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07 settembre, 2018

La crisi delle scienze contemporanee



Abbiamo sovente lamentato il declino della “scienza” accademica. Purtroppo, però, anche la “scienza pioneristica” è in condizioni pietose. Mancano a quasi tutti i ricercatori attuali sia l’umiltà, tipica del vero scienziato, sia un’adeguata preparazione epistemologica. Così, dopo aver elaborato le loro teorie, neppure con esperimenti mentali, ma per mezzo di congetture spesso arbitrarie o di lambiccate fantasie, presto cominciano a dispensare la loro “verità”. Divulgano verità, quando ancora non hanno compreso che cosa sia la “realtà”.

Verità e “realtà” non sono sovrapponibili, isomorfiche, checché ne pensino molti logici. Lo possiamo dimostrare con un esempio: prendiamo la parola “verde”. Si potrebbe asserire che il seguente enunciato: “la foglia del platano in primavera ed estate è verde” è vero, nel momento in cui si stabilisce una corrispondenza biunivoca tra il verde e la foglia del platano. Tuttavia questo asserto come sarà recepito da un daltonico che confonde il verde con l’ocra? Come sarebbe stato recepito dagli antichi Greci che, quando si riferivano con l’aggettivo “kloros” al verde, pensavano ad una tinta pallida e grigiastra, o dai Celti per cui un tempo un unico aggettivo designava sia il verde sia l’azzurro, di cui valorizzavano le trasparenze e la brillantezza? Esistono innumerevoli tonalità di verde, alcune sconfinano nell’azzurro, altre nel celeste, altre nel grigio. Inoltre che cosa può significare per un animale la visione di un oggetto verde? Come lo percepisce? E’ una questione sia fisiologica, di come l’encefalo capta e traduce i dati “oggettivi”, sia linguistica, dove l’idioma rispecchia e, al tempo stesso, modella il “reale” così come un’etnia lo struttura sotto una spinta genetica e soprattutto culturale. Si capisce che la simmetria tra il verde e la foglia del platano in primavera ed estate non è per nulla ovvia. La correlazione, che senza dubbio esiste, non è univoca, ma problematica, poiché tende a diramarsi. Non è quindi una linea retta e continua a congiungere il verde alla foglia, bensì un segmento spezzato e ramificato. Ecco perché ha ragione Socrate quando dichiara: “La verità è una dea pericolosissima, specialmente per chi crede di possederla”, come, tra gli altri, André Gide che esorta a diffidare di chi proclama la “verità”.

I ricercatori di frontiera, come gli accademici, hanno fatto strame della Scienza, nel momento in cui l’hanno ridotta ad ideologia, a propaganda, a strumento di controllo colluso con il potere, a strategia di consenso. Codesti ciarlatani ottengono il consenso di quelli che si ritengono “evoluti”, costruendo un sistema attraente e narcotico: basta snocciolare dogmi del tipo "tutto è Uno", "la Coscienza evolve", "il libero arbitrio è onnipotente", "gli uomini sono Dio", neanche dei, Dio in persona e assurdità simili!

Chi acclamerebbe lo scienziato che, invece, dovesse delineare un paradigma non solo suscettibile di ulteriori definizioni, ma pure soggetto a falsificazione? Se poi questo modello, in luogo di solleticare l’egocentrismo e la superbia umana, dovesse ipotizzare che la “realtà”, oltre ad essere in gran parte enigmatica, è nel complesso refrattaria all’azione degli uomini, ricondotti ai loro limiti biologici ed ontologici, come pensiamo che sarebbe accolto? In questi schemi teorici si manifesta una hybris assai pericolosa, un antropocentrismo che possiede alcunché di diabolico.

Tuttavia i guru olografici sanno che i loro acritici seguaci hanno bisogno di essere blanditi ed illusi: ai sostenitori non interessa progredire nella conoscenza dell’universo con ricerche che richiedono sacrifici ed onestà intellettuale, piuttosto possedere una “verità” da diffondere, a loro volta, fra altri adepti. Questa "verità" – lo ribadiamo – deve gratificarli; deve prospettare un cosmo edulcorato, rassicurante. Non si accorgono - perché non vogliono accorgersene - delle contraddizioni che minano le dottrine dei santoni quantici: se qualcuno li invita a notare tali antinomie, essi reagiscono con furore, come i proseliti di un culto i cui fondamenti sono indiscutibili.

Se, però, modelli vincenti e dominanti come il Darwinismo, la teoria del Big bang, la stessa relatività sono stati e sono messi in discussione nei loro capisaldi, perché non dovremmo analizzare in modo critico le pseudo-filosofie di frontiera? Combattiamo la “scienza” che assurge a dogma imposto dall’establishment, ma pure gli imbonitori che, mentre fingono di contrastare l’establishment, mirano solo ad instaurarne un altro, non meno ottuso, non meno dispotico.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

29 aprile, 2016

La teoria del caos è plausibile?



Oggigiorno l’aggettivo “scientifico” è diventato sinonimo di oggettivo, di vero, di incontestabile: la “scienza” gode di totale credito presso la massa. Si dimentica che la scienza è, in fondo, una forma di filosofia, sia quando si radica nell’esperienza sia quando si libra nel cielo astratto della matematica. Ciò non significa sminuirla, tutt’altro.

Tralasciamo pure la “scienza” evocata dai negazionisti a sostegno dei loro pregiudizi, deliri, aberrazioni ideologiche, soprattutto dei loro attacchi ad personam: bisogna comunque riconoscere che non poche teorie sono soltanto idee balzane, sotto paludamenti logico-matematici o empirici.

