istituzioni che sono irriformabili. Alla loro natura degenere si somma la natura comunque ambigua dell’uomo di cui né la morale né la religione né l’educazione possono sradicare i difetti che anzi scaltri personaggi alimentano e strumentalizzano. Si innesca una climax in cui il male individuale si moltiplica a causa della nequizia connaturata alle classi dirigenti tutte.

Si può sperare in un cambiamento, in un’evoluzione dell’uomo, una palingenesi tale da costituire la premessa per un mondo migliore? Atroce è non avere le risposte; ancora più atroce sapere che a pochi importa cercare risposte e risoluzioni.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

13 gennaio, 2014

E’ possibile uscire da un sistema socio-economico infernale?

La corruzione più grave non è forse quella che affligge il consorzio umano e l’individuo, ma quella che snatura la lingua. Nel nostro tempo quasi sempre le parole sono usate a vanvera: imperversa il termine “teoria” impiegato a sproposito, ma le cose non vanno meglio con l’aggettivo “politico”, considerato addirittura un insulto, laddove la politica vera, ossia l’amministrazione della pòlis nell’interesse della collettività è dottrina nobilissima. Che pensare poi del vocabolo “comunista” oggidì sinonimo di “appestato” o di “cannibale” con particolare predilezione per i bambini o di “carnefice”?

Lungi da me impegnarmi in una difesa dell’ideologia socialista (tra l’altro socialismo e comunismo non sono voci intercambiabili), ma credo che, se mai sorgerà una società migliore di questa (non perfetta), essa sarà la negazione del vigente sistema fondato sullo sfruttamento sistematico ed indiscriminato degli uomini, degli animali, delle piante. Essa sarà il superamento di un modello incrostato sul profitto, l’usura, la speculazione, l’accumulo, il mercimonio…

Il lavoro stesso non sarà più lavoro (dal latino labor), ossia fatica, sforzo, ma qualcosa di profondamente diverso. Karl Marx – qui sia chiaro che non intendiamo propugnare in toto la sua Ideenkleid, ma anche in un campo di “erbacce” troveremo delle piante medicinali – descrive il lavoro nel mondo da lui vagheggiato come un’attività creativa, appagante con cui l’individuo plasma la materia o elabora idee, sviluppando la manualità e l’inventiva. E’ un’occupazione gratificante, artigianale o intellettuale, emancipata dalla ripetizione meccanica, dall’obbligo di produrre per il capitalista ed il mercato, dalla necessità di racimolare un po’ di soldi utili solo per sopravvivere all’interno della spirale perversa “produci, consuma, crepa”. Dimenticavo: “Paga le tasse ad uno stato esoso, insaziabile, iniquo e guerrafondaio”. Il lavoratore inoltre non è più defraudato dell’oggetto che ha costruito. Il prodotto, recuperando così il valore d’uso, diventa valore.

Non solo, nella società comunitaria ciascuno può decidere di cambiare mestiere o professione ogni qual volta gli aggrada. Oggi è agricoltore, domani vasaio, dopodomani scultore, posdomani regista. E’ naturale che siamo al cospetto di un’utopia, ma non sarebbe auspicabile provare a compiere almeno in parte tale progetto? Preferiamo forse l’attuale struttura socio-economica? Teniamocela, ma non lamentiamoci più.

Si dovrebbe tentare di promuovere una pòlis ispirata ai valori del sostegno reciproco, della condivisione, dello scambio di idee, di beni e risorse (NON merci!) dove il denaro o non è più adoperato oppure è un mero strumento per le transazioni e NON una merce. Erano questi gli ideali di talune comunità antiche e medievali: si pensi ai Nazirei, alle chiese paoline ed ai cenobi medievali. Che siano principi difficili da realizzare e da mantenere è vero: si corre sempre il rischio che si manifestino discordie tra gli appartenenti alla collettività. Incombe poi il pericolo che serpeggi la tentazione di ripristinare un organismo di tipo statale, ossia oppressivo. Lo Stato, espulso dalla porta, rientrerebbe dalla finestra. Questo è una minaccia immane, spaventosa: Nietzsche ci insegna che lo Stato è un mostro e Gramsci ci ammonisce che “ogni Stato è dittatura”.[1]

L’essere umano è sempre essere umano, con i tutti i suoi pregi ed i suoi limiti. Alcuni autori – penso, ad esempio, a Wilhelm Reich - hanno additato dei modelli decorosi. Reich, che fu fiero detrattore dello statalismo sia nelle sembianze del “social-comunismo” sia in quelle del “liberalismo”, auspica una rigenerazione del singolo come presupposto per il miglioramento del corpus sociale.