Abbiamo già visto quanto sia basso il livello di credibilità del modello cosmologico noto come teoria del Big bang. Discorso analogo può valere per la teoria del caos. Vediamo per quali ragioni: se tale sistema implica il fatto che una causa, per quanto piccola ed insignificante, si colloca al principio di una catena di ulteriori cause, allora siamo al cospetto di una banalità, dimenticando poi che il concetto di causa in ambito scientifico è ormai squalificato ed obsoleto, giacché essa è solo un post hoc, non un propter hoc. E' un criterio che può valere nel macrocosmo, non nel microcosmo o nel mondo intelligibile.

Se, invece, si ritiene che un piccolo movente possa da solo essere all’origine di fatti significativi sì da modificare il corso degli eventi o da annullare l’influsso di circostanze preponderanti, ci si trova di fronte ad una costante smentita di tale ipotesi. E’ come se, mentre è in corso un violento attacco chimico volto a neutralizzare una perturbazione, bastasse aver piantato un nuovo albero in una vasta area per vedere la pioggia cadere, grazie al contributo all’evotraspirazione dato da una pianta in più. E’ evidente che certe situazioni possiedono un’energia di gran lunga superiore rispetto ad altre che semmai possono ritardare una serie di conseguenze, non stornarla.

Così l’idea dell’”effetto farfalla” è poco più che una sciocchezza… e di sciocchezze sono piene molti paradigmi “scientifici” tanto alla moda. Come ogni moda, codesti modelli sono destinati a durare poche stagioni.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

21 marzo, 2016

Teorie e "realtà"



La pubblicazione dell’articolo “La teoria della Terra piatta è un’operazione psicologica?” ha suscitato un fervido ed istruttivo dibattito cui vorremmo aggiungere qualche precisazione. In primo luogo non bisogna dimenticare il corretto significato di teoria: la teoria non è la realtà (ammesso e non concesso che si possa stabilire che cosa essa sia), ma un modello interpretativo del mondo o di una sua parte. E’ un paradigma che funziona finché funziona; dopodiché è superato da un altro sistema. La teoria geocentrica aristotelico-tolemaica di per sé dava conto della maggior parte dei fenomeni astronomici: era quindi efficace, anche se si doveva ricorrere all’artificio degli epicicli per far quadrare alcune aberrazioni. La concezione geocentrica fu superata dal modello eliocentrico che è quello prevalente dall’età moderna, grazie a Copernico.

La discussione può dunque diventare feconda, se si rammentano certi criteri epistemologici, evitando di cadere in un ingenuo realismo, in un grossolano materialismo. Questo significa che è un errore accettare a priori qualsiasi teoria e soprattutto le “verità” del sistema: ad esempio, è palese che le missioni spaziali della N.A.S.A. e di altre agenzie di casting sono farse. Si pensi anche alle immagini “marziane” in cui è immortalato di tutto: roditori del deserto, ombre umane, piante, sculture… In vero, le foto del cosiddetto pianeta rosso riprendono la Terra e suscitano ilarità le reazioni dei ricercatori convinti di essere al cospetto di segni di vita su Marte.

Molti ricordano che non è possibile per eventuali cosmonauti oltrepassare le fasce di Van Allen: questo non significa che la Luna e Marte non siano stati raggiunti, ma non attraverso le antiquate tecnologie che avrebbero portato l’uomo su Selene. E’ veramente sospetto che le presunte istantanee lunari non mostrino gli astri, quando in una notte tersa e senza inquinamento luminoso, dalla Terra il firmamento appare crivellato di stelle. Questo è solo uno dei tanti argomenti atti a smentire le mirabolanti missioni nello spazio dell'I.S.S. Non sarà certo la permanente di Samantha Cristoforetti a convincerci del contrario.

Numerose sono le anomalie e le stranezze in cui ci si imbatte non appena si investigano i fenomeni cosmici: sono anomalie che meritano di essere approfondite, ma non prendendo le mosse da una teoria a priori, piuttosto è auspicabile analizzare le varie manifestazioni ed incongruenze per poi provare ad inquadrarle in un disegno complessivo, sempre suscettibile di essere ridefinito.

Se proprio intendiamo adottare una cornice teorica, propenderemmo per il modello dell’universo olografico inteso come proiezione generata da un quid ulteriore che David Bohm definisce ordine implicito. Non hanno torto coloro che considerano la materia-energia, lo spazio ed il tempo non cose solide, concrete, ma modi di essere manifestati da un’essenza, essa sì reale. Se si parte da tale presupposto, si comprende perché il mondo è tanto complesso e sfuggente nella sua natura più profonda. Ostinarsi a concepire l’universo fenomenico come l’unico esistente e l’unico “reale”, è come pensare che una pellicola cinematografica sia coincidente con persone ed oggetti “veri". Il realismo e la verosimiglianza non sono sinonimi né garanzia di realtà.

La realtà, almeno quella percepita, non il mondo intelligibile, è un insieme di frequenze e su tali frequenze si può intervenire ed interferire, anche per produrre dimensioni di secondo grado, realtà fittizie (ossimoro quanto mai necessario). Non concentriamoci solo sulle frequenze: cerchiamo di capire da quale “stazione radio” provengono.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

15 marzo, 2015

L'estinzione della Scienza



Si estinguono le specie animali e vegetali; si estinguono le lingue. In questi ultimi tempi è sparita anche la Scienza.

Di recente Simone Angioni, la disinformazione dal volto umano, in un’ennesima, bolsa intervista sul tema della geoingegneria clandestina, ha asserito che la “scienza è una e che all'interno della comunità scientifica non c'è un dibattito, ma c'è una posizione unica dettata dai fatti e dalle evidenze”. Questa affermazione, che è sconvolgente per rozzezza ed autoritarismo intellettuale, denota l’abissale ignoranza epistemologica di Simonetto: è una concezione che sarebbe stata ritenuta angusta, riduttiva e persino ridicola anche dai Positivisti ottocenteschi, figuriamoci nei nostri tempi dopo la rivoluzione della Fisica quantistica. E’ una posizione ancora più arretrata di quella tenuta dai peripatetici sbeffeggiati da Galileo. E' come se il nostro chimico non avesse mai letto una riga di Feyerabend... Forse non sa nemmeno chi sia.

Il proclama del cicappino, novello Simplicio, si addice alla religione più che alla Scienza: essa progredisce attraverso il dibattito, la curiosità, l’attitudine a sperimentare, il confronto delle idee, l’intuizione, la formulazione di nuove teorie, l’atteggiamento euristico, il cambiamento di paradigma… Nulla di ciò affiora nella retrograda ed assiomatica visione di Simonetto: è un pregiudizio che si potrebbe accettare da uno studente di scuola media, non da un sedicente scienziato. Il richiamo “ad una posizione unica, ai fatti ed alle evidenze” è disarmante nel suo dogmatismo, nella sua incrollabile fede nei cosiddetti “fatti”.

Tra l’altro, nei pistolotti degli occultatori non si comprende bene dove finisca l’incompetenza epistemologica e dove cominci l’insincerità verso sé stessi: infatti, se almeno gli influencers fossero coerenti ed onesti, non negherebbero la geoingegneria illegale che è appunto ancorata ad una serie di dati incontrovertibili e di evidenze.

In realtà, l’attuale “scienza” è solo propaganda, plagio, pensiero unico. Le università sono per lo più "comitati d'affari". E' significativo nella predica del piccolo chimico il riferimento ad una “posizione unica”, come se ci si dovesse attenere ad una sorta di “dottrina rivelata” da una classe sacerdotale depositaria della Verità. Tale dottrina è bandita da gente che manifesta un contegno reazionario, dispotico, discriminatorio, oscurantista: la vera scienza dovrebbe essere avulsa del tutto o quasi dall’ideologia, mentre una Ideenkleid settaria ed inquisitoria ha soppiantato la ricerca ed il metodo empirico. E’ un’ideologia che è stampella del potere, organica ad un sistema corrotto, alla più sfacciata distorsione della realtà.

Primo Levi scrisse “Se questo è un uomo”; noi siamo costretti a suggellare la riflessione con “Se questo è un chimico”.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

24 dicembre, 2013

L'ha detto la maestra!


Suscita infinita tristezza il recente intervento di Gianluca Nicoletti sulla geoingegneria clandestina. Non siamo animati da acrimonia, ma motivati da un profondo disinganno. Non è che non ci aspettassimo un suo scivolone sul tema, ma è il modo in cui è ruzzolato ad essere pietoso. Egli, pur con tutti i notevoli limiti degli intellettuali odierni, è pur sempre un intellettuale che, in primo luogo, dovrebbe dimostrare una certa dimestichezza con il lessico e le questioni semantiche...

Invece anche Nicoletti è invischiato nella solita terminologia quasi più sciatta che falsa: “bufala”, “teoria del complotto”, “complottismo”, "sciachimisti"... E’ un linguaggio che condanna al torto anche chi, per assurdo, avesse un briciolo di ragione. Sono vocaboli usati a vanvera, in una coazione a ripetere che si può forse comprendere nei consumatori abituali delle droghe televisive, non in chi è – o crede di essere – un osservatore lucido della realtà e delle sue traduzioni mediatiche.

E’ poi pretenzioso tutto quel discorso pseudo-epistemologico con cui il Nostro ha introdotto la questione: non ci si improvvisa dei Feyerabend che, tra l’altro, della scienza aveva una concezione molto più matura e scaltrita.

Non solo, il giornalista esprime ed incarna tutti i più beceri e logori luoghi comuni del suddito rimbecillito che di fronte agli indiscutibili crimini dei potenti reagisce con la solita battuta: “Gombloddo... sarà la Spectre…”. Non si accorgono di essere patetici oltre che autolesionisti?

Non importa stabilire se Nicoletti abbia subìto il lavaggio del cervello (non è il caso di Cattivissimo che non ne è dotato) o se aderisca alla setta negazionista per interesse di bottega: ad un certo punto la differenza tra dabbenaggine e malafede diventa labile, impalpabile. I negazionisti sono simili a quei robot stolidi della fantascienza pulp, automi che uccidono in modo più cieco che bieco.

E’ anche deprimente constatare la sudditanza, la resa di Nicoletti nei confronti della “comunità scientifica”: gli manca una visione critica della scienza, come se la citata élite fosse depositaria della verità assoluta, come se essa fosse una chiesa che può distinguere tra ortodossia ed eresia. Che approccio infantile e dogmatico! “E’ così, mamma! L’ha detto la maestra!” Tra l’altro il Gotha della scienza coincide, nella vulgata di Nicoletti, con l’ideologia dominante che di scientifico ha ben poco, essendo propagandata da un’accozzaglia di accattoni che si affannano attorno alle baronie universitarie, da una cricca di disinformatori disinformati.