Possiamo ostinarci ad aggredire la classe di burattini ventriloqui, possiamo continuare con le giaculatorie o cercare, nel nostro piccolo, qualche possibile rimedio, se non è troppo tardi…

Gli schiavi agognano una schiavitù sempre più coercitiva: così, invece di concepire e provare a delineare un prototipo sociale nuovo, impetrano spiccioli da uno Stato-Leviatano che elemosina ai disperati qualche baiocco, purché si stringano viepiù i ceppi agli Iloti.

La palingenesi, sempre che essa sia possibile, comincia dalla depurazione del linguaggio, quindi dalla cultura e non può prescindere da un totale azzeramento della classe “politica” pullulante di buffoni e di parassiti. Rifiutiamoci di votarli e pure di definire “comunisti” Matteo Renzi e la sua claque: ammesso e non concesso che si possa attribuire un aggettivo qualsiasi al “nulla costellato di nei” e agli altri inutili idioti di “centro”, di “destra” e di “sinistra”, potremo affibbiare loro l’epiteto di plutocrati, imbroglioni, maggiordomi dei banchieri, ciarlatani, impostori, sfruttatori, predoni, tagliagole… ma essi non sono “comunisti”, anche perché semplicemente non capiscono un’acca di politica e di economia, non sono, non esistono.

Ancora un paio di considerazioni.

Negli Stati Uniti d’America alcuni intellettuali e movimenti politici accusano Barack Obama - Barry Soetoro di essere “comunista” e di voler instaurare una compagine “comunista”. Siamo precisi: quel pu-pazzo lì è appunto un pu-pazzo incapace di intendere e di volere. E’ vero, però, che le élites che controllano gli Stati Uniti mirano a trasformarli in una tirannide di tipo socialisteggiante, dove del socialismo si estremizza il ruolo opprimente dello Stato teso a controllare tutto e tutti. Allora si potrebbe concludere che Obama è un fantoccio cui gli apparati hanno assegnato il compito di portare la Federazione verso una tirannia ammantata di simboli e di slogan socialisteggianti.

Di recente un amico si è trasferito in Venezuela: dal suo resoconto credo di arguire che il governo di Caracas, con Chavez ed il suo successore, abbia favorito grosso modo una commistione tra social-comunismo (ad esempio, calmiere del potere centrale sui prezzi dei beni primari, gratuità dei servizi) e sistema rappresentativo. Non esprimo un giudizio sul merito: mi limito ad osservare che qualcosa del quadro venezuelano è apprezzabile, mentre altri aspetti non lo sono. L’osceno connubio tra autocrazia ed ultracapitalismo, connubio che connota l’Occidente, non ha ancora devastato alcuni paesi sud-americani. Non sono il paradiso in terra, ma neppure l’inferno statunitense, italiano, greco, portoghese etc., un inferno tanto più demoniaco, quanto più è dipinto come il “migliore dei mondi possibili”.

[1] Dunque si potrebbe desumere qualche suggerimento dalla teoria politica di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg, in primis l’antimilitarismo, non certo dai fautori della dittatura del proletariato né dai propugnatori dello statalismo invadente tipico dei paesi scandinavi. I leader della Spartakusbund non a caso furono fortemente critici nei confronti di Lenin, della cui ideologia e prassi sùbito compresero la deriva liberticida, prodromo del totalitarismo stalinista.

Articolo correlato: C. Penna, I soldi non crescono sugli alberi, 2014

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

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