In questo desolante contesto, è “spalla” degna di Nicoletti tale Stefano Morrigi, “storico della scienza” che, tradotto in una lingua veritiera ed attuale, significa che non è né storico né scienziato, ossia il nulla che pontifica. Renzi è in buona compagnia.

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APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

02 agosto, 2013

Il Nulla è Tutto: paradigmi e paradossi della cosmologia

Si sta sgretolando un altro idolo: oggi non pochi cosmologi cominciano a dubitare che la teoria del Big bang sia plausibile; alcuni la rigettano in toto. Siamo prossimi al superamento – Kuhn docet – di un paradigma scientifico. Così si cerca di comprendere che cosa esistesse prima del principio. Gli scienziati, incapaci di scrollarsi di dosso la logica aristotelica, rifiutano in genere l’idea che il Tutto possa essere scaturito dal Nulla, sebbene alla fine questa sia l’unica conclusione ammissibile, pur nel suo carattere paradossale. Perciò certuni ipotizzano che questo universo sia stato generato da un altro universo, a sua volta prodotto da un altro e così all’infinito. Il problema non è risolto, ma solamente spostato.

Altri cosmologi stanno elaborando diversi sistemi più o meno complessi, persuasi che un giorno o l’altro formuleranno l’equazione tale da spiegare la genesi del cosmo. E’ palese che sono elucubrazioni talora eleganti, ma sterili. Nessuno mai, soprattutto attraverso la matematica e la logica, strumenti razionali, potrà dar conto di ciò che razionale non è.

Forse pochi pensatori come Leopardi si sono accostati ad una possibile verità: il poeta recanatese sentì che la realtà è un “solido nulla”. Se cancelliamo la venatura esistenziale di questa intuizione, possiamo isolare una potente idea: l’universo è nulla e, nel contempo, tutto. Esso origina dalla negazione di sé stesso. La solidità si abbraccia all’inconsistenza. Leopardi avvertì la sostanziale illogicità dell’essere e, rinunciando a chiarirla, preferì ostentarla con la sua arte interrogativa e tetramente umoristica.

Che pensare allora dei conati concettuali con cui qualcuno tenta di ottenere la quadratura del cerchio? Il fisico Mikio Kaku riconosce che il nulla assoluto è inconcepibile per cui abdica, accontentandosi di un nulla relativo, il vuoto in cui aleggia l’energia prima di tramutarsi in materia (massa). E’ un arretramento speculativo, neppure al riparo da sfide teoriche abnormi.

E’ evidente che, quando ci si imbatte in questioni refrattarie alla logica, è insensato ostinarsi ad usarla. Sarebbe più onesto ammettere che il cosmo è autocontradittorio, “enigma a sé stesso” per riprendere una celebre espressione di Agostino d’Ippona. Invece assistiamo all’apoteosi della logica e della matematica, le discipline che, quanto più sono congruenti in sé stesse, tanto più si allontanano dalla realtà. Non saranno i rompicapo dialettici a motivare il mondo, a consentirci di conoscere anche solo un’ombra della sua elusiva, evanescente essenza.

Mi lasciano dunque perplesso quei sistemi con cui si decifra l’essere con i soliti ingredienti: una spruzzata di matrici, un briciolo di formule, una buona dose degli immancabili capisaldi appartenenti alla fisica quantistica. Mi pare che il libro “Godman”, pur pregevole, rientri in codesto orientamento. E’ una tendenza che si gloria di offrire una visione esaustiva del Reale. In verità, quando si spiega tutto, non si spiega alcunché.

Concediamo pure che qualcuno un giorno riesca a conciliare la fisica del macrocosmo con quella del microcosmo: bisognerà poi non solo illustrare come e perché lo zero diventi uno, ma pure esporre per quale ragione in questo enigmatico, sconfinato universo, popolato da miliardi di galassie erranti nelle tenebre, sia sorta la vita. La vedo molto, molto grama. Non basta! Bisognerà pure definire per quale ragione ed in che maniera si sia insinuato il male, l’ingiustizia primigenia che intrappola le cose nel loro incomprensibile destino di nascita, dolore, decadenza e morte.

Di fronte a tali quesiti vertiginosi, stordenti, tace la “nostra povera ragione”. Resta solo il silenzio, ancora più nudo e gelido di quello che schiaccia una notte vuota e buia.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

25 novembre, 2012

The American Armageddon

Watch therefore, for ye know neither the day nor the hour wherein the Son of man cometh. ("John", 25, 1)

‘The American Armageddon’ è un saggio di Luca Scantamburlo, pubblicato nel 2009. Vorrei spendere qualche parola sull’autore, prima di recensire il libro. Scantamburlo (Treviso, 1974), ex giornalista pubblicista ed attualmente autore freelance, è un ricercatore onesto e meticoloso, non a caso disdegnato dalle case editrici: oggidì molti sono abituati a compilare voluminosi testi, attingendo a piene mani a studi che regolarmente non sono citati. Invece Scantamburlo non trascura neppure la più piccola fonte nelle note ricchissime e precise del suo lavoro. Il plagio è malcostume diffusissimo, cui il Nostro è del tutto estraneo. [1]

‘The American Armageddon’ è uno spaccato sull’enigma Nibiru e sul ‘Jesuit footage’. [2] Lo scrittore, raccogliendo un ampio repertorio di testimonianze (Robert O. Dean in primis), ricerche, ipotesi, cerca di comprendere se siano prossimi dei cambiamenti cosmici insabbiati dal governo ombra. Che qualcosa stia cambiando e sia cambiato nel sistema solare è indubbio: arduo è stabilire se Nibiru esista. Se esiste, è un pianeta, una nana bruna, una cometa, un simbolo, un portale o ancora… un avamposto? Qualora fosse un varco interdimensionale o un avamposto abitato da una razza bellicosa, come suppone qualcuno, si potrebbe capire lo scopo del selvaggio Terraforming cui è sottoposto il pianeta: creare un ambiente adatto ad una stirpe esterna. Ad ogni modo non è neppure così importante definire la vera natura di Nibiru, quanto imparare ad aprire gli occhi, ad osservare il cielo e le sue inquietanti presenze.

Per quanto ci riguarda, riteniamo che proprio dallo spazio arriverà la risposta nel bene o nel male. Non siamo inclini ad a sposare la posizione di Scantamburlo secondo cui l’esecutivo segreto non fornisce ragguagli scabrosi a proposito degli eventi venturi per non causare anomia, ossia il caos sociale ed economico. Anche se può apparire paradossale, le classi dirigenti preservano lo status quo proprio fomentando l’instabilità ed il disordine.

Merito dell’autore è aver subodorato l’inganno dietro le versioni ufficiali, aver sfiorato i tentacoli di una piovra ben annidata negli anfratti della retropolitica. Tuttavia continuare a nutrire fiducia in figure come Gorbacev e Giovanni Paolo II è, a modesto parere di chi scrive, contraddittorio e rischioso.

Nonostante questo aspetto, la fatica di Scantamburlo è degna di attenzione, poiché offre una panoramica suggestiva che si muove dall’astronomia accademica, al tempo stesso ammiccante e reticente sul Pianeta X, alla storia antica (con Zecharia Sitchin ed Immabuel Velikovsky che sono punti di riferimento), dalla politica all’ufologia.

Nell’alveo scavato da Cristoforo Barbato, misteriosamente scomparso dalla Rete, l’analisi chiama in causa i servizi segreti italiani, la N.A.S.A., il Vaticano… È pure valorizzata l’investigazione di Burak Eldem, outsider turco le cui conclusioni sono pressoché sconosciute al pubblico. Eldem identifica nel 666 dell’Apocalisse lo shar sumero corrispondente, stando al ricercatore, a 3661 anni e vede nell’Ab.zu lo spazio cosmico, suffragando le congetture circa un incipiente perielio di Nibiru, causa di aberrazioni nel sistema solare.

Che il Sole ed i pianeti siano da alcuni decenni interessati da anomalie e che la Terra sia colpita da fenomeni in alcuni casi di origine naturale, ma esacerbati dalla Geoingegneria, è indiscutibile.

Occorre tentare di scoprire la vera matrice e le conseguenze per l’umanità di tali mutamenti: per conoscerle non dovremo forse aspettare a lungo. E’ solo questione di tempo… poco tempo.

[1] Il sito di Luca Scantamburlo è www.angelismarriti.it. Di recente è stato dato alle stampe il seguito del libro in oggetto, ossia “Apocalisse dallo spazio. L’avvento di Nibiru e dei Vigilanti”, 2011. Sarà opportuno commentarlo quanto prima.

[2] Sul tema si legga il datato ma corposo “Nibiru tra verità e disinformazione”.

[3] Avemmo l’onore ed il piacere di conoscere di persona il freelance Cristoforo Barbato, in occasione di un congresso tenutosi alcuni anni addietro ad Occhiobello (Rovigo). Acuto indagatore di fatti scottanti e brillante conferenziere, Barbato ha aperto la “pista gesuita”, foriera di tanti enigmi e di tante trame. Il suo sito è stato chiuso: il giornalista ha lambito qualche verità inconfessabile? Fortunatamente molti reportages sono ancora disponibili in Rete.

Ringraziamo il collaboratore ed amico G. per la preziosa segnalazione.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

04 agosto, 2012

Il caso di Filiberto Cardenas: ridefinire i criteri della ricerca (prima parte)

Chi non si aspetta l’inaspettato, non troverà la verità. (Eraclito)

Premessa

Ho deciso di vagliare un episodio poco noto nella storia dell’ufologia perché offre l’opportunità di sviluppare un discorso più ampio. In tutti questi anni di ricerche, si è compreso che, per gettare un barlume su soggetti intricati, è necessario trascendere la storia e la scienza ufficiali. Che importa del giudizio altrui! Se non si vuole restare confinati nel già noto e impelagati in raffinate ma alla fine sterili speculazioni erudite, bisogna avere il coraggio di superare il senso comune e gli angusti orizzonti accademici. Così certe discipline, pur disdegnate o per giunta irrise, più di altre permettono di esplorare territori di confine. Tuttavia è soprattutto una questione di approccio e di metodo: occorre innovare i paradigmi e rivoluzionare i criteri esegetici, cambiare il punto di vista. Si reperiranno schegge di verità e non sarà facile fissare le immagini che le schegge rifletteranno, ma l’alternativa è accontentarsi delle versioni autorizzate o delle interpretazioni classiche che oggi risultano obsolete, deboli. Purtroppo ancora oggi predominano visioni tradizionali incapaci di scalfire eventi che paiono refrattari. Situazioni straordinarie richiedono orientamenti straordinari, quasi selvaggi. Se poi alcune conclusioni saranno considerate fantasiose, mi è del tutto indifferente. Per parafrasare una celebre frase di Nietzsche: la verità nasce postuma, forse alla stessa civiltà umana.

Il caso

Il caso di Filiberto Cardenas si colloca nel punto di confluenza tra rapimento e contatto, inoltre rivela alcune analogie soprattutto con le esperienze di Maurizio Cavallo. L’incidente è ripercorso ed analizzato da Michael L. Thompson nell’interessante saggio, “Le civiltà degli alieni”, libro che confronta un significativo campione della casistica ufologica con i miti dell’antica cultura indiana, contenuti nei Baghavata Purana, Mahabharata e Ramayana.

Riporto la ricostruzione degli eventi, traendola dal testo sullodato.

“Filiberto Cardenas era un immigrato cubano abitante a Hialeah, Florida. Il caso fu esaminato da un avvocato ed investigatore ufologico di nome Virgilio Sanchez-Ocejo. La sera del 3 gennaio 1979, Cardenas, un suo amico, Fernando Marti e la moglie di Marti, con la loro figlia tredicenne stavano girando in auto nella periferia di Hialeah per acquisti. Mentre stavano rincasando, il motore della vettura si fermò. I due uomini testimoniarono che i fari e l’accensione non funzionavano più, perciò scesero dal veicolo e sollevarono il cofano per tentare di capire che cosa fosse successo al motore. Improvvisamente essi videro delle luci rosse e viola che lampeggiavanoche, riflettendosi sul motore e sentirono un ronzio 'come di molte api'. L’auto cominciò a vibrare, mentre la luce diventò di un bianco brillante. Nel frattempo Filiberto si era sentito paralizzato ed aveva cominciato a sollevarsi in aria, gridando: 'Non prendetemi! non portatemi via!' Fernando, sgomento ed esterrefatto, lo vide alzarsi e scorse pure 'un oggetto piuttosto grosso che saliva e poi se ne andava'.

Il successivo ricordo di Cardenas è quello di essere stato quasi investito da un’auto sul Tamiami trail, a circa 16 kilometri da dove era stato prelevato. La polizia fu abbastanza sconcertata dalla storia da scrivere nel rapporto ufficiale 'incontro ravvicinato del terzo tipo'.

Sotto ipnosi, il rapito inizialmente rifiutò di raccontare quello che era successo durante il rapimento, perché 'mi hanno ordinato di non dire nulla'. Più tardi riferì una storia strana e complicata che cominciava quando, svegliandosi, si era trovato seduto, immobilizzato, davanti ad un essere che somigliava ad un robot ed a due piccoli uomini fasciati in tute aderenti.

Uno degli uomini aveva cercato di parlare a Cardenas in tedesco, inglese e infine in spagnolo, girando una manopola sul petto ogni volta in cui cambiava lingua. Il rapito era stato sottoposto ad un esame che, secondo le sue affermazioni, gli aveva lasciato 108 (?!) segni sul corpo. Poi era stato portato in presenza di un individuo assiso su un trono alto e che portava un mantello ed una collana da cui pendeva una pietra triangolare. Questo personaggio gli aveva parlato a lungo sia telepaticamente sia in perfetto spagnolo e gli aveva mostrato molte scene che si vedevano sui muri. (?)

Il sequestrato affermò che gli esseri alieni avevano un aspetto umano: occhi allungati prvvisti di ciglia, piccoli nasi schiacciati, larghe bocche senza labbra e barbe rade. Portavano anche un simbolo a destra, sul petto, costituito da un serpente su una X schiacciata.

Poi la storia diventa ancora più sbalorditiva: gli ufonauti portarono l’uomo in una base sottomarina, viaggiando sott’acqua a grande velocità attraverso un tunnel di acqua solidificata che sembrava aprirsi davanti al vascello così che questo non era toccato dal liquido. Nella base, Cardenas incontrò un umano che lavorava con gli alieni e fu condotto attraverso quella che sembrava una città. Di nuovo fu paralizzato ed esaminato e gli fu prelevato un campione di seme. Poi un altro personaggio, intambarrato e seduto su un soglio, gli aveva dato delle istruzioni illustrandole con le immagini di una serie di schermi televisivi.[1] Dopo molte esperienze simili che sembrarono durare molti giorni, fu riportato vicino al Tamiami trail: erano trascorse circa due ore di tempo terrestre.[…]

Come non di rado avviene, alla prima avventura seguì un altro incontro. Filiberto e sua moglie Iris salirono volontariamente una rampa per entrare nell’astronave aliena e conversarono amichevolmente con gli occupanti che erano quasi umani”.

[1] Anche le entità incontrate da Alan Godfrey e di Brian Scott sono circonfuse da un'aura sacrale, numinosa. Vedi Joseph, 2010.

N.B. Le fonti dell'articolo saranno indicate in calce all'ultima parte.

APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

22 febbraio, 2012

"Cause"

Felix qui potuit rerum cognoscere causas": così scrive Virgilio, ossia “Fortunato chi ha potuto conoscere le cause delle cose”. Il poeta di Andes esprime dunque la sua ammirazione di fronte a colui che è stato capace di sviscerare la ragion d’essere del mondo e di penetrare nella loro essenza.

Purtroppo oggi il concetto di causa è stato semplificato: vi si scorge quasi sempre un antecedente di un effetto. Così certo non lo concepiva l’autore latino. Nonostante secoli di filosofia e le intuizioni di qualche scienziato, la “causa” è sic et simpliciter la cosa che accade prima: è tutto molto elementare e riduttivo.

Così, di fronte a fenomeni complessi, ci troviamo inermi, abituati come siamo a ricercare il motivo scatenante, laddove una costellazione di origini può generare una raggiera di conseguenze.

Paghiamo lo scotto di un approccio tanto superficiale, quando tentiamo di comprendere la scaturigine di una malattia: in verità, la ragione che porta all’insorgenza del problema, può non solo essere molto ramificata, ma avere radici profonde allignate in un sottosuolo (l’inconscio?) di cui non sappiamo nulla o quasi. Sepolto sotto numerosi strati, il conflitto da cui deflagra spesso ex abrupto la patologia, non affiora, se non con un’opera di scavo che, mentre porta alla luce le radici, rischia di privare la pianta dell’humus vitale.

E’ dunque necessario esplorare le manifestazioni e le matrici della disfunzione ad ampio raggio, senza accontentarsi di instaurare un nesso unilaterale ed univoco tra eziologia e sintomo. L’essere vivente manifesta una notevole complessità, ogni essere è dissimile da tutti gli altri: ha la sua storia, il suo temperamento, il suo vissuto. Una vera anamnesi implica una ricostruzione accurata, l’attitudine a risalire a motivi remoti e reconditi. Giorgio Mambretti sostiene che il retroterra di molte affezioni coincide con la prima infanzia, con la vita prenatale, se non è addirittura abbarbicato alle esperienze dei genitori e degli avi. Si comprende come sia arduo scoprire dei presupposti (traumi, complessi, predisposizioni) di cui non si è consci. Infine interno ed esterno, fisiologia ed ambiente interagiscono in modo continuo sicché non è facile stabilire dove cominci l’influsso dell’una e finisca quello dell’altro.

In ambito scientifico, il meccanico rapporto tra causa ed effetto rischia di sclerotizzare l’indagine. Anche qui occorre molta duttilità, se non si vuole cadere nell’ottuso e dogmatico “metodo scientifico” degli scientisti che costruiscono modelli rigidi in cui i fenomeni sono chiariti e spiegati, ancora prima che siano osservati, sulla base di schemi e di a priori sequenziali. La causa non sempre precede l’effetto, poiché può provenire dal futuro. Il post hoc non è necessariamente il propter hoc: una costellazione di influssi, molti dei quali sottili, tendono ad indirizzare il corso degli eventi, quando non intervengono sovrapposizioni e sincronie che esulano dal legame causale.

Le cosiddette leggi scientifiche non sono norme giuridiche. Nelle concatenazioni gli anelli mancanti sono più degli altri. Il mondo rivela una quintessenza talora controintuiva ed antinomica, insofferente di paradigmi immutabili. E’ necessario rivisitare consolidati modelli interpretativi ed essere disposti ad accettare fratture epistemologiche.

E’ compito immane che solo qualche solitario ha adempiuto ed adempie con abnegazione. Il vero ricercatore non si limita a descrivere il fenomeno, ma tenta di inoltrarsi nella sua natura. Anche della natura ricerca la sorgente, la motivazione primigenia, in un movimento inesausto, anche se spesso destinato a naufragare contro lo scoglio dell’incomprensibile.


APOCALISSI ALIENE: il libro

La squola della Gelmini - di Antonio Marcianò - Gemme scolastiche da collezionare

01 giugno, 2011

Teoria

Nell'attuale società, il disfacimento del linguaggio è al tempo stesso causa e conseguenza del declino generale, comunque ne è uno specchio fedele. Tra i tanti esempi che denunciano una crisi irreversibile del pensiero è l'uso improprio di vocaboli il cui valore è completamente stravolto in una commistione di saccenteria ed ignoranza.

Pensiamo al termine "teoria": la "teoria" è un modello interpretativo della realtà. Purtroppo è invalso di adoperare tale parola come sinonimo di "opinione", "idea", ma siamo in presenza di un uso dozzinale, per lo meno inidoneo, poiché una teoria, essendo una formulazione e sistemazione di principi generali di una scienza o di una sua parte, o di una dottrina filosofica, implica un'esegesi della realtà, una peculiare visione del mondo. Infatti il lessema in questione discende dal verbo greco "theoreo" che vale "guardare", "osservare".

Tralasciamo i problemi spinosi dell'antitesi e talora intersezione tra modelli e "fatti, tra teoria e prassi, dobbiamo ribadire che la prima è una concezione, un tentativo di organizzare dati e fenomeni per includerli in un corpus. E' evidente che tale organizzazione è selettiva, ossia alcuni aspetti della realtà vengono scartati, affinché non minino la coerenza del quadro di riferimento. Inoltre, come ci insegnano Feyerabend e Kuhn, le teorie sono paradigmi, non scevri di declinazioni (e derive) ideologiche, paradigmi che possono essere superati o addirittura negati, attraverso salti che generano discontinuità.

E' chiaro che le teorie sono astrazioni con cui si tenta di razionalizzare la realtà, di estrapolare un disegno da una congerie di elementi disparati ed eterogenei. Non ci si avvalga dunque del termine teoria per indicare un'ipotesi che è, invece, una proposizione, un dato iniziale ammesso provvisoriamente per servire di base ad un ragionamento, ad una dimostrazione, ad una spiegazione e che sarà giustificato dalle conseguenze, dall'esperienza.

Si eviti di riferirsi ad un complesso di fenomeni osservati come ad una teoria: è così del tutto errata la dicitura "teoria delle scie chimiche", poiché le attività chimico-biologiche confluiscono in un contesto empirico, coincidono con un riscontro, avulsi da una visione del mondo, sebbene possano fornire indizi per l’interpretazione di particolari eventi.

Quanto più una teoria è generale e tenta di dar conto di un amplissimo settore dell'universo, tanto più essa è astratta e filosofica, laddove l'empiria è situata agli antipodi delle strutture concettuali. Dunque al vertice dei sistemi teorici troviamo gli impianti deduttivi della matematica, contrapposta alle discipline ancorate alla percezione, all'analisi ed alla classificazione dei fenomeni. In modo opportuno il matematico e pensatore britannico, Alfred North Whitehead (1861-1947), nota che la filosofia prende le mosse dalla complessa e multiforme esperienza della vita per tentarne una generalizzazione teorica, consapevole che ogni teoria è un “azzardo” ed una semplificazione ideale ed inadeguata, bisognosa di continui aggiustamenti.

Si apprezzi l’atteggiamento anti-dogmatico e dinamico della concezione dovuta a Whitehead.

Chi confonde teoria, ipotesi, dottrina, osservazioni, esperienze, pareri... in un unico calderone, non ha compreso alcunché di temi epistemologici e linguistici ed è d'uopo che si dedichi, se ne è capace, ad allevare bufale. Almeno acquisirà dimestichezza con bufale reali e ci risparmierà le sue sgrammaticate elucubrazioni.



APOCALISSI ALIENE: il libro

08 agosto, 2010

Discorso del metodo

Il matematico

E finalmente, ansimante,
si rende conto della dannata sorte:
la vita è riempirsi di domande
nella speranza di scordar la morte.

E, liberato, sorride
e scopre l'amara burla.
"So tutto", si dice,
"Ma, in fondo, nulla".

(T.M.)

La scienza è un'ostrica.


Vladimiro Arangio-Ruiz (Napoli 1887 - Firenze, 1952) è un filosofo che fu docente alla Normale di Pisa ed alla facoltà di Magistero di Firenze. Determinante nella sua formazione fu in gioventù l'incontro nel capoluogo toscano con il giovane poeta e pensatore, Carlo Michelstaedter, di cui pubblicò gli scritti. Dal suo interesse per il pensiero di Giovanni Gentile, trasse ispirazione per sviluppare il suo "moralismo assoluto". Aduggiate, per lo più, da una pur parziale adesione all'attualismo, in due saggi, "Discorso del metodo", e "Che cos'è filosofia", Arangio-Ruiz riesce a declinare alcune interpretazioni che preludono a Kuhn ed a Feyerabend.

L'amico fraterno del grande Michaelstaedter controbatte a chi, come lo stesso Gentile, esige sistematicità nel pensiero: contro l'alterigia degli eruditi e la presunta oggettività della scienza, l'autore partenopeo rivaluta l'arte maieutica di Socrate, ossia un approccio esplorativo ai temi fondamentali. In "Che cos'è filosofia", Arangio-Ruiz scrive con una prosa un po' involuta, ma denotando un'attitudine dialettica e critica: "Filosofia non è sapere, non possesso ma ricerca; ché, quando filosofia si atteggia a scienza, quando trova una dolcezza nel sapere e, invece di sapere per vivere, vuol vivere per sapere, si fa del sapere una diversa, una fittizia vita; invece di essere sofferenza vissuta e speranza, vuol essere sapere di codesta sofferenza e di codesta speranza - non è più filosofia."

Infatti quella del pensiero è una via negationis ed a chi la percorre non è offerto il sedativo del possesso, l’alloro della supposta verità scientifica. L'indagine è sempre in fieri e, una volta raggiunta la meta (provvisoria), l'itinerario continua. Spesso la via si biforca e procedere può significare retrocedere. Qui si situa l'inconciliabile diversità rispetto alla scienza, almeno quella dogmatica, che è l'indirizzo egemone. Scienziato si può non essere, ma filosofo non si può non essere, poiché la filosofia è consustanziale alla vita, alla sua apertura interrogativa sul mondo, laddove la scienza è paga dei suoi risultati teorici e delle sue anestetiche conferme sperimentali. Essa, attaccata come un'ostrica allo scoglio, non rinunzia ai suoi paradigmi (meglio paradogmi), se non quando costretta da rivoluzioni epocali. Inoltre la scienza si arroga il diritto di tutto spiegare e, nonostante l''estrema contraddittorietà dei modelli, pretende di imporre un'interpretazione esaustiva ed univoca.

Alle ubbie religiose sono sottentrate le superstizioni scientifiche: l'ortodossia scientifica si impianta nel centro del reale, a somiglianza di un microprocessore nel cervello. Questa struttura rigida consuona con le esigenze dei cittadini medio-bassi, avidi di rassicuranti certezze (siano pure confortevoli bugie). Mettere in discussione il dato, la dimostrazione, la stessa verifica implica il rischio del vuoto ad ogni passo e la vertigine dell'ignoto. E' troppo per chi è uso a costruire la sua casa di paglia sul soffice, ma cedevole terreno di "Focus" o di "Superquark". Inetti e pusillanimi, gli uomini preferiscono una menzogna accademica, magari referata, ad una tragica rivelazione. Bene annota C. Pellizzi: "I comuni mortali, colti o incolti, temono le voci forti, le verità laceranti, gli errori decisivi. Il mondo 'intellettuale' è sibaritico."



APOCALISSI ALIENE: il libro

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